Da Amburgo si conferma che gli indiani “costruirono” le prove per incastrare i Marò

Il peschereccio St.Antony, la barca "maledetta" in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Il peschereccio St.Antony, la barca “maledetta” in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Clamoroso autogol degli indiani consumato al Tribunale del Mare di Amburgo dove di recente è stata esaminata e discussa l’istanza di parte italiana perché fosse negata la giurisdizione indiana sul caso Marò – richiesta accordata – e per l’annullamento del dispositivo di custodia cautelare deciso dalla Corte Suprema di New Delhi per i due militari, per la quale il tribunale non ha invece preso decisioni in merito, lasciando in vigore i domiciliari in India per Latorre e Girone. Nonostante in quella sede non si entrasse nel merito del caso giudiziario, gli indiani per imperizia, o per l’innata tentazione di voler sempre fare i furbi, hanno incluso tra gli allegati del voluminoso faldone depositato presso il tribunale di Amburgo contenente la loro requisitoria, atti non pertinenti il giudizio, che ovviamente i giudici non hanno neanche preso in considerazione. Con tale sotterfugio, gli avvocati di New Delhi hanno forse tentato di influenzare i giudici, od oppure lasciare perfidamente intravedere le loro accuse a Latorre e Girone, ma invece hanno finito col fornire evidenti ed oggettivi riscontri, insieme a tanti altri elementi probatori, della piena innocenza dei Marò. Forse qualcuno se n’è accorto nella delegazione indù, però ormai la frittata era fatta e dalla montagna di menzogne sottoposte all’attenzione negata dal tribunale ne sono emerse alcune particolarmente significative.

L’infortunio in cui sono incorsi gli indiani riguarda l’allegato no. 46 del fascicolo processuale che ha per oggetto le “testimonianze” rese da tre dei superstiti della sparatoria in cui hanno perso la vita due degli 11 uomini a bordo del St Antony, nonchè l’allegato no. 4 con le risultanze delle perizie balistiche condotte sui cadaveri delle vittime. Occorre fare una brevissima premessa. Il comandante Fredy Bosco, alle ore 23.30 ora locale del 15 febbraio del 2012, giorno dell’incidente, appena attraccato ad un molo del porto di Neendakara nel Kerala, rilasciò in piena notte una intervista a caldo ai numerosi reporter delle TV indiane, in particolare all’inviato dell’autorevole canale NDTV, il principale canale news 24 ore dell’India, che erano stati avvertiti dalla locale polizia dell’arrivo del peschereccio con le due vittime a bordo. Immagini e dichiarazioni in lingua tamil di quella intervista sono stati immortalati in un video che la difesa dei Marò dovrebbe avere, ma che sicuramente è in possesso, oltre che della fonte, del giornalista Antonio Capuozzo di TGCOM24 che lo ha passato in tv e messo in rete.

In quel video ripreso alle 23.30 Bosco dichiara che “un paio di ore prima”, cioè alle 21.30, si erano visti sparare addosso dal bordo di una grande nave di cui al buio non avevano potuto leggere nè il nome, nè notarne il profilo. L’incidente tra i Marò sull’Enrica Lexie ed i pirati, veri o presunti che fossero, era avvenuto alle 16.30, cinque ore prima. Gli orari non quadravano. Allora, tre giorni dopo, in un’altra intervista Bosco si correggerà, riferirà di essersi confuso, che l’incidente non era successo di notte, ma di giorno, alle 16.30 circa e che la nave era sicuramente l’Enrica Lexie. Ciò premesso, i tre testi, il Bosco e due pescatori che erano a bordo, tali Kinserian ed Adamai, hanno rilasciato dichiarazioni fotocopia, in cui si usano esattamente gli stessi termini messi in fila esattamente nello stesso ordine. Tra le frasi che fanno insospettire “l’indicibile miseria e una agonia della mente ed una perdita di introiti” per descrivere la tragedia della morte dei loro due colleghi pescatori, e che la “loro ordalia non è finita”. E’ verosimile che si tratti di espressioni di poveri pescatori? E che in tre abbiano detto esattamente le stesse parole? Ma c’è anche la controprova, questa frase in cui i tre separatamente dichiarano all’unisono che “onestamente e con la massima integrità alle 16,30 del 15 febbraio 2012 il natante finì sotto il fuoco non provocato, improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi”. Tutti e tre scrivono correttamente il nome dei nostri militari, ma tutti e tre omettono la e finale di Lexie.

Se si ritagliassero le tre dichiarazioni e si disponessero sul vetro di una finestra illuminata tutti i caratteri di parole e frasi si sovrapporrebbero in modo perfetto. In criminologia, se la firma apposta su due documenti è esattamente sovrapponibile si conclude che essi, o almeno uno dei due, siano contraffatti. Le tre dichiarazioni sono state evidentemente replicate con il copia-incolla, e contengono dei termini e costruzioni di frasi assolutamente al di fuori delle possibilità espressive di tre semianalfabeti. Il che fa ritenere che qualche oscuro funzionario della polizia del Kerala, o cancelliere del locale tribunale, sia stato imbeccato sul contenuto delle testimonianze. Una volta costruito il testo secondo le istruzioni ricevute, il solerte funzionario per far prima o per mera disattenzione, abbia poi attribuito col copia-incolla la stessa versione a tutti e tre i testi. Se ne conclude che gli affidavit che contengono le dichiarazioni testimoniali sono FALSI, costruiti con dolo e privi di alcuna validità giuridica.

Un secondo clamoroso infortunio è il ritrovamento tra gli atti della copia del referto dell’autopsia condotta dall’anatomopatologo K. S. Sisikala, che esaminò i cadaveri dei pescatori. Sisikala è un vero luminare della materia che ha dovuto eseguire decine di perizie necroscopiche di poveri pescatori crivellati da colpi di armi da fuoco sparati da pirati, dalla guardia costiera dello Sri Lanka o da concorrenti che ritenevano violati i propri spazi di pesca. Quel referto esclude che le ogive rinvenute nei cadaveri di Valentine Jelastine e di Ajeesh Pink fossero compatibili con i proiettili in dotazione ai Marò, tipicamente quelli di uso comune tra le truppe Nato. Per questo era stata fatto sparire, per cui si può essere certi che gli indiani si siano dimenticati di toglierlo dal mucchio di documenti depositati ad Amburgo come allegato no. 4.

Questo fatto, ora presentato come novità da alcuni quotidiani nazionali, non è nuovo per noi che denunciammo queste manipolazioni degli indiani in un apposito articolo apparso su Qelsi il 10 aprile del 2013, dal titolo ” Perizie taroccate e sparizione del St. Antony: così in India intendono incastrare i Marò”, articolo cui si rimanda per conoscere ogni dettaglio di questo importantissimo capitolo dell’istruttoria del caso Marò. La vera novità è che le nostre anticipazioni non solo si rivelano fondate e veritiere, ma che trovano conferma proprio dalla parte, quella indiana, dalla quale nessuno poteva aspettarsi che arrivasse, anche se solo per un errore maldestro. Ma si sa che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Per comodità di esposizione riportiamo un paio di brani di quell’articolo di due anni fa:

“Messi in galera i Marò, la polizia s’è affrettata il giorno dopo, il 16 febbraio, a recapitare i corpi delle due povere vittime sui tavoli di freddo marmo del Laboratorio di Scienza Anatomo-patologica del Kerala per le perizie di rito. L’autopsia è stata eseguita da una eminenza rispettata e riconosciuta nel campo, il professor Sisikala. Dopo aver passato attentamente in ricognizione anatomica i corpi dei due pescatori come si conviene, Sisikala redige un rapporto circostanziato nel quale, nero su bianco, scrive che i proiettili che hanno trapassato i pescatori (omissis)….sono compatibili con un calibro 7 e 62 lungo, non in dotazione ai Marò. Ma per uno straordinario prodigio, nella copia del rapporto che arriva sul tavolo del magistrato di Kollam, che a ragion di logica dovrebbe essere la stessa firmata dall’anatomo-patologo, il calibro cambia e diventa di 5 e 56, ovviamente compatibile con quello dato in uso alle truppe Nato, e quindi anche ai Marò.

(omissi)… perizia balistica sulle armi. Per capirne di più ci affidiamo a Luigi Di Stefano, un balistico di riconosciuta fama internazionale, perito nel processo per l’incidente del DC 9 Itavia nel cielo di Ustica, l’esperto che ha dimostrato che l’aereo esplose in volo non per colpa di un ordigno situato tra i bagagli nella sua stiva, ma perchè colpito dal missile di un esercito Nato nostro alleato …(omissis)…Ha dichiarato testualmente il Di Stefano dopo aver vagliato tutti gli elementi che riguardano i due Marò con la perizia dell’uomo di scienza : “Il documento balistico esibito dagli indiani è stato palesemente e grossolanamente contraffatto”. La sua indagine parte dai “fermo immagine” scattati sui filmati trasmessi dal Tg 1 e dal Tg 2 della Rai. Per cominciare, Di Stefano aveva già fatto notare che le pagine mandate in onda si limitavano al frontespizio ed alle conclusioni, ovvero che non si fosse fornita nessuna immagine del testo. Nel passaggio riferito a Binki o Pink, una delle due vittime, si vedono addirittura due residui dello scritto originale parzialmente rimosso e sostituito. L’indicazione del mese e il nome sono sulla destra, mentre il resto del documento è ordinatamente allineato a sinistra. La stessa anomalia si ripete quando viene citato il reperto estratto dal cervello di Jelestine, l’altra vittima, a testimonianza del fatto che l’originale e la versione finale del documento non coincidono e non sono state redatte dalla stessa persona.

L’ingrandimento documenta le sbavature di una stampante diversa da quella usata per la versione originale del documento. Perfino la modalità di classificazione cronologica in esso si trasforma: nell’originale è Cr No.02/12, nella manipolazione è Cr. No: 02/12. E’ vero, ci sono solo due puntini in più, ma è una differenza significativa, perchè testimonia del fatto che si sia intervenuti a manipolare il documento originale. Perchè, a quale scopo? “

Concludevamo sottolineando che il 7 e 62 lungo da 31 millimetri è il calibro delle pallottole in dotazione al mitra Pk di fabbricazione russa. L’arma è montata di serie sulle torrette delle piccole unità Arrow Boat in dotazione alla Guardia Costiera dello Sri Lanka.

Infine, nella documentazione prodotta ad Amburgo dagli indiani segnaliamo la perla più fulgida ed abbagliante prodotta dalla loro stupidità, figlia diretta della loro ottusa malafede. Non sapendo più a quale appiglio attaccarsi, gli indiani hanno cambiato impostazione e tattica circa la richiesta di giurisdizione sul caso. Per i Marò l’Italia ha chiesto il rispetto dell’immunità funzionale che taglierebbe la testa al toro e renderebbe inutile la disputa circa il riconoscimento della territorialità del luogo ove avvenne l’uccisione di Valentine Jelastine ed Ajeesh Pink. Infatti, se tale immunità funzionale fosse riconosciuta, e l’India stando alla normativa internazionale la DEVE riconoscere visto che è firmataria dell’Unclos III, il procedimento giudiziario non riguarderebbe più direttamente i Marò, ma aprirebbe un contenzioso tra i due governi e i due militari dovrebbero essere immediatamente rilasciati (si fa per dire, dopo tre anni e mezzo di sequestro). L’immunità infatti va riconosciuta ai funzionari in missione ufficiale in rappresentanza di uno Stato, i quali non sono responsabili delle conseguenze del loro operato se questo si svolge sul teatro operativo e nell’ambito di quanto disposto dal mandato per compiere la missione loro affidata.

In Italia, recependo due Risoluzioni dell’Onu per il contrasto della pirateria in mare, la no. 1970 e la no.1973 entrambe del 2011, in base all’art. 5 del d.l. no. 107 del 12 luglio del 2011 varato dal nostro Parlamento, successivamente convertito il legge il 2 agosto del 2011 no. 130, vennero create delle unità militari specializzate delle forze armate italiane, i cosiddetti NMP, Nuclei Militari di Protezione, poi cooptate nel 2° Reggimento della Brigata San Marco. Il compito dei NMP, inquadrati come detto nella Marina Militare italiana, è quello di fornire protezione armata a navi italiane mercantili e passeggeri in navigazione in spazi marittimi internazionali a forte rischio di pirateria, ed in alcuni casi possono addirittura avvalersi del sostegno di altro personale delle forze armate. In base a questa nuova normativa, voluta dall’Onu e sollecitata anche dall’India, gli armatori possono sottoscrivere dei contratti per ottenere, dietro il pagamento di un premio forfettario giornaliero per ciascun Marò impiegato, servizi di protezione armata di equipaggio, nave e carico, cosa non permessa prima delle decisioni Onu ratificate e recepite dai Paesi membri. Tanto per chiarire, i Marò, cioè i militari dei NMP, sono funzionari dipendenti e stipendiati dallo Stato e non hanno alcun ritorno economico, a parte delle modeste indennità giornaliere quando all’estero in missione, dai contratti stipulati tra Marina Militare ed armatori.

È evidente che l’intervento di dissuasione e protezione preventitiva nei confronti del St Antony, se era il St Antony, perchè abbiamo dimostrato che quello non poteva essere lo stesso natante intercettato dai Marò, rientrava comunque tra le prerogative dei nostri militari che hanno temuto potesse trattarsi di un attacco di pirati su una imbarcazione che non esponeva alcuna bandiera (in spregio delle disposizioni internazionali), navigava a tutta forza su rotta di collisione, ed aveva in coperta numerosi uomini che imbracciavano armi automatiche. Quindi i Marò hanno agito da militari in missione ufficiale e si sono attenuti, come loro prescritto, alle previste regole d’ingaggio. Quindi del tutto legittima e fondata l’applicazione dell’immunità funzionale per il loro operato. Ad essere infondata era invece la richiesta di immunità avanzata ed ottenuta dall’India per 47 suoi soldati, ufficialmente Caschi Blu dell’Onu in missione di pace nel Congo, resposabili accertati da Onu e polizia locale di stupro di donne e bambine e di uccisione di molte delle loro vittime, di traffici illeciti di armi, droga e preziosi e di svariati saccheggi. In quella occasione, l’India invocò l’immunita funzionale per i suoi soldati, che fu riconosciuta da Onu e governo congolese nonostante i loro delitti non rientrassero certo nelle mansioni di peacekeepers, forze di interposizione di pace tra formazioni di belligeranti.

Tutto ciò premesso, nelle carte presentate ad Amburgo per evitare di riconoscere l’immunità ai Marò gli indiani si sono inventati, affermazione ovviamente non suffragata da prove, che Girone e Latorre non sono militari, ma due semplici contractors, cioè due guardie di un corpo privato di sicurezza a pagamento, una sorta di vigilantes per i quali l’immunità funzionale non vale. Siamo curiosi di vedere come il governo indiano potrà giustificare che nel momento del loro “cattura” i due “falsi” Marò indossassero divisa di ordinanza dell’Esercito Italiano, con tanto di piastrine di riconoscimento, e che imbracciassero armi regolarmente registrate Nato. Diranno che era carnevale e che s’erano travestiti? Ma soprattutto ci chiediamo come farà New Delhi a dimostrare che due militari della Nato non sono militari. Peccato che il Tribunale del Mare non avesse la competenza per entrare nel merito delle carte degli indiani, che ci saremmo fatti tutti quattro risate e Latorre e Girone non ci penserebbero più. E’ per questo che in India non passa loro neanche per l’anticamera del cervello di processarli. Con che cosa li accusano se le prove più schiaccianti nei loro confronti sono queste miserie?

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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18 Comments

  • Monica Cappellini Reply

    11 settembre 2015 at 7:00 pm

    LO SAPEVAMO ; MA IL GOVERNO RENZIANO NON SOLO NON SE NE OCCUPA MA NON GLIENE IMPORTA NULLA PER INTERESSE O DISINTERESSE UMANO.
    E POI ORA BASTA
    RENZI NESSUNO LO HA ELETTO è ORA DI BUTTARLO DALLA FINESTRA

  • Federico Reply

    11 settembre 2015 at 7:26 pm

    C’è un’ espressione che ultimamente va molto di moda e che non significa assolutamente nulla. L’espressione è: “COMPATIBILE CON” .
    Questa espressione non significa assolutamente nulla per il semplice motivo che non determina alcunché di preciso e non esclude niente di tutto il resto. Molto più valida, invece, sarebbe l’espressione “incompatibile con”, in quanto non determina niente di sicuro, ma almeno esclude qualcosa di preciso.
    Quindi se io dico, ad esempio, “foro di proiettile incompatibile con il cal.7.62”, non ho determinato il calibro, ma almeno ho escluso che si tratti di un cal.7.62. Se invece dico: foro “compatibile con il 7.62” non ho detto niente di niente in quanto non ho determinato il calibro del foro e non ho escluso nessun calibro, né il 7.62, né nessun altro.
    Pertanto, l’espressione “compatibile con il cal. 7.62” e l’espressione “compatibile con il cal. 5.56” sono del tutto equivalenti per il semplice motivo che ambedue non significano un bel niente.
    Se però uno dei due calibri (o un altro calibro) è “incompatibile” la cosa assume un valore ben diverso. Però per scoprire se un certo calibro è “incompatibile” bisogna cercarlo uno alla volta.
    Pertanto, (al di là della posizione personale sulla vicenda dei marò o sui possibili imbrogli fatti sulle carte), è molto probabile che l’India fosse inizialmente convinta che l’esercito italiano usasse ancora il cal 7.62 Nato e quindi aveva bisogno di sapere se quel calibro era da escludere o meno, e una volta saputo che il calibro attuale è il 5.56 la domanda da porre diventava un’altra. Tuttavia le due conclusioni (la prima sul cal.7.62 e la seconda sul cal.5.56) sono del tutto equivalenti in quanto ognuna delle due non determina un bel niente.

    • Stefano Reply

      12 settembre 2015 at 3:05 pm

      Prova a far passare un oggetto di quasi 8 millimetri di diametro in un buco di 5 e mezzo e ti renderai conto di cosa vogliono dire ‘compatibile’ ed ‘incompatibile’… E non vedo come si possa sostenere che un proiettile potrebbe essere un 7.62 e contemporaneamente un 5.56… Sono oltre 2 millimetri di differenza sul diametro e 8 sulla lunghezza… Pure usando il metro di carta dell’Ikea, invece di un calibro, si potrebbe dirimere facilmente la questione…
      Se poi il dubbio degli inquirenti indiani fosse stato sul tipo di arma in dotazione ai militari italiani allora bastava che guardassero su Wikipedia… Oppure alle armi italiane che già avevano sequestrato… Sempre ammesso che fossero in grado di misurare il calibro…

      • Federico Reply

        13 settembre 2015 at 1:31 pm

        Sono d’accordo con te, ma non hai capito il mio ragionamento. Non so cosa farci, mi dispiace.

      • Paolo Reply

        13 settembre 2015 at 3:38 pm

        Ma infatti, è proprio sulla presenza di un particolare così probante che si rivela tutta la malafede, l’ imperizia tecnica, la goffaggine e l’ arroganza con cui l’ india, fino a questo momento, ha preteso di dirimere questo caso di (in)giustizia. E cosa dobbiamo dire del governo (anzi dei governi) italiani, che hanno accettato supinamente questo comportamento vergognoso, senza dire una parola ed anzi quasi prostrandosi di fronte agli indiani?

        Speriamo che, con l’intervento di Amburgo, la situazione possa finalmente sbloccarsi ed i nostri soldati essere finalmente e definitivamente scagionati.

      • 174VAM Reply

        13 settembre 2015 at 7:02 pm

        Il “problema” per gli indiani è stato proprio quello:
        la verifica delle armi.
        La perizia l’hanno fatta PRIMA di avere a disposizione le armi dei Marò;
        quando POI hanno visto che le armi erano gli AR e quindi di un calibro non compatibile, hanno “pensato bene” di “correggere” la perizia;
        semplice no?

        • Federico Reply

          14 settembre 2015 at 6:34 pm

          Non conosco la vicenda ma, come vedi, avevo immaginato qualcosa del genere.

    • 174VAM Reply

      12 settembre 2015 at 5:57 pm

      No, scusa, ma non sono d’accordo:
      se si effettua una perizia (presumbilmente, si spera, fondata su basi scientifiche) la stessa deve fornire dati CERTI ed incontrovertibili.
      Quindi, affermare che il calibro fosse compatibile con il 7.62, solo perchè “presumibilmente” gli italiani hanno quelli, mi pare una castroneria (degli indiani)
      Se si dice che è 7.62, significa (o dovrebbe significare) che E’ STATO VERIFICATO proprio quel calibro.
      Allora a che servono le perizie? basterebbe chiedere in giro, sentire cosa dice la gente (o magari fare una ricerca su wikipedia se si vuole dare un “connotato più scientifico” alla cosa) e spacciare per certo quanto “acquisito”

      • Federico Reply

        13 settembre 2015 at 1:31 pm

        Sono d’accordo con te, ma non hai capito il mio ragionamento. Non so cosa farci, mi dispiace.

    • Rosengarten

      Rosengarten Reply

      14 settembre 2015 at 11:14 am

      Gentile sig. Federico, lei ha ragione, ma qui l’espressione di compatibilità o di incompatibilità largamente usata in giurisprudenza deriva da una constatazione oggettiva assolutamente incontrovertibile, quella per cui si ammette che è assolutamente impossibile stabilire a posteriori la realtà oggettiva dei fatti esattamente per come essi si sono svolti. Persino quando si è di fronte a rei confessi od a testimonianze oculari attendibili rimane il dubbio di come si siano realmente svolti i fatti. E’ per eccesso di garantismo che si usano queste formulazioni che lasciano spazio a dubbi formali anche quando di dubbi non ce ne sono. Nel caso di Bossetti, ad esempio, la compatibilità del suo DNA con quello ritrovato sulla bambina uccisa è un’ipocrisia, perchè o è il suo o non lo è, fermo restando che il garantismo pretenderebbe che si stabilisse non se è il DNA è suo, perchè lo è, ma perchè, come e quando sia finito sul cadavere di Yara.

      Però, nel caso Marò va fatto un distinguo: la incompatibilità è una condizione necessaria e sufficiente, con terminologia mutuata dall’analisi matematica, per escludere che i Marò abbiano sparato quei proiettili. La compatibilità risulterebbe invece una condizione più lasca, perchè non escluderebbe a priori che possano essere stati loro a sparare e occorrerebbe quindi produrre altri elementi probatori della loro innocenza, non necessari se riconosciuta l’incompatibilità. Nel caso in oggetto non si sono neanche potute analizzare le tracce sulle ogive dei proiettili perchè troppo danneggiate negli impatti, per cui non si è potuta stabilire una corrispondenza biunivoca tra segni lasciati sulle ogive all’uscita dalla canna e le armi che le hanno sparate, che come noto lasciano sui proiettili un’impronta che è una vera e propria impronta digitale peculiare, inconfondibile ed esclusiva di ciascuna arma. In conclusione, siccome i proiettili rinvenuti non sono compatibili con quelli in dotazione ai Marò si può escludere, come dice lei, che loro possano aver sparato quei proiettili con le loro armi contro quel peschereccio indiano. Il fatto che gli indiani abbiano cambiato il referto delle perizie balistiche per non prosciogliere i Marò e rendere artatamente compatibili le conclusioni delle perizie stesse con il fatto che possano essere stati loro a sparare la dice lunga sul tipo di manipolazioni e sul perchè siano state attuate. Sinceramente, all’inizio della storia io personalmente trattavo con distacco e solo con l’atteggiamento neutrale del cronista la vicenda dei Marò. Ad insinuarmi i primi dubbi sulla regolarità e la legalità delle indagini è stato il sequestro (definito illecito ed illegale dalla convenzione Unclos III) per un paio di mesi della Lexie, con reiterate incursioni della locale polizia per perquisire da cima a fondo la nave. Perchè lo facevano? In fin dei conti i Marò collaboravano alle indagini, avevano consegnato le loro armi, avevano consegnato il libro di bordo dal quale si poteva evincere che il peschereccio intercettato non fosse il St Antony, di colore bianco, invece che blu come quello intercettato dai Marò, e rientrato in porto con i 12 vetri della cabina di pilotaggio intatti. Che cosa cercavano sulla Lexie? E’ seguendo giornali e TV indiani che poi l’ho capito: la polizia del Kerala cercava armi che fossero compatibili con i proiettili rinvenuti. Non avendone trovate, hanno cambiato le risultanze delle perizie balistiche. Li avevamo già smascherati due anni fa, ma adesso loro stessi ci hanno fornito la conferma delle nostre conclusioni. Rosengarten

      • Federico Reply

        14 settembre 2015 at 6:30 pm

        Gentile Rosengarten, la ringrazio per la risposta.
        Non entro minimamente nella vicenda dei marò perché non ho sufficienti elementi di giudizio, ma apprezzo molto il suo sforzo giornalistico.
        Condivido tutte le sue osservazioni in materia di diritto. Se le interessa, può trovare qualche mia osservazione sulla risposta che ho dato al sign Paolo.

        Cordiali saluti

  • Paolo Reply

    12 settembre 2015 at 7:56 am

    Sig. Federico, mi trovo nella condizione di doverla contraddire almeno parzialmente, in quanto la sua argomentazione circa i calibri delle armi, non tiene.

    Si tratta infatti di due cartucce profondamente diverse, e non solo per una questione di dimensioni ma per gli effetti che si ottengono sul bersaglio.
    La cartuccia calibro 7.62 (Ex-Nato) è difatti un proiettile risalente (come concezione) agli anni ’60, molto potente e letale, concepita al preciso scopo di uccidere.
    Il calibro 5.56 al contrario, è una cartuccia di potenza molto minore, rispondente alle ultime teorie militari, secondo le quali è più conveniente ferire il nemico, allo scopo di rallentarne i movimenti.

    Gli effetti (su un bersaglio umano) ottenuti dall’ impiego delle due differenti cartucce sono pertanto molto diversi tra loro (come un qualsiasi di balistica potrebbe confermarle) e non possono assolutamente essere sovrapposti o confusi. Di conseguenza, una delle due cartucce esclude l’ altra.

    • Federico Reply

      12 settembre 2015 at 4:40 pm

      Sign. Paolo, la ringrazio per le precisazioni, ma non ha detto nulla che già non sapessi.
      Conosco molto bene la cartuccia 7.62 Nato per averla usata a militare in tre diverse armi: il fucile semiautomatico statunitense Garand a recupero di gas, il fucile automatico leggero italiano (FAL) della Beretta e la mitragliatrice MG 42/59 derivante dalla Spandau tedesca (la falce), a percussore inerziale doppiocorpo, e rivista dalla Beretta nel 59, che portò la cadenza di tiro da 800 a 1300 colpi al minuto. Di quel calibro e di quelle armi, conosco bene gli effetti e anche i difetti (ad esempio, l’MG si scalda troppo e si inceppa spesso).
      Detto questo, se rilegge bene il mio commento, vedrà che la mia non era una discussione sui calibri e i loro effetti, ma soltanto una critica di “ragion pura”, fondata sulla logica, riguardante l’uso che imperversa dell’espressione “compatibile con”, la quale espressione, in realtà,come ho già detto, non significa proprio nulla,in quanto non determina nulla e, nello stesso tempo, non esclude nulla.
      La ringrazio, comunque per la gentilezza.

      • Paolo Reply

        13 settembre 2015 at 3:31 pm

        Sicuramente, da un punto di vista lessicale ed anche tecnico, l’ espressione “compatibile con” è indubbiamente ambigua, e persino fuorviante, in quanto effettivamente non esclude la possibilità opposta.

        Sarebbe meglio dire, per esempio, “coincidente con”.

        C’è sostanzialmente, nella giustizia internazionale e non solo italiana, un tendenza eccessiva al lessicismo (ambiguo) a vantaggio del cavillo, ed a svantaggio dell’ elemento tecnico e materiale.

        Un particolare come quello del calibro dei proiettili rinvenuti in corso di autopsia sulle vittime, è di importanza fondamentale e – suffragato oltretutto da tutti gli altri disponibili – basta ed avanza da solo a stabilire l’ innocenza degli accusati. La sorte dei quali, invece, continua ad essere dipendente dai cavilli.

        • Federico Reply

          14 settembre 2015 at 6:28 pm

          Senza entrare nella vicenda dei marò, concordo in pieno sulla sua osservazione circa l’ambiguità delle espressioni usate nel diritto, introdotte sicuramente allo scopo di poter interpretare o contraddire la regola. Tipica espressione usata a questo scopo è la parolina “di norma”. che trasforma la regola da categorica ad elastica. Es.” L’orario settimanale del lavoratore è di 40 ore”. Si tratta di una frase categorica e indiscutibile. Invece scrivendo: “L’orario settimanale del lavoratore è, di norma, 40 ore” , si rende possibile qualsiasi altro orario giustificandolo semplicemente con la scusa che ci sono esigenze particolari.
          Tornando all’argomento, condivido che si usi l’espressione “incompatibile con” perché essa è categorica e indiscutibile ma non condivido, invece l’espressione “compatibile con” che è, a mio avviso, di una vaghezza inaccettabile perché dipende, oltretutto, dal livello di profondità con cui si sono adottati i criteri per tastare questa compatibilità. Ragionando per assurdo, se, nel guardare il DNA, si osservasse solo se appartiene alla razza umana, allora tutti gli umani presenti al mondo avrebbero il DNA “compatibile con” quello dell’assassino. Se restringiamo il campo al sesso, allora tutti i maschi al mondo avrebbero il DNA “compatibile con” e così via, a seconda dei criteri adottati. Quindi, a mio avviso, solo se si arriva a stabilire l’incompatibilità (e non la compatibilità) si ha qualcosa di valido in mano.
          Il buco è troppo grande per essere un 5,56 ? Benissimo! Allora si deve dire semplicemente: “è incompatibile con il cal 5.56.” Dicendo invece “compatibile con il cal 7.62” si dice solo una frase sciocca che non c’entra niente e non serve a niente. Il buco è troppo piccolo per essere un 7.62?. Benissimo, allora si deve dire “incompatibile con il cal 7.62”. e non “compatibile con il cal 5.56 perché di questa affermazione non ce ne facciamo niente.

      • mario Reply

        13 settembre 2015 at 10:45 pm

        Per prima cosa la cadenza di tiro venne abbassata e non aumentata appesantendo l’otturatore
        seconda cosa:”L’ MG si scalda troppo e si inceppa spesso” non so se parli della mariagrazia per sentito dire o l’hai usata veramente, a tutt’oggi e una delle armi più affidabili in dotazione all’EI e credo pure a livello mondiale.

        • Federico Reply

          14 settembre 2015 at 6:32 pm

          Primo) Non ho mai detto che la cadenza di tiro aumenta appesantendo l’otturatore.

          Secondo) La cadenza di tiro dell’ MG dipende dall’otturatore impiegato.

          Terzo) Quella che usavo io sparava 1300 colpi al minuto e si scaldava al punto che si doveva sostituire la canna ad ogni nastro, cioè ogni 500 colpi.

          Quarto) La mitragliatrice MG si inceppa spesso e volentieri (specialmente quella da 1300 colpi) perché la velocità con cui si tira dentro il nastro è tale che il nastro si muove troppo e il servente fa fatica a servirlo correttamente, ragion per cui è facile che un colpo si metta di traverso all’entrata del castello.

          Quinto) preferisco le mie conoscenze dirette di capitano dell’esercito che non le tue, cercate in giro al solo scopo di contraddire il prossimo.

          Saluti!

  • Federico Reply

    16 settembre 2015 at 4:02 pm

    Non esprimo giudizi di merito sui due marò perché non conosco bene la questione, però vorrei parlare di un aspetto di cui non sento mai parlare ma che ritengo importante.
    Stante che (mi sembra di capire) non è nemmeno chiaro se siano stati loro a colpire le vittime, vorrei dire che, anche nel caso che siano stati proprio loro a sparare ed uccidere i pescatori, questo non fa di loro automaticamente degli assassini (almeno per lo Stato Italiano).
    Questo perché bisogna vedere se essi hanno rispettato o meno le “consegne” avute. Le consegne (oggi le chiamano “regole di ingaggio”) sono le istruzioni che vengono impartite al militare che viene messo a guardia di qualche cosa. Ho sentito tanto parlare del contenzioso con l’India riguardo i marò ma non ho mai sentito dire quali consegne avessero questi due marò.

    Quelli che hanno fatto il militare sanno di cosa parlo, per gli altri illustrerò il caso più banale, cioè quello di una sentinella che viene messa a guardia, ad esempio, del perimetro della caserma.
    La sentinella, all’avvicinarsi di qualcuno (non importa niente se conosciuto o sconosciuto) deve urlare forte e chiaro “Alto là! Chi va là! “. Costui deve arrestarsi immediatamente sul posto. Se non lo fa, la sentinella urla: “Alto là. Fermo o sparo!”. Se l’avvertimento rimane ancora una volta inascoltato, la sentinella spara un colpo di avvertimento in aria e, se anche questo non basta a fermare l’intruso, la sentinella DEVE OBBLIGATORIAMENTE SPARARE CONTRO L’INTRUSO. Queste sono le consegne, universalmente valide e conosciute in tutto l’esercito (con piccole differenze non sostanziali tra una caserma e l’altra), consegne che vengono costantemente ripetute e chiaramente impartite (dal capitano d’ispezione) prima che la guardia monti il suo turno (indottrinamento della guardia).
    Orbene, se la guardia uccide un uomo, RISPETTANDO LE CONSEGNE, egli può andarsene a dormire tranquillo, perché nessuno al mondo gli può imputare niente, anche se ha fatto fuori il Colonnello Comandante. (Addirittura si favoleggia che gli spetti una licenza-premio). Se invece la guardia uccide un uomo SENZA RISPETTARE LE CONSEGNE, allora se la deve vedere col tribunale militare.
    Va da sè che si tratta di regole non da poco, che decidono della vita delle persone e quindi non possono essere improvvisate, né stabilite da umili sottufficiali come i due marò. Ecco, sarebbe importante conoscere bene le consegne che avevano e sapere se le hanno rispettate in pieno. Se le hanno rispettate, loro sono a posto, per lo meno con la giustizia italiana e con la loro coscienza. (Anche se il problema con l’India non cambia).

    Un altra cosa importante che non sento mai dire è da chi prendevano ordini questi marò. Mi sembra abbastanza grave che abbiano messo là un gruppetto di militari semplici e di sottufficiali senza nessun ufficiale che li comandi. Questo perché essi non possono prendere ordini dal personale civile della nave, neanche dal Comandante stesso, se questi non è un Ufficiale di marina in servizio. Per tale motivo, essi, alla fin fine, risultano abbastanza abbandonati a se stessi, al verificarsi dei casi di emergenza. Durante un’ azione a fuoco non può mancare un ufficiale, se non per una causa di forza maggiore che non può essere “perché nessuno ha pensato di mettercelo”. Qui, evidentemente, di comandanti non ce n’erano per il semplice motivo che manca tra gli attori “quello che ha dato l’ordine di sparare”.
    Insomma, sono tutte cose di cui sento poco parlare e che invece andrebbero chiarite bene.

    In definitiva, a prescindere dalla questione giudiziaria con l’India, se la Marina ha messo là dei militari senza ufficiali che li comandino o senza consegne precise, oppure con consegne insufficienti rispetto alle situazioni che possono verificarsi, allora sussistono, secondo me, delle responsabilità a livello superiore a quella dei due marò, responsabilità che non possono essere ignorate tranquillamente.

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