Banca delle Marche a un passo dal fallimento. I correntisti perderanno tutto

Sarà il maggior disastro bancario in Italia dopo quello di Calvi e Sindona. Parliamo della Banca delle Marche. L’istituto di credito è un passo dal fallimento. E, come scrive il quotidiano Il Nord, la notizia è sfuggita a tutti i grandi giornali italiani.

“Quello di Banca delle Marche costituisce il maggiore disastro bancario verificatosi in Italia dopo quelli risalenti al secolo scorso dei casi Sindona e Calvi”. Lo scrivono gli avvocati dell’istituto nell’atto di citazione in giudizio per 282,5 milioni di euro di danni presentata al tribunale di Ancona contro gli ex amministratori (tra cui l’ex direttore generale Massimo Bianconi e gli ex presidenti Michele Ambrosini e Lauro Costa) e l’ex società di revisione Price Waterhouse Coopers.

La notizia – sfuggita ai telegiornali nazionali tanto quanto al Corriere e a Repubblica – non è di oggi, ma di un assolato 8 luglio di quest’anno.  Solo il Giornale ne ha scritto, ma si sa, è un “giornale” di parte, avversa alla parte politica di riferimento proprio della Banca delle Marche, e cioè il Pd. Come per Mps.

Nell’atto di citazione in giudizio c’è scritto testualmente: “…c’è prova di un gran numero di irregolarità, carenze e violazioni commesse da amministratori, sindaci e funzionari che si sono succeduti dal 2006 nella gestione di Banca Marche, in quadro impressionante di anomalie e violazioni gestionali, particolarmente riferiti a 37 grandi finanziamenti plurimilionari che sarebbero stati concessi a costruttori e imprese marchigiani e non, senza una adeguata valutazione di merito o garanzie”.

Tradotto: la banca è finita in dissesto con un buco nei conti superiore ai 2 miliardi di euro perchè ha prestato somme colossali ad “amici” che non avevano nè garanzie nè solidità per poter ottenere tali ingentissimi capitali in contanti da Banca delle Marche.

Così, andando a guardare i conti dell’istituto di credito, sono emerse 83 delibere di finanziamento approvate dal cda a luglio del 2008 “in meno di cinque minuti”, il che la dice lunga sull’analisi puntigliosa dei documenti presentati dai richiedenti i prestiti. Ma non è stato un episodio, bensì uno stile: il Comitato esecutivo, cioè il massimo organo operativo della banca, in venti minuti nel 2009 diede l’ok ad altri 78 finanziamenti a clienti importanti nonostante i conti dell’istituto continuassero ad accumulare perdite colossali.

A ottobre sono scaduti i due anni di commissariamento imposto da Bankitalia (dov’era, mentre accadevano le scempiaggii appena scritte?) e se entro il 31 dicembre 2015 il fondo di salvataggio interbancario non finanzierà Banca Marche per due miliardi (al momento ha le casse vuote), in gennaio assisteremo al primo defualt di una banca italiana secondo i nuovi criteri imposti dalla Ue e della Bce: azionisti e obbligazionisti perderanno tutto, corrrentisti idem, sopra i 100.000 euro, fermo restando che per rientrare in possesso dei loro soldi depositati sui c/c anche per importi inferiori ai 100.000 passeranno mesi, tanti, forse perfino anni.

Tuttavia, Banca Marche non è l’unica mela marcia del sistema bancario italiano.

Partendo dal Monte dei Paschi di Siena, passando per la Banca Popolare di Spoleto, e poi per la Banca dell’Etruria, arrivando alla Tercas di Teramo per poi approdare alla Cassa di Risparmio di Ferrara, si percorre una strada che conduce al cimitero degli istituti di credito a un solo passo dalla bancarotta. Avete letto bene: bancarotta. L’insieme dei capitali indispensabili per salvare queste banche fallite – e la data limite è sempre quella, il 31 dicembre 2015 – ha i connotati di una manovra finanziaria: come minimo 10 miliardi di euro, come massimo la catastrofica somma di 30 e c’è chi dice 40 miliardi di euro. In contanti. E non forniti dallo Stato italiano, ma sempre da quel “fondo di salvataggio interbancario” che già farà i salti mortali per recuperarne, sempre che ci riesca, due per la Banca Marche.

E c’è anche un altro aspetto da non dimenticare: in questa infornata di banche in dissesto c’è la politica. Quale politica? Quella del Pd. Infatti, sia le Fondazioni che detengono quote azionarie degli istituti di credito citati, sia le Regioni nelle quali suddette banche operano, anzi, operavano, sono amministrate e controllate proprio dal Partito Democratico il cui segretario di chiama Matteo Renzi.

E non basta. Perfino all’nterno delle stesse banche sedevano in posizioni di vertice personaggi direttamente connessi con il governo Renzi. Un esempio?

Il vicepresidente della dissestata e prossima al fallimento Banca dell’Etruria era Pier Luigi Boschi, padre della ministra delle Riforme Maria Elena. A gennaio 2015 la Banca dell’Etruria è stata “attenzionata” dalla Consob per movimenti “anomali” del titolo in Borsa prima dell’approvazione della riforma sulle Popolari voluta da Renzi. Quattro mesi dopo, il Tesoro ne ha stabilito il commissariamento, adesso siamo al capitolo finale, che verrà scritto col “sangue” o se si preferisce coi soldi dei correntisti, dei risparmiatori, degli ingenui cittadini italiani che credevano che depositare i risparmi di una vita in banca fosse l’unica cosa giusta da fare. E invece, li hanno dati a banchieri gangster associati a una politica marcia fino al midollo.

L’ennesimo danno della finanza creativa di sinistra, capace solo di rovinare le eccellenze italiane, spremere fino all’osso tutto lo spremibile e poi abbandonarlo.

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3 Comments

  • Federico Reply

    4 novembre 2015 at 11:46 pm

    C’era una volta un tale di nome Giuseppe Mussari, un hippy senz’arte né parte arrivato a Siena con lo zainetto. Questo giovane, belloccio e dall’aria alternativa, piacque molto alla sinistra al governo del Comune, perché aveva una caratteristica di inestimabile valore, quella di tenere l’immagine di Che Guevara nello schermo del suo telefonino.
    Decisero quindi che, come minimo, il giovanotto andava fatto presidente della banca locale, il celebre Monte dei Paschi di Siena, la banca più antica del mondo. A quel punto egli stesso si sentì in dovere di mettere in guardia i suoi ammiratori, dichiarando, papale papale, che non sapeva nemmeno scrivere un assegno. “Non ha alcuna importanza” gli risposero in coro.
    Di lì a poco, il nostro piacione portò la banca al fallimento e i contribuenti dovettero andarle in soccorso con una cifretta di 3,9 miliardi di Euro, i quali servirono a dare un po’ di ossigeno alla moribonda, senza però interromperne l’agonia, che continua tuttora.
    Ma tutto ciò non ha grande importanza. L’importante è che i “compagni” abbiano potuto esclamare orgogliosi: “Abbiamo una banca”!
    E così vissero tutti felici e contenti

  • Ciccio Formaggino Reply

    11 novembre 2015 at 2:25 pm

    L’autore dell’articolo dovrebbe informarsi riguardo al fonte interbancario di tutela dei depositi, che copre fino a 100000 euro per correntista in caso di insolvenza bancaria… Quindi scrivere “i correntisti perderanno tutto” è un errore macroscopico ed elementare.

    • Matteo Gianola Reply

      11 novembre 2015 at 5:59 pm

      Da insider del sistema posso dire che l’affermazioe è incompleta ma non è così errata, alla fine.
      Il Fondo Interbancario di Tutela garantisce i depositi fino a 100k € fino ad esaurimento… cosa che non è mai stata sottolieata.
      In caso di default di un istiruto medio piccolo non ci sarebbero, quindi, problemi a garantire queste somme, così come se si ferificassero più default di banche regionali o poco più…
      Ma se saltasse una delle prime due banche italiane?
      UCG e ISP si dividono oltre il 50% del mercato, lasciando agli altri 700 istituti nazionali circa il restante (una volta sottratto il mercato di Bancoposta)… di fronte a dati come questo ci si potrebbe chiedere come facciano a sopravvivere così tante banche sul territorio ma anche se un fondo alimentato con dei trasferimenti annui da parte degli istututi potrebbe garantire realmente tutti i risparmi fino a 100k €?

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