Cinema, presto il docu-film sul figlio convertito al cristianesimo di un esponente di Hamas

11128603_10206465361252067_1204481017_nAveva destato scalpore (e commosso) la storia di coraggio e di redenzione di Mosab Hassan Yousef, classe 1978, un giovane palestinese figlio convertito al cristianesimo di un esponente di Hamas. Sul suo libro diventato best-seller “Figlio di Hamas” (Gremese Editore, 2010) è stato girato un docu-film, uscito quest’anno e intitolato “Il figlio di Hamas – The Green Prince”, con la regia dell’israeliano Nadav Schirman – tra gli attori c’è anche Raz Degan. La pellicola uscirà nelle sale il 23 aprile.
Il protagonista parla con il volto oscurato per motivi di sicurezza, ma le sue affermazioni sono una chiara e netta presa di distanza dall’ideologia paterna. “Mio padre non mi ha insegnato ad odiare” – dice – “ma avevo solo 17 anni e non sapevo cosa altro provare”. Odiava infatti Israele, l’Occidente e aveva partecipato all’intifada palestinese, finendo anche in carcere. Poi però, crescendo, è arrivato a provare repulsione per le attività di Hamas – in particolare per gli attentati suicidi – e si è convertito alla religione cristiana.

In seguito è stato persino reclutato dallo Shin Bet (il servizio di sicurezza interna d’Israele) col nome in codice di “Green Prince”: l’intelligence israeliana aveva bisogno di “uno come lui” per farlo infiltrare facilmente nelle cellule terroristiche fingendo di essere egli stesso un terrorista, pur nella consapevolezza che era come chiedergli di tradire la sua gente. Il ragazzo aveva pensato che l’agente segreto israeliano che era riuscito ad avvicinarlo fosse pazzo, quando gli ha chiesto “Vorresti lavorare per noi?”; temeva che gli avrebbe domandato cose che non poteva fare: “Non si può uccidere suo padre e tenere lui come informatore”, ammette lucidamente l’uomo che l’ha arruolato. E suo padre, militante dell’organizzazione terroristica palestinese, rischiava davvero di essere ucciso, mentre il figlio voleva “salvare la sua vita” e quella di “molte altre persone”: era una questione di responsabilità, dice nel video il protagonista del docu-film. Poi sono arrivate per il giovane le minacce di al Qaeda – perché era considerato un rinnegato – e “A quel punto” – spiega il suo “reclutatore” israeliano – “capì che non era solo un informatore. Lui era sempre stato con noi”. Perciò non potevano lasciarlo solo, dovevano aiutarlo. Mosab ha lavorato per un decennio per l’intelligence israeliana (dal 1997 al 2007) e vive negli Stati Uniti.

Alessandra Boga

Alessandra Boga161 Posts

Nata a Magenta (MI) il 26/08/’80, vive a Meda (MB). Liceo classico, Scienze dell’Educazione all’Università Cattolica di Milano, tesi dal titolo “Donna e islam: la questione del velo”. Ha scritto due libri “Donne la notte” (2009), “Soltanto una donna” (2011). Collabora con “Il Jester”; “Il Legno Storto”, “L’Occidentale”, “Islamofobia”, “Al-Maghrebiya” e la rivista “Genio Donna”

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