Da Jan Palach ai volontari per la Jihad. Cronistoria dell’involuzione della gioventù europea

Jan-PalachC’era una volta Jan Palach. C’era una volta l’Europa dei popoli o comunque chi lottava per i propri confini seppur spaziando con la mente, volando con l’anima ad ispirazioni secolari, esempi di altre terre da portare alla causa della propria battaglia. C’era una volta chi combatteva per l’Europa, seppur in tempo di pace e non sempre solamente in maniera spirituale ma innalzando barricate.

C’era una volta chi si dedicava l’esistenza, percorrendola, interpretandola, cavalcando le innumerevoli tigri della gioventù, e lo faceva lucidamente e consapevolmente, trovando un approdo sicuro in una lotta di cuore e muscoli per l’affermazione della nazionalità e l’onore di condividerla nell’abbraccio di una nobile coesione sovranazionale. Jan Palach. Ancora arde il suo spirito in quella Piazza S.Venceslao, a Praga, nel 1969. Ancora si sente l’odore acre del suicidio di un giovane martire europeo che vedeva una nuova speranza in una nuova primavera, repressa dall’aberrazione sovietica, da quel immenso cuscino al cloroformio sui volti delle generazioni libere. Un giovane vivo e cosciente. Tutto qui, nulla di santo e filosofico, etereo o irraggiungibile. E quell’estremo gesto, la decisione di darsi fuoco sulle scale del Museo Nazionale di Praga, quell’idea che montava in lui, giorno dopo giorno, macinando sentimenti, tra una lezione e l’altra all’Università, quel normale approccio non conforme, che fungeva da barricata di chiodi e legno verso chi spingeva per un’intensiva e frettolosa massificazione, verso chi imponeva silenzio alle libertà individuali e spirituali, di una nazione. Un gesto simbolo di una sanità generazionale. Un esempio di sacrificio combattente per quell’Europa, per quella nazione, per quell’Europa-Nazione.

Sogni di rock ‘n roll e guai a chi ci sveglia”, canterebbe oggi il nostro teneramente duro Ligabue. Sono sogni che tramutano in incubo a velocità elevata. Oggi le cose sono cambiate, eccome. Qualcuno sembra aver abituato le nuove leve a lottare per la Patria mondo, un po’ nomade, un po’ “dove c’è Barilla, c’è casa”, per formare le colonne del villaggio globale, in cui “tu casa es mi casa, tu cane es mi cane, tu madre es mi madre, tu dinero es mi dinero, tu pericolo es mi pericolo, tu problema es…come il mio, non il mio”. E da lì in poi, ecco interi blocchi di gioventù entrati nel Common Village, dotato dei migliori comfort tecnologici, in cui si può essere sempre informati di come va il mondo, senza strapparsi minimamente la bella blusa blu. Si, ogni tanto qualcuno parte a fracassare vetrine o lanciare estintori ma sa che quando tornerà sarà al sicuro, tra un falso mito di libertà ed i titoli del Tg che gli annuncerà che la guerra, quella vera, è lontana, lontana parecchio.

Dunque alle generazioni d’Europa dev’essere piaciuto questo mondo comune ed ipercosmopolita, talmente tanto da aver rincoglionito qualche giovane di troppo, frazionando le idee, censurando gli esempi spirituali e culturali, rattrappendo le anime e disabituandoli al senso di identità, di appartenenza comune, di propri confini, quantomeno geografici, dando un paio di calci alle colonne della trasmissione intergenerazionale di concetti e visioni, di opinioni e strutture filosofiche. C’è già tutto nel Global Village Europeo, le migliori tecnologie che permettono il lezio più totale, i più bei paesaggi, le migliori banche ed i migliori pusher su scala planetaria.
Evidentemente alle generazioni d’Europa dev’essere piaciuto questo villaggio globale tanto da aver rincoglionito qualche giovane di troppo. Come nel caso dei tanti ragazzi europei che decidono di andare a combattere la guerra santa, la Jihad, quella islamica, in quella terra in cui forme di sacro integralismo non richiesto da nessun Dio mandano uomini a morire, altri ad esplodere, altri a tagliar gole, altri a stuprare, altri a massacrare bambini, altri ancora a tirare sassate alle donne del proprio villaggio con fare (in)naturale e rabbia demoniaca.

Gli “altri” sono stati volutamente rimarcati. Ed allora, tutto moderno, tutto normale, oggi si fa così. Si sono allargati i confini e si sono stretti gli encefali di parecchi. Cosa spunta fuori, che di globale non c’è solo il villaggio reale con identità reali, ma anche il villaggio virtuale, con identità annichilite ma infuriate, a cavallo tra finzione e realtà, nel quale il reclutamento di tanti aspiranti jihadisti dell’ISIS, chiamati dall’Europa a morire o uccidere per la formazione del grande Stato Islamico (esatto, stato ISLAMICO) passi per i social.

Facebook e Twitter sono i grandi reclutatori di un pubblico “universale” […]E a dividersi i neofiti stranieri sono tre epigoni di al Qaeda: Ahrar al-Sham, Jabhat al-Nusra, con l’Is (lo Stato islamico) a fare man bassa. “Sei soddisfatto della tua vita?”, sorride un americano con la figlioletta in braccio nei video di arruolamento dell’Is. “Qui troverai amore, fratellanza, giustizia, sharia”. Immagini confezionate apposta a suggerire fratellanza, solidarietà, benessere, con un sottinteso senso di eroismo e d’avventura” (Fonte Repubblica).
Detto, fatto. Veri e propri spot. Uno dei grandi risultati? “Nel Paese transalpino (Francia), rivela un sondaggio Icm per l’agenzia russa Rossiya Segodnya, che il 16% degli intervistati simpatizzerebbe o avrebbe un’opinione positiva di Isis. Numeri choccanti, che risultano ancora più incredibili considerando che tra i giovani questa percentuale sale addirittura al 27%. Secondo la stessa ricerca, nel Regno Unito questa percentuale scenderebbe al 7% e in Germania tra il 3% e il 4%”. Come se non bastasse, e stavolta non statisticamente, v’è la certezza dichiarata dei molti che partono dall’Europea cattolica e liberale, democratica e medievale per sostenere a suon di Ak-47 la causa Jihadista, tra cui ovviamente, l’Italia.

In Siria i cittadini europei sono tra i 1200 e i 2000[…]” di cui “secondo l’intelligence inglese sarebbero infatti oltre 500 i britannici partiti per la Siria per combattere a fianco dello Stato islamico”, parole de “Il fatto quotidiano” che rivela anche che il jihadista della porta accanto “Ha il profilo di un maschio (ma le femmine sono il 16 per cento) fra i 16 e i 28 anni d’età, musulmano (però si arruolano anche cattolici) spesso convertito, mosso da un ardente idealismo o da un profondo malessere esistenziale”.

Così spuntano ragnatele nella giovane cultura europea odierna, si aprono crepe tra i tanti che, invece, vorrebbero sovvertire la condizione di decadenza del vecchio continente. Allora né l’arte, né l’espressione della propria irruenza ideale tipica della giovinezza, né nuovi postulati filosofici, sociali e culturali, riescono, per ora, a salvare questa Europa, senza più confine, senza più coscienza di sé, senza più fantasia e con l’anima allagata. Allora, non per dare ragione ai muffi “matusa” ultrabigotti di un tempo, ma una riflessione dal sapore ovviamente interrogativo potremmo porcela. Dal fuoco per la libertà e la dignità del giovane Palach, stiamo transitando nelle legnose e lunghe leve della storia alla gioventù definitivamente bruciata, tra qualche acido e la Guerra Santa islamica, di qualche giovane jihadista? Dov’è la fierezza di una cultura alternativa da anteporre a qualsiasi capriccio di questo mondo così strano?
Per il resto, evviva chi lotta.

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