A Marco l’Europa fa schifo. Brevissimo racconto fantastico

germania_europaQuesta Europa fa schifo. Lo pensava anche Marco. Chi era Marco? Un pluri-laureato in battaglia, disoccupato dal momento successivo in cui fu immortalato con amici, parenti e con i fiori in mano nel cortile dell’Università. Saltava di lavoro in lavoretto per fare portfolio, non per riempirlo figuriamoci, e sapeva bene che ci sarebbe voluto un bel calcio nel curriculum altrimenti addio stabilità, addio sogni, addio futuro. Anche lui sarebbe stato risucchiato nel turbine dell’informazione in tempo reale, talmente in tempo da essere quasi preveggenza.
L’Europa di Marco era quella nobile ed elegante, della virtù, della storia del mondo, dell’arte e della cultura come non ce l’aveva nessun altro. Era anche quella del Parlamento Europeo e dell’Euro, quella roba micidiale verso cui il padre bestemmiava ogni ventisette del mese, la stessa robaccia che avrebbe tanto voluto riuscire a mettere in tasca per costruire la propria vita. Una mattina, con gli occhi ancora croccanti mentre divorava un cornetto nutella e zucchero a velo, smollicando ovunque, venne a sapere scorrendo la bacheca di Facebook, che un francese e un tedesco ridevano paraculi in faccia ad un italiano. Non era l’incipit di una barzelletta da peggior bar di Busto Arsizio, né, d’altro canto, una cosa di poco conto, era solo un ministro di casa nostra che continuava a farsi prendere in canzonella.

Come attore comico andava forte anche in tournee all’estero, figuriamoci nel nostro Paese. Il caffè iniziava a fare effetto ed il cervello di Marco iniziava a girare. Il ragazzo non c’aveva capito molto della questione. Sapeva solo che gli extracomunitari sono nostri, tutti nostri, che dovevamo tenerci noi il problema e che la capa di Germania, la “Cancelliera”, voleva che le cose rimanessero esattamente così. Che, secondo qualcuno di influente, dato che veniva sempre ripresa dal TG1 seduta sopra i banchi del Governo, non si diceva extracomunitario o clandestino bensì migrante, senza la “e”, e che un tempo lo siamo stati anche noi. Sapeva che il nostro di capo, quello che comandava davvero, aveva un Piano A, un Piano B e forse un Piano C, per cui non c’era nulla da temere. Insomma, Marco conosceva la situazione ma non ci stava capendo molto. Come i raggi solari, lontani ed incorporei, che percorrono migliaia di kilometri dal sole, gli arrivava solo la verità in faccia, senza filtri.

“Ma sarà solo colpa nostra?” si chiedeva poco prima di affondare le labbra in un tazzone di latte. “Ma come si fa?! Però l’Europa potrebbe darcela una mano a questo punto, eh!”. Marco aveva ragione. Domandare è lecito, soprattutto per un ragazzo del tutto normale come lui. L’Europa. L’Europa voleva sempre più stabilità economica e garanzia di copertura, che si soccorressero e mantenessero centinaia e centinaia di richiedenti asilo, con obbligo di integrazione, pretendeva subdolamente che ci si scrollasse le spalle dalla propria residua coscienza nazionale e si aprissero le gambe ad una modernità ambigua e snaturata. Sapeva solo volere. L’Europa voleva. Il ragazzo era laureato, di certo non stupido, ma una laurea in ingegneria, non faceva di lui fine statista o lucido politologo. D’altronde, come quasi tutti i ragazzi della sua età, non si interessava concretamente di politica, non perseguiva un impegno sociale, non era militante d’alcunché. Marco ascoltava, memorizzava ed un’anima ce l’aveva. L’Europa pretendeva e non offriva quasi nulla in cambio. Divide et Impera, non donava possibilità, non le garantiva al suo Paese, che nel frattempo si impiccava da solo con la cinta dei pantaloni, tanto la cravatta non la portava.

Ma come poteva Marco credere nell’Europa? Come si può pensare all’avvenire di una comunità quando chi dovrà rappresentarla ne è tenuto alla larga, chi dovrà costruirne il domani ribolle di rancore e indifferenza, di rabbia e disconoscenza verso quel modello? Il fallimento europeo è da attribuirsi meramente a personaggi o è integrale?
Questa visione d’Europa è una menzogna. Una presa per il culo. Ma questo lo sapevamo già. Ciò che preoccupa è l’accanimento terapeutico che la tiene in vita, ad ogni costo, anche a quello di tornare a rendere sudditi i propri cittadini. E dove starebbe la modernità? Allora l’accelerazione verso il secolarismo, il radicamento di strategie oligarchiche espresse nell’affermazione di pochi, l’unione esclusivamente economica e fittizia come i fondali dell’Expo, la perdita della memoria, la cappa soffocante della sovranazionalità, la disconoscenza delle identità nazionali, sono o non sono un tuffo nel medioevo, nella barbarie? Perché Marco avrebbe dovuto credere in qualcosa che aveva già cessato di esistere, che non aveva anima, solo un fine materialistico, che non aveva senso di stare in vita conciato in questa maniera, uno stereotipo già superato?

Perché forse lo fece divertire con quella svedese all’Erasmus? O perché, ovunque andasse, la bandiera europea era sopra la testa di tutti o alle spalle di qualcuno importante, linda e stirata, a differenza del tricolore? Ah, certamente. Perché il suo paesino, Rocca Spurpola, con i soldi dell’Unione Europea c’aveva rifatto il look al centro storico. No, forse neanche per questo.
Perché Marco che voleva avere una figlia e chiamarla Chiara, che intendeva sposarsi in Umbria o in Toscana, magari in Val d’Orcia, papà impiegato alle Poste, di quelli dietro al vetro ogni ora del giorno e di una casalinga di Rieti, doveva cedere la sua unica esistenza sociale a quell’Europa, perché avrebbe dovuto crederci? Alimentando quell’ idea, contribuendo a tenerla in vita, sentendola propria, subendola, assoggettandosi a quel concetto malsano e contraddittorio di comunità?

Ma un’altra giornata era appena iniziata. Marco si annodava la cravatta regalatagli dal papà per andare a cercare un po’ di speranza in contanti da qualche parte. Il nodo era fatto e il pensiero compiuto. A Marco quella versione d’Europa, un po’ ma solo un pochino, faceva schifo, Italia compresa.
Chi conosce Marco alzi la mano.
Questa volta l’ardua sentenza non spetta ai posteri

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1 Comment

  • Monica Cappellini Reply

    17 giugno 2015 at 2:19 pm

    tristezza infinita , con gente squallida che vende isole, gioielli del patrimonio natura italia: Budelli.
    Perchè un new zelander, un down under man viene qua? con tutte le isole che ha attorno? xke’ la sinistra sta svendendo pure le chaussets de la grand mère

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