Anche la CdC boccia la fallimentare politica di Renzi che sta portando l’Italia allo sfascio

Renzi-PadroneRenzi comincia a perdere i colpi. Ad Arezzo, roccaforte rossa, la città più renziana d’Italia, che fu di Amintore Fanfani e di cui ora si è appropriata l’ultra-renziana Boschi che a quello statista dice di ispirarsi spesso (per fare cosa?) è stata strappata a Renzi ed al PD da Ghinelli, neo sindaco dell’importante centro orafo tra i più famosi del mondo. Il premier se lo sentiva, se è vero che prima del ballottaggio non s’è mai fatto vedere in giro da quelle parti. Per non dire di Venezia, dove Brugnero, senza neanche troppo impegnarsi, ha stravinto contro Casson, un burocrate della politica, un ex rossotogato sostenuto dal gotha compatto della sinistra e del PD, area dem inclusa. Giusto per far capire chi avrebbe avuto come sindaco la “città più romantica e famosa del mondo” se non fosse stato per un cittadino armato solo di buon senso che da solo ha travolto la tigre di carta renziana, riferiamo questo episodio.

“Ignaro” Marino, quello cui possono portare via i 19 chilometri di mura aureliane che cingono Roma senza che lui se ne accorga, aveva telefonato a Casson per preannunciargli che a vittoria avvenuta ed a Venezia conquistata avrebbe voluto creare un polo culturale sinergico romano-veneto di risonanza mondiale. A parte che quello che succede a Roma o Venezia dopo 3 minuti gira sui mega-display a caratteri cubitali di Times Square a New York, e senza necessità di alcun contributo fattivo dei sindaci del PD, ma un accordo se valido e di interesse delle collettività di Roma, Venezia, o nazionale, è un qualcosa di riservato ed a titolo personale tra Marino e Casson, o un fatto che dovrebbe vedere il coinvolgimento istituzionale delle due municipalità e della Repubblica? E perchè Marino adesso non lo propone a Brugnero? Ecco, questi sono i personaggi liidi e rancorosi che la sinistra propone. Ma torniamo al premier.

Renzi perde sempre più colpi. Al coro di voci di analisti, osservatori, esperti di economia, voci totalmente critiche nei suoi confronti personali, del suo governo e dei catastrofici risultati ottenuti in un anno di politica senza strategie, ora si è unita ultima, ma non meno importante di altre, anche la voce della Corte dei Conti, la massima istituzione per il controllo dei conti dello Stato. Quella dei giudici contabili è una condanna senza appello perchè non c’è nulla che Renzi possa fare per correggere la rotta, se non quello di sconfessare la sua politica e fare un dietro front, oppure di passare la mano togliendosi di mezzo. Questi non sono gli acidi giudizi di prevenuti oppositori del premier, del suo partito o della sua politica, non sono critiche pretestuose per partito preso. A ratificare il fallimento di Renzi sta la fredda razionalità delle cifre ed il colmo è che le cifre sono quelle che si deducono dal tanto decantato (dal premier) Def (Documento di Economia e Finanza), un documento programmatico che disegna le linee guida della politica economico-finanziaria del governo, il quale Def, stando alle dichiarazioni di Renzi, “se ancora non toglie un po’ di tasse, neanche le aumenta. E poi riduce la spesa pubblica e mette un po’ di soldi per la crescita”. La CdC su queste dichiarazioni che si auto-sconfessano semplicemente leggendo le cifre esposte nel Def neanche si sofferma, ma a proposito di tasse e spesa pubblica mette Renzi con le spalle al muro: aveva detto che avrebbe cambiato percorso, ma non l’ha fatto (ma siamo sicuri che lo sappia fare? ndr). Ergo, o cambia o se ne deve andare.

Quindi sì, è vero, Renzi perde i colpi. Ma cos’è in pratica che non va nella sua politica? Eppure quando parla sembra convinto e sincero e che dica cose giuste. E ne aveva ammaliati tanti quando parlava di meritocrazia, di lotta alla corruzione ed all’evasione fiscale, di liberalizzazioni, di flessibilità del mondo del lavoro, un nuovo fisco equo e giusto, una scuola rifondata capace di preparare le nuove leve ad affrontare il futuro. Il fatto è che tra il dire ed il fare c’è di mezzo la capacità di vedere le cose strategicamente e nel loro insieme a formare un quadro politico articolato che permetta, in relazione agli obbiettivi, di poter operare le giuste scelte di fondo. Renzi non ha queste qualità. Può fare e teorizzare politica, può fare il segretario dei partito, ma è un autodidatta inesperto assolutamente non indicato a fare il premier. Tutto qui. Quando è entrato a Palazzo Chigi un po’ furtivamente, passando dal tetto, anzichè dalla porta, il neo-premier s’è trovato di fronte ad una automobile ridotta ad un catorcio: carrozzeria rovinata e con punti di ruggine, motore fuso, parabrezza incrinato, gomme a terra ed ammortizzatori scarichi, freni non funzionanti. L’Italia era, ed è ancora, così, come un’auto da rottamare.

Con pazienza ed abilità si può sperare di metterci le mani sopra al nostro rottame per farlo ripartire e renderlo fruibile, ma appare evidente che non basta, ad esempio, cambiare le gomme e sostituire il parabrezza per rimetterlo in ordine di marcia. Per far ripartire il nostro rottame occorre attuare una serie ben congegnata di interventi tra loro coordinati e con le dovute priorità. Nel nostro esempio, l’ultima cosa che serve per fare camminare la nostra auto è cambiare le spazzole dei tergicristalli o la riverniciatura della carrozzeria, mentre sono prioritarie la riparazione del motore, il cambio dei pneumatici, la sostituzione delle sospensioni e la riparazione dei freni. Con questi interventi, e tutti insieme, l’auto può riprendere a camminare. Poi, per migliorarne aspetto e funzionalità si possono fare tante altre cose: verniciatura della carrozzeria, riparazione dell’aria condizionata, sostituzione degli specchietti retrovisori e così via.

Fuor di metafora, per rilanciare il Paese Renzi ha fatto una lista di riforme, tutte necessarie, ma che, al di là dei contenuti spesso opinabili che però contano, non ha saputo mettere in un ordine logico di priorità. Per cui ha varato lo Job’s Act, della cui necessità siamo tutti convinti, che è una misura necessaria, urgente e prioritaria, ma che, come si sta dimostrando, da sola non può funzionare per produrre gli effetti sperati. Perchè per funzionare, invece che perdere tempo con le urgenti, ma non prioritarie riforme della legge elettorale, del Senato o su una improvvisata Riforma della Scuola tutta da ripensare, Renzi avrebbe dovuto mettere in cantiere, in parallelo con lo Job’s Act, altre tre riforme, cioè in ordine di priorità, Fisco, PA e Giustizia. E’ questo il nuovo percorso cui si riferisce la CdC, che anche noi nel nostro piccolo abbiamo sempre sostenuto, ma di cui al premier neanche è passato per la testa prendere in considerazione. Ed allora lui è andato in confusione, perchè è convinto di darsi da fare, e si sorprende che nessuno lo lodi e tutti lo critichino. In effetti agisce come un motore che gira a vuoto, che sta sì in moto, ma rischia di andare fuori giri. Nell’elenco di riforme prioritarie non abbiamo inserito la spending review perchè questa la consideriamo fuori lista, fuori concorso perchè è la madre di tutte le riforme, la più prioritaria di tutte, che non costa niente e permette di reperire, come vedremo tra un attimo, molte delle risorse necessarie a ripartire.

Come si diceva, è proprio il nostro frastornato premier a darci le armi per sconfessarlo. Dice che le tasse non aumenteranno e che la spesa pubblica diminuirà. Poi nel Def scrive delle cifre che attestano esattamente il contrario per cui viene il dubbio che il documento glielo abbiano scritto e che lui non l’abbia neanche letto, od oppure che le sue facoltà intellettive non siano il massimo di quelle che ci aspetta per un premier. Facciamo un esempio: fisco e tasse. Il premier afferma che non c’è ancora spazio per ridurle, però almeno non le aumenta. Per quest’anno, il Def di Renzi si aspetta di introitare un gettito fiscale di 786 miliardi di euro, pari al 48 % di tutta la ricchezza nazionale prodotta. Parentesi: si noti che chi ha un lavoro, dalla mattina all’ora di pranzo inclusa lavora per lo Stato, il pomeriggio per se stesso. Nello stesso documento, la previsione di gettito da qui al 2019 è, come direbbero i matematici puri, una “funzione mono-tona crescente senza punti di flesso”, cioè i cui valori crescono sempre sino ad arrivare alla cifra di 881 miliardi. A casa nostra, un qualcosa che passa da 786 ad 881 cresce, non rimane costante come millantano il premier ed il suo codazzo di ciarlatani.

Forse abbiamo decontestualizzato quelle cifre presentandole in modo pretestuoso per avere ragione? Ok, allora passiamo alla spesa pubblica che secondo gli annunci del premier dovrebbe subire un certo ridimensionamento. Vediamo. Quest’anno per funzionare la macchina dello Stato assorbirà 827 miliardi, cioè il 50,5 % del Pil previsto. In altri termini, ciascun italiano esistente in vita (i clandestini, in quanto tali, sono esentati per default) dovrà sborsare 13.800 euro l’anno solo per mantenere in vita il sistema. Da qui in poi, il Def di Renzi proietta al 2019 una crescita progressiva, altra funzione mono-tona crescente di questa voce, sino a raggiungere 864 miliardi. Una cosa che passa da 827 ad 864 miliardi, segnando un incremento di 37 miliardi a noi dà la netta sensazione di aumentare e che quelli che affermano il contrario siano in malafede. Allora mister premier, come la mettiamo? Anche perchè non è mica finita. Scorrendo tra le varie voci notiamo che per i pubblici dipendenti si mette maluccio perchè alla voce salari e stipendi appare la cifra di 165 miliardi, l’unica che non cambia mai e si mantiene costante da qui all’eternità, che nel caso del Def corrisponde al 2019. Quindi, per motivare i dipendenti pubblici in vista della riforma della PA Renzi prevede di non rinnovare loro il contratto nei prossimi 5 anni. Auguri. Come non bastasse poi facciamo una scoperta sorprendente, che nel Def manca quello che dovrebbe esserci, ed invece c’è quello che non dovrebbe esserci. Cominciamo da quest’ultimo.

Alla fine dell’elenco di tutte le voci di spesa possibili ed immaginabili, il bilancio di previsione ne presenta una messa lì che quasi non ci si fa caso : Altre Spese, per 66 miliardi. Ora, se al consiglio di amministrazione di una società il Chief Executive Officer si presentasse con una roba del genere non sarebbe licenziato in tronco, ma defenestrato all’istante, gettato giù di sotto dagli azionisti. Che significa Altre Spese, che c’è dentro che non sia già compreso nella voce “Acquisti di beni e servizi” dentro alla quale ci dovrebbero essere pure i trasferimenti in conto capitale e quelli a fondo perduto? Intanto rileviamo che anche questa voce relativa ai beni e servizi cresce nel tempo, passando dagli attuali 129 miliardi a 137 nel 2019. Ma nonostante questo, si inserisce l’opaca voce Altre Spese per 66 miliardi. In altri termini, Renzi e Padoa Schioppa ritengono di non dovere giustificare ai contribuenti la destinazione di una cifra che rappresenta l’8% di tutta la spesa pubblica e che equivale a due manovre finanziarie. Allora ve lo diciamo noi che cosa si cela dietro a queste cifre. Nei 129 miliardi ce ne stanno almeno 20 o 25 che costituiscono le malversazioni del sistema, cioè le ruberie dei politici, gli sprechi, i costi delle clientele. Poi hanno splittato i trasferimenti in conto corrente, che si aggirano sui 35 miliardi, infilandone 15 nella voce Acquisti di Beni e Servizi e nascondendone 20 tra quei 66 miliardi di Altre Spese.

Qui Renzi ed il governo non hanno alcuna attenuante per aver letteralmente ignorato il problema (e credeteci, siamo buonissimi a dirla così…) ed è qui che la CdC si indigna. Secondo i giudici contabili semplicemente eliminando corruzione e sprechi senza tagliare nulla si potrebbe conseguire un risparmio di 50 miliardi l’anno. Il prof Carlo Cottarelli, cui Renzi finse di chiedere di predisporre un piano propositivo di revisione della spesa pubblica, nel suo rapporto conclusivo segnalò una serie di interventi che avrebbero permesso di risparmiare 35 miliardi, anche in questo caso senza a nulla rinunciare, ma solo razionalizzando il sistema italiano di Welfare. Il piano Cottarelli sta lì, ma è rimasto lettera morta, Renzi ed i suoi non l’hanno neanche letto ed il povero prof, offeso ed indignato, ha lasciato l’Italia per approdare ad altri lidi, al Fondo Monetario Internazionale di New York dove c’è gente più seria e più disposta a considerare il lavoro altrui. Poi non siamo neanche entrati nella giungla dell’evasione fiscale che ammonta a 100 miliardi l’anno.

Nel corso degli ultimi anni, il Fisco ha messo in piedi un’anagrafe tributaria alla quale quasi più nulla e nessuno può sfuggire. Per colpire questa evasione basterebbe fare due cose: incrociare i dati dei contribuenti dell’anagrafe tributaria, e la tecnologia già c’è, manca solo la volontà politica di farlo, ed introdurre finalmente il conflitto fiscale. Attualmente c’è un’enorme area di evasione dell’Iva perchè il contribuente tende a non farsi rilasciare le fatture per risparmiare il 21 % sul costo di molte prestazioni professionali, da quelle del meccanico al dentista, e chi queste prestazioni rende sottrae imponibile al sistema fiscale grazie al non rilascio di fatture. Quindi, per lo Stato c’è una perdita diretta, Iva, ed una indotta, Irpef. Basterebbe però consentire di dedurre dall’Irpef l’Iva versata per mandare in frantumi questo sistema di connivenze, perchè il contribuente, se fossero a costo zero, pretenderebbero le fatture e non ci sarebbero più paraventi per l’evasione fiscale delle categorie professionali. Sono riforme semplici come queste che un governo intenzionato a cambiare le cose ed il volto del Paese metterebbe in cantiere, non stare lì a preoccuparsi dei matrimoni tra omosessuali.

Un’altra cosa che si potrebbe dire con riferimento alla spending review è quella che segnaliamo ricorrendo ad una banale esemplificazione. Renzi, o chi per lui, ha disegnato una riforma della scuola nella quale ha strombazzato ai 4 venti di aver inserito “ben 3 miliardi per professori e studenti”. A parte che in un’altra parte del Def dice un’altra cosa a proposito dei pubblici dipendenti, ma sorvoliamo. Che ci fa Renzi con solo tre miliardi in un sistema come la scuola italiana che per autoalimentarsi assorbe il 97 % dei fondi ad essa destinati? Questo dato indica che se le scuole funzionassero senza che neanche uno studente le frequentasse, comunque si spenderebbe il 97 % dei fondi destinati alla scuola, ma con formazione zero e nessun ritorno per gli studenti e la pubblica istruzione. E’ possibile andare avanti così? Solo per mettere in sicurezza tutte le scuole della Repubblica, e questa sì che è una emergenza più che una priorità, ed introdurre nuovi e più avanzati strumenti didattici e metodologie di apprendimento che includano l’interfacciamento col mondo del lavoro, altro che i tre miliardi ci vorrebbero. Dove li trovi? Solo lavorando sui risparmi della spesa inutile ed improduttiva secondo le indicazioni dello studio di Cottarelli e quelle della CdC, si verrebbero a rendere disponibili tra i 35 ed i 50 miliardi. A questi se ne potrebbero aggiungere almeno un’altra ventina dal recupero dell’evasione fiscale, per cui ecco definito un quadro entro il quale possiamo trovare le risorse necessarie a riformare la scuola, a sostenere lo Job’s Act e gli ammortizzatori sociali, gli sgravi fiscali ad imprese e famiglie, avviando quel recupero di efficienza e di competitività del sistema Italia senza il quale siamo tagliati fuori dall’Europa e dal mondo.

Renzi invece gioca a fare il presidente del consiglio, a volte rendendo ridicoli se stesso e quelli che rappresenta. Dopo l’ultimo, inutile G7, in cui il presunto rottamatore s’è sentito grande tra i grandi, si è voluto interporre tra il G7 stesso e Putin, per fare il facilitatore ed aprire un dialogo con la Russia. Non se l’è filato nessuno ed ha pure perso l’occasione, invece di farsi i selfies con questo o con quello, per far pesare ad Obama che le sanzioni ci costano 3 miliardi e far valere le ragioni dell’Italia. Allora qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che il G7 è un club di veterani, che ogni tanto si ritrovano per una rimpatriata e per rinverdire vecchi ricordi di gioventù tra un brindisi ed una mangiata. Il G7 non è più niente, non conta più nulla. Sino a 20-25 anni fa era il meeting che raccoglieva le sette maggiori potenze economiche del mondo, che nell’ordine erano Usa, Giappone, Germania, Francia, Uk/Italia, Canada. Ora queste gerarchie sono completamente cambiate e se si dovesse fare un G8 in base alla reale forza economica delle nazioni questo vedrebbe tra i propri membri, in stretto ordine decrescente del Pil: Cina, Usa, India, Russia, Giappone, Corea del Sud, Brasile e Germania. L’Italia non conta più niente, lui non conta niente, sino a che non rimetteremo il Paese sulla giusta via e su un nuovo percorso riconquistando peso politico e credibilità. Sulla base dei risultati sin qui conseguiti, un fatto è certo, cioè che non possono essere questo Renzi, questo PD, questa sinistra a rilanciarci tra i Paesi civili, moderni, floridi e democratici, restituendoci la posizione che ci compete sullo scenario internazionale.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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2 Comments

  • giuseppe Reply

    16 giugno 2015 at 3:41 pm

    cito: “dedurre dall’Irpef l’Iva versata per mandare in frantumi questo sistema di connivenze, perchè il contribuente, se fossero a costo zero, pretenderebbero le fatture e non ci sarebbero più paraventi per l’evasione fiscale delle categorie professionali.”
    praticamente il contrasto di interesse che proponeva Berlusconi prima dell elezioni del 2013. Questa é la strada giusta, cerchiamo di “copiare” dagli Usa anche le cose buone!

  • Paolo Reply

    17 giugno 2015 at 9:53 pm

    Che dire? Articolo eccellente, acuto nelle analisi oltretutto presentate con arguzia. Ma ascoltare queste parole, dettate da praticità e buonsenso, vorrebbe dire dover davvero rovesciare quel sistema clientelare di cui si parlava all’ inizio… 🙁

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