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tshirt Inserito da Riccardo Ghezzi 13 ago. 2011

Di Pietro e Bersani firmarono per la privatizzazione dell’acqua

Tornando indietro nel tempo, precisamente negli anni 2006-2007, c’è stato un periodo in cui si parlava di “pericolo privatizzazione dell’acqua”, “acqua pubblica da salvare”, “difesa di un bene primario come l’acqua”. Esattamente come due mesi fa, prima dei referendum. Erano però in pochi a farlo, soltanto gli esponenti della sinistra radicale e ambientalista. Che erano anche al governo, assieme alla sinistra moderata ed Italia dei Valori. Perché tutto questo? Per colpa di un decreto, conosciuto come “Decreto Lanzillotta”, datato 2006 ed inserito nel testo della finanziaria 2007. Un provvedimento gemello rispetto all’attuale “Decreto Ronchi”  del governo Berlusconi.
Il testo di questa «Delega al governo per il riordino dei servizi pubblici locali», che prendeva il nome del ministro agli Affari regionali Linda Lanzillotta, si trova ancora su internet. Differente il testo, identica l’emergenza rispetto al decreto Ronchi: evitare all’Italia una serie di infrazioni europee.

Uguale anche la ricetta: l’affidamento diretto dei comuni a società esterne nella gestione dell’acqua deve essere un’eccezione motivata. Se la gestione pubblica è virtuosa, nulla deve cambiare. Dove c’è bisogno di cambiare, è necessario invece bandire una regolare gara destinata a privati. Anzi, il provvedimento dell’attuale governo è più garantista rispetto al decreto Lanzillotta, proprio perché specifica esplicitamente che la proprietà dell’acqua è e deve rimanere pubblica.

Ebbene, Antonio Di Pietro ha firmato quella «privatizzazione dell’acqua», che tale non era, in quanto ministro delle Infrastrutture. Il suo nome appare insieme a quello del premier di allora, Romano Prodi, alla stessa Lanzillotta, a Giuliano Amato (ministro dell’Interno) ed anche a quelli di Pier Luigi Bersani (Sviluppo economico) ed Emma Bonino (Politiche europee). Emma Bonino, vale la pena ricordare, ossia colei che ha fatto poi aderire la sua lista alla manifestazione contro la cosiddetta privatizzazione dell’acqua.

Dopo mesi di battaglie e litigi intestini, la decisione di stralciare il decreto Lanzillotta dal testo della finanziaria, anche a causa della scarsa tenuta del governo. Ma non certo per volontà dell’attuale “paladino dell’acqua pubblica”, Antonio Di Pietro, nè di Bersani o altri dell’attuale Pd che hanno fatto campagna per il Sì al referendum.

Anzi, Italia dei Valori all’epoca ha intrapreso una strenua battaglia contro le forze della sinistra estrema, difendendo il decreto Lanzillotta a spada tratta. Vale la pena riportare le parole del vicepresidente della Commissione Bilancio della Camera, Giuseppe Ossorio (IDV), che lavorava alacremente a favore del decreto:

Il Ddl Lanzillotta sui servizi pubblici locali deve mantenere lo spirito con cui nasce: introdurre criteri di mercato per migliorare la qualità dei servizi ai cittadini e rendere produttiva la spesa.

E ancora:

L’intervento della sinistra radicale, che modifica l’articolo 2 del provvedimento lasciando ai comuni la facoltà di scegliere se affidare la gestione dei servizi a società private, oppure miste, tramite affidamento diretto senza gara, oppure ancora alle aziende speciali, ossia pubbliche ex municipalizzate, non agevola gli utenti e storicamente ha portato ad inevitabili sprechi e sacche di spesa parassitaria. Invito Lanzillotta ad avere una posizione ferma rispetto al ritorno al passato, ed auspico che in Senato il centrosinistra sappia guardare più ad una società aperta e competitiva, che ad una chiusa e corporativa.

Una scocciatura, questi comunisti che non vogliono far passare il decreto Lanzillotta. Ora, però, i comunisti non sono più in parlamento. A volere un “ritorno al passato” sono stati Pd e Idv.

Perché il decreto Ronchi era troppo moderato rispetto al decreto Lanzillotta? Oppure per semplice ostruzionismo al governo Berlusconi?

Qui il testo del decreto Lanzillotta

Qui la relazione completa, con le firme anche di Di Pietro e Bersani

© 2011 Qelsi - Riproduzione Riservata

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