Marzia Schenetti, vittima di stalking: “Vi racconto il business delle associazioni anti-violenza sulle donne”

Di Riccardo Ghezzi, il - # - 34 commenti

marzIl nostro articolo sullo spettacolo di Serena Dandini sponsorizzato dalla cooperativa di Buzzi pare aver scoperchiato il famoso vaso di Pandora. La notizia, anche se con un paio di giorni di ritardo, è stata ripresa dalle testate nazionali ed è divenuta oggetto di dibattito. La questione però assume risvolti di più ampio respiro se si pensa al mondo dell’associazionismo in senso lato. Quante donne vittime di violenza sono state aiutate concretamente da queste associazioni storiche che dicono e promettono di aiutarle? Una risposta che ci può dare Marzia Schenetti, già autrice del libro “Il gentiluomo, uno storia di stalking”, autobiografia in cui racconta la sua spiacevole esperienza personale che l’ha vista vittima di stalking.
Per sei anni, Marzia Schenetti, artista ed imprenditrice, è stata a contatto con queste associazioni. Ne ha ricavato un’esperienza non positiva che ha deciso di mettere nero su bianco in un altro suo libro, “Le gentildonne”, che uscità a febbraio. Un libro, crediamo, destinato a far discutere. Incuriosita dal nostro articolo sullo spettacolo di Serena Dandini, Marzia Schenetti ha deciso di anticiparci qualcosa in questa intervista esclusiva.

Marzia Schenetti, ci racconti la sua storia
Inizierei col dire che io ho vissuto sulla mia pelle sia il fatto di essere vittima di molestie, nel mio caso stalking, sia il fatto di venire a contatto con il mondo delle associazioni dedicate alle donne vittime di violenza. Soprattutto l’ambito emiliano lo conosco molto bene. Sono stata la prima vittima di stalking a raccontare la propria storia, nel 2011. Ma quando ho avuto a che fare con il cosiddetto “esercito di salvatrici”, la mia situazione non è certo migliorata.

Che cosa ha riscontrato?
Partiamo da un dato statistico. Le vittime di violenza, in Italia, sono per il 67% donne italiane, perlopiù di cultura medio-alta e di ceto medio-alto. Ecco, per costoro non c’è nulla, vivono nell’abbandono totale. Personalmente, in questi sei anni sono riuscita a consolidare delle cordate con altre donne che hanno vissuto la mia stessa esperienza, ma nient’altro di rilevante. In tanti anni di associazionismo, nessuno per esempio ha mai pensato al reintegro delle vittime, a un fondo per quelle in stato di necessità. Io avevo un’impresa artistica, sono stata per 10 anni cantante lirica e per altri 14 imprenditrice dell’artigianato artistico. Nella mia vicenda ho perso tutto: azienda, casa e lavoro. E, nonostante le enormi difficoltà, ho cercato in tutti i modi non solo l’aiuto là dove utopicamente pensavo mi spettasse, ma soprattutto ho fatto affidamento alle mie forze interiori. E quando mi sono rivolta alle associazioni, mi sono trovata invece di fronte a scenari inquietanti, anche documenti alla mano.

Come funziona il mondo dell’associazionismo?
Collaboro con molte piccole realtà associative con cui fortunatamente condivido le amarezze, le quali, pure loro, sono oppresse da chi ha il “monopolio” del contrasto alla violenza e, per avere riconoscimenti, sono obbligate a fare corsi di formazione che in realtà si potrebbero definire mazzette. Mi spiego meglio: anche se hai uno storico alle spalle, ed è il caso di donne che da anni collaborano con vittime di violenza, non viene riconosciuto nessun valore, se non concesso attraverso i famosi “corsetti”. Che sono a pagamento. E queste sono cose risapute solo da chi è dentro, perché si guardano bene dal dirle al di fuori. Inutile specificare che questi corsi sono tenuti dalle solite associazioni storiche.

Ce ne parli un po’…
Le associazioni storiche, chiamiamole così, sono partite negli anni ’70 sotto il titolo di volontariato, e gli va riconosciuto lo storico e il grande impegno di quegli anni, ma si sono trasformate a tutti gli effetti in servizio. Questo è il motivo per il quale molte di queste hanno abbandonato da anni quei centri, in quanto veniva a mancare il valore umano delle relazioni. Oggi sono vere e proprie aziende, con stipendi, professioni e carriere. Molte onlus gestiscono oltre il milione di euro e bisognerebbe come prima cosa mettere un tetto ben molto inferiore a questo tipo di associazioni. Il problema infatti, non è se si sceglie di fare quello come mestiere, ma il fatto che manchi totalmente la trasparenza.

Anche perché non esistono bilanci pubblici, giusto?
Sono onlus, non hanno l’obbligo di bilanci pubblici. Quindi non si sa nulla, non si sa come spendano i soldi. E ricevono finanziamenti dalle istituzioni, ma anche donazioni, in virtù di accordi con le cooperative, un per cento, otto per mille e così via.

E alle donne vittime di violenza arriva qualcosa?
Nulla, assolutamente nulla. Questi soldi vengono usati per i costi vivi dell’azienda, ossia stipendi, spostamenti e promozione. E tutto è organizzato all’interno, come un circolo chiuso. Passa attraverso le cooperative interne. Uno può essere il migliore avvocato del mondo, ma non collaborerà mai con queste associazioni se non fa parte del circuito interno.

Torniamo ai corsi di formazione. Chi deve partecipare?
Tutte le nuove associazioni sono obbligate a farli. Ma nel giro ci sono persino gli Istituti Scolastici, ospedali, pronto soccorso, forze dell’ordine. Sono corsi di formazione retribuiti, quindi si tratta di tanti soldi. Il problema è capire a chi vanno.
Il meccanismo invece e chiaro. In Emilia Romagna, ad esempio, c’è un protocollo tra le istituzioni, come l’Anci, e il circuito delle associazioni storiche dell’Emilia Romagna, le uniche accreditate a tenere i corsi. E a firmare questi protocolli sono gli stessi che poi fanno la formazione. Guadagnandoci.

E alle donne vittime di violenza nulla, dicevamo.
Nelle associazioni si ama molto usare il termine “accolte”, per identificare le donne prese in carico. In realtà quel dato, per la maggiore, si riferisce semplicemente a donne che contattano tali associazioni, ma che spesso hanno avuto solo un colloquio telefonico e hanno deciso di non approfondire perché non hanno ricevuto niente da quella telefonata. Oppure si sono limitate ad un incontro, mettendosi in tasca una brochure. O ancora hanno avuto un consulto legale, il che però non significa assistenza legale, semplicemente perché non hanno i soldi per pagarsi tale avvocato. Tante donne come me sono state lasciate sole, senza strumenti. La trasparenza che sarebbe da esigere è l’onestà dei dati, la chiarezza.

Quante donne possono dire di aver salvato?
Mi ha fatto piacere leggere la replica di Serena Dandini su facebook, proprio ieri, in seguito alle polemiche: sosteneva che spettacoli come il suo servissero a dare voce alle tante donne vittime di violenza. Ma noi la voce l’avremmo anche, semplicemente ci viene tappata. E la Dandini dovrebbe saperlo, considerato che in prima fila ai suoi spettacoli c’era ben altra gente. Non lo dico per screditare ma io, insieme ad altre persone, con zero risorse e zero sostegno, ho messo in scena due spettacoli sulla violenza, e non dello stampo della Dandini, ma con video, pittrice in scena, danza, e dieci brani inediti cantati da una vittima di violenza. Troppo dura digerire che le vittime escano dalla violenza. La macchina s’inceppa. Così, le associazioni e le istituzioni non mi hanno dato voce, non hanno neppure trovato il tempo e la voglia di venire a vedere una sola rappresentazione, neppure se raccoglievo fondi per loro. Mi è stato detto di procedere pure autonomamente perché la loro associazione ha “altri vincoli”. Bene, oggi so quali.

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Come donne vittime di violenza avete mai chiesto un confronto con le associazioni?
Io e altre donne abbiamo chiesto un tavolo di confronto, già da tre anni fa. La risposta ci è arrivata per l’appunto dopo tre anni di attesa e solo grazie alla nostra insistenza. Ed è stata negativa. A me è stato risposto che io posso continuare a intraprendere tutti i progetti che voglio, ma al di fuori delle loro associazioni, perché loro hanno altre esigenze.
In fondo è un meccanismo complesso, che almeno in Italia non riguarda solo le donne vittime di violenza, ma anche immigrati, rom, senza tetto, terremotati, minori, disabili. Si riduce tutto a un enorme giro di soldi e di favori tra le parti.

Insomma, è un volontariato solo sulla carta?
A Bologna c’è la Casa delle donne, e anche qui si parla di volontariato. La Casa delle donne gode di utenze pagate, immobili gratuiti da parte del Comune, sono accordi interni che sarebbero anche benvenuti se solo ci fossero riscontri trasparenti dei giri di affari e se arrivasse all’esterno un’informazione pulita, alla pari di tanti altri professionisti.

Serena Dandini ha assicurato che il ricavato del suo spettacolo è andato in beneficenza a queste associazioni…
Fa piacere. Il problema è che serve solo a forgiare queste associazioni, che poi con quei soldi fanno quello che gli pare. E, come abbiamo detto, alle donne vittime di violenza non arriva nulla.
Le racconto un aneddoto.

Dica dica…
Tempo fa siamo state invitate in cinque, cinque donne vittime di violenza, a dare il nostro contributo di testimonianza, ad un evento in cui c’erano esponenti politici e alcune rappresentanti di associazioni storiche. Al di là del fatto che non c’è stato neppure un saluto, o almeno una stretta di mano, tra queste rappresentanti e noi vittime, noi avremmo dovuto pagare la cena per finanziare queste associazioni. Noi donne vittime di violenza.

Come ha detto, scusi?
Quello che ha sentito. Al termine dell’evento era organizzata una cena, allo scopo di finanziare le associazioni. E a noi vittime hanno chiesto di pagare. Ci siamo allontanate andando a cenare altrove e ovviamente il giorno dopo ho spiegato le gravi motivazioni, anche perché facevano parte della serata persino esponenti politici che sono venuti presumo spesati, oltretutto per dire qualche banalità delle solite e a forgiarsi del tema della violenza.

Bene. Abbiamo capito che queste associazioni godono di buona stampa. Ci può sfatare qualche altro mito?
Ho fatto richiesta di avere risposta a due semplici domande. Ho chiesto alle associazioni storiche del mio territorio se in 25 anni abbiano mai collaborato attivamente con almeno una vittima di violenza, tentando di reintegrarla all’interno dei loro progetti. Non è mai accaduto. E poi ho chiesto se all’interno ci sono solo volontari o anche stipendiate. Ebbene, risultavano ben 25 stipendi.
E’ da tenere presente che anche tutte le attività culturali e artistiche, che sarebbero di estrema utilità alle vittime, sia come terapia sia come reintegro, spettano invece a collaboratrici, tra cooperative e amicizie. La scrittura dei libri esempio. Come me, altre donne vorrebbero e avrebbero voluto scrivere la loro storia, ma all’interno di queste associazioni i libri se li scrivono le associate, se li promuovono e se li presentano, si guardano bene dal dare questa possibilità a una vittima, tanto è che io per prima mi sono dovuta arrangiare e ho aiutato personalmente in questi anni altre donne nella pubblicazione delle loro opere.

La questione è anche politicizzata, non pensa?
Sì. Le cosiddette “salvatrici delle donne” risultano perlopiù di una determinata schiera politica. E voglio chiarire, lo dico da donna di sinistra, nata e cresciuta in una sinistra di altri valori. Non sono una donna di destra. Penso però che i mali sociali non debbano avere colori politici. Se hanno bandiere politiche significa che ci sono interessi in ballo, anche economici. Questa non è la formula giusta, diventa una strumentalizzazione per altri interessi.

Interessi, come già ha detto, economici e politici. Giusto?
Esatto. Economici, perché queste associazioni godono di fondi. E politici, perché ci sono voti di ritorno.

Lei sta scrivendo un libro su questo, il suo quinto libro.
Il mio primo libro, “Il Gentiluomo – una storia di stalking” è autobiografico, parlo di una storia di molestie vissute da me in prima persona. Mi è costato parecchio, perché è stato difficile togliersi di dosso l’etichetta di vittima. A febbraio invece uscirà “Le Gentildonne”, che parla del mio secondo dramma, quello per l’appunto di venire a contatto e scoprire il mondo demagogico del “contrasto alla violenza”.

In cosa sbagliano, dal punto di vista strettamente operativo, queste associazioni?
Direi che, oltre a quello che ho già detto, non trattano problematiche grosse e importanti come la risoluzione dei dissidi e i confronti nelle vita di coppia. Si limitano a fomentare le denunce, a dare una superficiale visione dell’uscita dalla violenza, come ci fosse un mondo pronto ad aspettarci a braccia aperte. Il problema è che le donne denunciano, ma poi si ritrovano sole, lasciate sole proprio dalle stesse associazioni. Sole e con la violenza di secondo livello di toccare con mano un mondo indifferente ai nostri bisogni e sordo alle nostre voci. E posso azzardare una mia idea: se è vero che i cosiddetti femminicidi sono aumentati, credo sia anche perché le donne si ritrovano sole anche dopo nove denunce, nonostante l’aiuto promesso. Il mio libro parlerà anche di questo. Di sei anni in cui, mio malgrado, sono venuta a contatto con le realtà più disparate: istituzionali, associative, personali.

Per leggere la replica del coordinamento Centri Antiviolenza dell’Emilia Romagna, cliccare qui

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