Alle Amministrative non vince nessuno, però uno sconfitto c’è: Renzi

Renzi_MatteoPer una volta in 69 anni di Repubblica una tornata elettorale si conclude con tutte le liste in corsa alle Amministrative ufficialmente soddisfatte, ma al loro interno intente a leccarsi le ferite, senza che nessuna formazione politica possa accampare pretese di vittoria a livello nazionale. Eravamo abituati da sempre, a scrutini completati, alle dichiarazioni trionfali dei partiti che avevano visto accrescere i propri consensi, ma anche alle valutazioni “tutto sommato positive” di quelli che invece il consenso l’avevano perso, con la solita stucchevole scusa che dopo “una campagna elettorale difficile e tutta in salita, è già stata una vittoria avere tenuto, limitando le perdite”. Ma stavolta non è così. La sinistra ha perso perché se è vero che ha conquistato 5 Regioni su 7, è anche vero che in pochi mesi il PD è rientrato nell’alveo del suo “solito” 25 %, dopo l’esondazione che alle recenti europee l’aveva visto raggiungere il 40 %, un po’ comprato con gli 80 euro in busta paga, un po’ perché qualcuno ancora pensava che il premier fosse un personaggio politico attendibile. Una perdita secca di 2 milioni di voti, una vittoria di Pirro la sua. Anche perché ha perso una regione, la Liguria, che era una roccaforte rossa che sotto varie sigle la sinistra governava da 60 anni, ed ha corso il rischio di perderne un’altra, l’Umbria, ripresa per i capelli sul filo di lana dello scrutinio dei voti delle ultime sezioni conteggiate.

Ha perso il centrodestra nonostante il Veneto, la Liguria ed i buoni risultati ottenuti in Campania ed in Umbria. Ha perso proprio perché si è dimostrato che i moderati possono vincere se, e solo se, uniscono le loro forze attorno ad un leader credibile per l’attuazione di un programma condiviso e comprensibile che metta al centro dell’azione di governo, locale o nazionale che sia, le urgenze ed i bisogni impellenti della gente. Già, “se”. Ma chi in questo momento, con l’eccezione più unica che rara della Liguria, si presenta come un leader credibile della destra capace di poter mettere tutti d’accordo? E chi ce li tiene insieme FdI e Lega, Passera ed il riciclato Giannini, FI, Ncd e tutte le frattaglie dell’area popolare che per tenersi le poltrone fingono di collaborare a riforme rispetto alle quali non hanno invece alcuna voce in capitolo, tanto da consentire che Renzi di fare come gli pare senza battere ciglio?

Ha perso il M5S nonostante un altro pieno di consensi, che tuttavia non gli sono stati sufficienti per affermarsi in alcuna regione. Eppure stavolta il duo “il gatto e la volpe”, cioè Grillo e Casaleggio, l’avevano pensata giusta, defilandosi dalla campagna elettorale per dare l’impressione agli italiani che i grillini fossero finalmente divenuti delle entità autonome e pensanti e non più quei putti che si muovevano tutti insieme all’unisono ed a comando. Il problema dei pentastellati è che è facile criticare tutto e tutti avendo spesso ragione, dare addosso ai corrotti ed a fare l’elenco delle cose che non vanno e che sono da cambiare in politica, dalla questione morale alla PA, dal rilancio dell’economia alle riforme costituzionali, ma poi si arriva al punto che si dovrebbe dimostrare di avere anche la capacità di proporre, indicando con che cosa e come sostituire quello che si vuole cambiare o cancellare. Da questo punto di vista siamo in alto mare col M5S che continuando a mantenersi arroccato sulle proprie posizioni di fatto si estranea da qualsiasi possibilità di partecipare costruttivamente alla politica del Paese.

Però qualcosa di chiaro questa tornata elettorale l’ha detto:il renzismo si è sgonfiato, si è esaurito prima ancora di cominciare. Ora il premier è preso tra l’incudine dell’opposizione in Senato ed il martello dell’area antagonista all’interno del PD. Lunedì, alla direzione del partito, ci sarà la resa dei conti e ne vedremo delle belle. Sinora Renzi si era fatto forte della prospettiva, con la cura da lui proposta, di raggiungere un largo ed inedito consenso elettorale che avrebbe premiato la sua impostazione “socialdemocratica” dopo l’abbandono definitivo delle posizioni massimaliste ancora attuali con il suo predecessore Bersani. Il new deal renziano si basava soprattutto sullo slogan che il PD sarebbe diventato il partito del 40 % e che i contrari erano quelli che si accontentavano di vivacchiare col 25 %, sempre alla ricerca di alleati con cui coalizzarsi. Dopo le europee Renzi sembrava aver ragione, ma poi dopo sono successe tante cose che hanno dimostrato che quota 40 % è una chimera e che adesso lo pongono in seria difficoltà di fronte agli avversari dentro e fuori dal PD.

Quei due milioni di voti persi per strada gli saranno rinfacciati dai compagni come la conseguenza delle sciagurate iniziative, da un punto di vista di sinistra, che lui si è intestardito a volere portare avanti al di fuori delle tradizioni del partito e senza ricercare il coinvolgimento trasversale delle forze politiche disponibili al dialogo. Passi per l’Italicum che prima o poi sarà nuovamente bocciato dalla Consulta. Quello che a Renzi non sarà perdonato dalla sinistra sono la Riforma del Lavoro e la proposta di Riforma della Scuola. Per quest’ultima, l’attendono al varco al Senato dove la maggioranza rischia come niente di andare sotto. Per salvarsi, Renzi dovrà cedere al ricatto dei suoi oppositori interni e dell’estrema sinistra: discutere su tutto o affossamento della legge così com’è. E qui Renzi, se è coerente, rischia di brutto, anche perchè lui stesso sull’argomento è stato perentorio: “Se la riforma non passa, c’è solo il voto anticipato”.

I margini di manovra sono ridottissimi ed i protagonisti di questa storia, Renzi, il ministro Giannini, il sottosegretario Faraone, la responsabile scuola del PD Francesca Puglisi, e Andrea Marcucci, il superenziano presidente della Commissione Cultura del Senato, sono impegnati in una febbrile attività di messa a punto di ipotesi e proposte. Dalle indiscrezioni che trapelano, pare che l’offerta dei renziani riguardi il rinvio di tre anni della predisposizione dei piani triennali degli organici dai quali i super-presidi potranno operare le chiamate dirette dei neoassunti presi dagli albi territoriali dei vincitori di concorso.
La seconda apertura prevede una più precisa definizione del sistema di controllo che dovrà verificare l’operato dei presidi e fornire gli input per quantificare la parte meritocratica del loro stipendio. Inoltre, viene proposto un intervento di maquillage per annacquare e rendere meno arbitrario il potere di chiamata nominale. Infine, pare che si strizzerà l’occhio anche agli studenti, ai quali verrà proposta una carta sulla falsariga di quella dei docenti, per accedere a servizi sociali vari. Una misura questa dal vago sapore clientelare e di cui appare misteriosa ed aleatoria la copertura finanziaria visto che Renzi afferma di non poter neanche trovare i tre miliardi estorti ai pensionati nel biennio 2012-2013, cui volente o nolente qualcuno, Renzi o chi altri, dovrà restituire loro.

Il clima politico che si è instaurato dopo i risultati delle elezioni rende tutto più difficile per il premier, alle prese com’è con una coperta troppo corta, che se tira a troppo a sinistra rischia di far scoprire il nervo di un Centro già in piena fibrillazione perché si sente sempre meno considerato e decisivo, e che si può pensare sia disponibile a sopportare molto, ma non tutto. Poi ci sono sempre a pesare sui condizionamenti da una parte e dall’altra la questione dei pensionati, la questione morale, le tasse che aumentano anziché diminuire, la ripresina senza occupazione, tutte cose per le quali Renzi si è attirato ovvie e giuste critiche da ogni parte, cosa che certo non contribuirà a trovare le intese che potrebbero favorire le iniziative dell’esecutivo. Anche perché, a ben vedere, il renzismo ha prodotto nel Paese una generale disaffezione degli elettori, il 50 % dei quali hanno preferito andarsene al mare anziché votare – un dato senza precedenti – e nelle 5 regioni appannaggio del PD, in tre si sono affermati candidati governatori anti-renziani, costituendo ulteriori motivazioni per ringalluzzire gli oppositori interni ed indebolire la già poco stabile posizione del premier. Qualcuno si meraviglierebbe se lunedì saltasse il banco?

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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