Questa non è l’Italia che i nostri padri avrebbero voluto

Di Redazione, il - # - Replica

Questa volta l’inizio della mia lettera non è come al solito “Care amiche e cari amici” ma
Care italiane e cari italiani.
Ho scelto questa formula perché credo che quella che ormai stiamo vivendo non è l’Italia che avremmo voluto né quella che i nostri padri, sacrificandosi e morendo per la patria, avrebbero davvero voluto.
Mi riferisco al concetto di libertà e democrazia. Quelli che dovrebbero sempre muovere i nostri passi. Avete mai sperimentato cosa significa “passare sotto la lente della giustizia”?
Avete mai provato a pensare a quanti sforzi si debbano fare per non cadere nella trappola della “presunzione di colpevolezza”?
Provate e sarete in grado di verificarlo.
Ebbene sì, oggi come oggi il malcapitato che passa per questo “buio, tortuoso e irrazionale tunnel” sa quando vi entra ma non conosce assolutamente gli sviluppi. Nel frattempo, all’interno del cunicolo, deve avere a disposizione tanta pazienza, sopportazione, tempo e soldi.
Perché difendersi, soprattutto quando non è stato commesso alcunché, costa tanto. Per non parlare dello spirito, della mente, del corpo. Soffrono senza capire il perché e senza poter “prendere farmaci” dall’atmosfera che li circonda.
Da noi, che facciamo tanta pubblicità al nostro Stato di diritto, basta un avviso di garanzia e la vita cambia. Per la stampa, o per buona parte, si diventa “un mostro”. Per l’opinione pubblica, un pericoloso criminale, per i “malpensanti” uno che va messo in carcere e buttata via la chiave.
Ma questo significa Stato di diritto? Credo proprio di no. Sono garantista da sempre e per sempre mi batterò per la libertà di ogni essere umano. Fino a prova contraria l’avviso di garanzia è qualcosa che dovrebbe difendere il cittadino. In pratica diventa un “sigillo” di colpevolezza difficilmente cancellabile. Un po’ come il tatuaggio apposto barbaramente e incivilmente sui corpi di milioni di ebrei durante l’era di Hitler.
Gli effetti dell’avviso di garanzia sono facilmente percepibili: la gente che ti incontra ti guarda col piglio “del mancato giudice”, l’uomo della porta accanto evita di rivolgerti la parola, qualche collega spera di non doverti mai incrociare nei corridoi dell’ufficio. Questo è quello che succede. Ma cosa si può fare per difendersi? Al di là del lavoro degli avvocati di fiducia, bisogna pregare e sperare! Pregare che la verità possa illuminare chi decide su di te e che la speranza irradi la tua giornata per non cadere nelle tenebre.
Questa non è l’Italia che avrebbero voluto i nostri antenati. Non è quella per la quale si sono immolati uomini e donne che hanno combattuto contro ogni dittatura. Non è quello che vogliamo e su questo dobbiamo riflettere, e non poco.
Ho letto che secondo alcuni preposti all’amministrazione della giustizia sul nostro territorio nazionale non sono presenti cellule terroristiche islamiche. Ma da dove tanta certezza? Quali studi sono stati effettivamente svolte e dove sono le prove? Ah, le prove. Queste sono le ultime. Per chi ha deciso che sei un criminale incallito non servono. Non servono, sono superflue. Per chi deve difendersi, sono cosa importante e irrinunciabile. E nel frattempo il “circo giustizialista” va avanti con teoremi poco ancorati alla verità. L’importante è produrre carte, spendere soldi per mettere telefoni sotto controlli, dispiegare forze per trovare quello che davvero non c’è. Alla fine tutto può concludersi con una parola magica: “Archiviazione”. E i soldi spesi, la rabbia covata, la disperazione dell’anima, la sofferenza del corpo, le fatture degli avvocati, chi li paga? Beh, per questa domanda la risposta non è prevista!
E, come nei giochi, arriva il GAME OVER! Se questa è l’Italia!!!!!!!!

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