Disoccupazione su, economia e sicurezza giù : Renzi può riporre lo spumante in frigo

renzi-640-nuovaNei giorni scorsi, il clima dentro gli antri di Palazzo Chigi era radicalmente cambiato rispetto a qualche settimana fa e l’eco del celeberrimo brindisi verdiano della Traviata, “Libiam ne’ lieti calici”, che arrivava dal fasto dei suoi saloni, aveva malinconicamente ceduto il passo all’utopistica aria pucciniana “Un bel dì vedremo”, romanza struggente che prelude al suicidio della protagonista Madama Butterfly quando questa, ormai esaurita ogni forma di autosuggestione, si convincerà che l’auspicato “bel dì” forse non arriverà mai. Renzi non aveva esistato ad abbandonarsi a toni trionfalistici, ben assecondato da Boschi, Delrio, Poletti e compari di merende vari, ed a far scorrere spumante a fiumi quando erano uscite le prima stime sull’occupazione dopo il varo dello Job’s Act, cifre che riferivano di 76mila nuovi posti di lavoro a fine gennaio, poi divenuti 92mila a fine febbraio. “La riforma del lavoro funziona, e siamo solo all’inizio” delirò un euforico premier. Peccato per lui, ma soprattutto per i giovani, le donne e lo stuolo di disoccupati di casa nostra che, dopo un quasi insignificante transitorio iniziale, la “bolla occupazionale” si fosse sgonfiata presto, già a marzo. A rianimare il premier ed i suoi aficionados sono stati ieri i dati diffusi dl’INPS in tema di occupazione e di effetti dello Job’s Act, presentati addirittura come un boom del “posto fisso”, inteso come contratto a tempo indeterminato. Ma è così?

Avevamo già rilevato che per la piccola crescita iniziale si era trattato solo di un episodio congiunturale, cosa che confermiamo nonostante l’euforia renziana. Sapendo del varo imminente della legge sul lavoro, molti imprenditori hanno atteso che essa entrasse in vigore per trasformare un po’ delle pletore di contratti part time e precari già in essere in contratti a tempo indeterminato usufruendo dell’alleggerimento della fiscalità prodotto dalla legge. Tutto qui, niente esplosione dei posti di lavoro, anzi. Infatti, secondo le stime dell’Istat, il tasso di disoccupazione ora è risalito al 13 % dopo che aveva toccato un minimo transitorio del 12,7% alla fine del primo bimestre di quest’anno. Ancora più drammatiche le prospettive su base annua, con il tasso dei senza lavoro in aumento dello 0.5 % secondo le proiezioni neanche troppo pessimistiche dell’Istituto ufficiale di Statistica. In apparente controtendenza invece i dati forniti ieri dall’Inps, che parlano addirittura di boom dei contratti a tempo indeterminato. Secondo le cifre fornite dall’Istituto di Previdenza nei primi tre mesi del 2015 il saldo attivo per il lavoro a tempo indeterminato ammonta a 201.151 unità, frutto di 619.826 attivazioni, di cui 122.645 sono trasformazioni di contratti a termine e 26.396 le trasformazioni di contratti di apprendistato, a fronte di 416.675 cessazioni. Ora, se depuriamo il saldo delle attivazioni del numero di trasformazioni che non sono conteggiabili come nuovi posti di lavoro fissi perchè rappresentano solo una stabilizzazione di contratti precari già in essere, ecco che la montagna Job’S Act nel primo trimestre dei quest’anno ha partorito il topolino di 52.110 nuovi posti di lavoro. Non ci sembra un gran risultato su una platea di tre milioni e mezzo di disoccupati, tutt’altro.

Allora chi ha ragione, Renzi e l’INPS od i sindacati, che anche ieri hanno criticato il governo e censurato il suo atteggiamento definendolo un trionfalismo fuori luogo visto che “non s’è creato un solo posto di lavoro in più”? Ci soccorre a risolvere questo dilemma Tito Boeri, il presidente dell’INPS, che nei giorni scorsi, sapendo della discrasia tra dati dell’Ente e quelli dell’Istat, aveva messo le mani avanti, precisando che la differenza tra dati Inps ed Istat dipende dal fatto che quest’ultima fa misurazioni a campione e dà quindi cifre differenti dal dato amministrativo rilevato dall’Istituto di Previdenza. Inoltre, l’INPS include nell’occupazione anche quella autonoma e irregolare, una pratica, questa, che non condividiamo affatto perchè inficia il dato sulla creazione di posti di lavoro. Ad esempio, se un prestatore d’opera come collaboratore viene assunto a tempo indeterminato, nei dati Inps risulta un posto di lavoro in più mentre per l’Istat l’occupazione complessiva non aumenta, com’è giusto che sia. Del resto, lo stesso Renzi, pur tra tanto ottimismo, ha dovuto ieri ammettere che per il momento l’unico aspetto veramente positivo che si verificato è la stabilizzazione di un numero significativo di contratti precari, aggiungendo che questo è “il risultato che il governo si attendeva”. Come a dire che bisogna avere pazienza ed aspettare per cominciare a vedere dei seri effetti dello Job’s Act sull’occupazione. Ma aspettare cosa?

Diamo atto a Renzi di aver varato in qualche modo una riforma che non sarà il meglio di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, ma che è sempre meglio di niente, una riforma che tutti auspicavamo, noi in prima fila, per frantumare la gessatura che irrigidiva il mondo del lavoro. Ma adesso che ce l’abbiamo non funziona. Perché? Possibile che si sia preso tutti un abbaglio? Qui occorre fare una precisazione. Come accennato, una legge di flessibilità del lavoro ha una duplice finalità: stabilizzare i contratti precari, e su questo fronte qualcosa si muove, ma soprattutto creare nuova e crescente occupazione, e qui, su questo fronte non ci siamo. Ancora una volta si verifica con lo Job’s Act quello che da 70 anni si verifica nel Paese: chi ha un posto di lavoro è tutelato ed ha ogni tipo di vantaggio, mentre i disoccupati sono abbandonati a se stessi. Negli anni ’70-’90 i rinnovi di contratto hanno sempre puntato ad ottenere condizioni più vantaggiose per i lavoratori, spesso ricorrendo a scioperi ad oltranza e senza tregua, senza che si fossero mai degnati di alcuna attenzione quelli che il lavoro non ce lo avevano. Cicale invece che formiche, i sindacati hanno sperperato risorse che sembravano inesauribili in negoziazioni in cui l’egoismo era il principio guida, invece della solidarietà ed una previdente programmazione. In una società civile il lavoro deve creare ricchezza e profitti, ma soprattutto altro lavoro e favorire le condizioni perché il sistema produttivo venga costantemente innovato ed ammodernato per conservarne la competitività ed i posti lavoro che offre. Invece, in Italia, sotto la pressione di una sinistra incapace e del massimalismo sindacale siamo andati avanti navigando a vista ed alla bell’e meglio per decenni, sino a quando una crisi devastante non ha messo a nudo tutte le carenze, le inefficienze ed i colpevoli ritardi della nostra politica economica. Ed è scoppiata la disoccupazione, la vera emergenza del momento, più ancora del precariato e dell’apprendistato. Per questo diciamo che lo Job’s Act, nel quadro socio-economico attuale così com’è non funziona, non può funzionare.

Ora, ognuno può decidere dal proprio punto di vista se il premier che avrebbe fatto la gioia di un arguto umorista come Vamba (Luigi Bertelli), l’inventore del Giornalino di Gian Burrasca, sia più sprovveduto che sfortunato. E’ certo che quello che fa distinguere Renzi da ogni altro premier che l’ha preceduto, a parte Monti e Letta che però è dura da inserire nella lista dei Presidenti del Consiglio della Repubblica propriamente detti, è che ha annunciato il suo pacchetto di “necessarie riforme” per innescare la crescita non nel corso di una campagna elettorale, che si è ben guardato dall’affrontare, ma dai bui corridoi da dove ha condotto la congiura che lo ha portato a traslocare a Palazzo Chigi. “Incapaci”, tuonava da dietro le quinte nelle riunioni di partito, “toglietevi di mezzo che vi farò vedere io com’è che si fanno le riforme”. Ed infatti lo stiamo vedendo: il grosso del pacchetto giace dimenticato in polverosi faldoni. Di quelle che ha sottoposto al vaglio del Paese, son passate l’Italicum ed lo Job’s Act, entrambe per decreto ed a colpi di fiducia. La prima è in attesa di essere affondata dalla Consulta per incostituzionalità, la seconda non funziona e vedremo perché, mentre di tutte le altre s’è persa ogni traccia. In effetti, un’altra riforma aveva provato a tirarla fuori dal cassetto, quella della “buona scuola”, tanto buona che s’è affrettato a riporla da dove l’aveva presa. Amen.

All’appello di quelle di cui si parla perché tra le più attese mancano riforme che, a detta di tutti, e da decenni, sarebbero fondamentali per il rilancio dell’economia e la ripresa del Paese, cioè la riforma della Giustizia, del Fisco e della Pubblica Amministrazione. Sono cose dette e ridette – quante volte le abbiamo sentite negli ultimi tempi, da Monti in qua? – ma Renzi niente, cadaverico, non reagisce se non a battute inutili, stonate od offensive. Quante volte s’è argomentato che per attrarre capitali nell’economia nazionale, senza i quali nulla riparte, sia necessario offrire garanzie ad investitori nazionali ed esteri? E come concedere queste garanzie se non rendiamo i nostri tribunali celeri ed efficaci, se non smettiamo di applicare un fisco punitivo e che penalizza la produzione in Italia e se non poniamo fine alla corruzione ed alle clientele con una riforma coraggiosa ed epocale che renda rapida e trasparente la Pubblica Amministrazione, e sradichi il sistema di mazzette e tangenti con le quali si cerca di ottenere ciò che invece spetterebbe di diritto un un Paese giusto e moderno?

Poi ce ne sono altre due di riforme che Renzi neanche considera, ma che sono anch’esse urgenti e di enorme importanza, funzionali a ricreare un diffuso clima di fiducia nel momento in cui pessimismo e scoramento la fanno da padroni sull’animo degli italiani. Con la prima, ci riferiamo più che al rilancio, visto che non ne abbiamo nessuna, alla costruzione creativa di una nostra credibile politica estera che è essenziale per tutelare i cittadini dappertutto in giro per il mondo e gli interessi nazionali di un Paese che fa dell’esportazione e del turismo – culturale e ricreativo – due cardini imprescindibili della propria economia e della possibilità di sopravvivenza nello scenario di mercati mondiali sempre più competitivi ed esigenti. C’è passato davanti come acqua sorgiva fresca e trasparente di ruscello di montagna il semestre di presidenza italiana della Ue. Renzi aveva giurato che nei sei mesi italiani di presidenza gli avrebbe fatto vedere i sorci verdi alla Merkel ed agli altri ed avrebbe sferrato pugni da sfasciare i tavoli di Bruxelles, Francoforte e Lussemburgo. Chi ha notato un qualsiasi gesto, un’iniziativa, una seppur minima traccia che faccia ricordare il semestre renziano in Europa? Ennesima promessa da marinaio del premier, ennesima farsa, ennesima occasione persa dopo essere stata propagandisticamente annunciata.

In Europa non è neanche riuscito a suscitare un serio dibattito sull’annoso problema della immigrazione clandestina che flagella le nostre coste, i nostri territori, la nostra vita quotidiana. Un tragico problema che a sua volta chiama in causa quello della sicurezza e dell’ordine pubblico, che andrebbero rivisti e fatti oggetto di riforma anch’essi, che tanto giustificato allarme sta creando in sempre più vasti settori della pubblica opinione e dei cittadini. Quando si è tentato di sollevare il “problema clandestini” e delle sempre più frequenti ecatombi in mare gli unici a darci un segnale sono stati gli inglesi: “Se volete vi prestiamo un paio di navi, forse pure tre”. Questo è quello che Renzi è capace di raccogliere in giro. Ci vorrebbe un giro di vite sull’ordine pubblico, ed invece disinteresse e lassismo regnano sovrani in questo governo. Bande di extracomunitari ammazzano, rubano, rapinano, stuprano, ma nessuno del governo Renzi che se ne degni. Perché un imprenditore tedesco od americano, ma anche uno italiano, dovrebbe rimanere ad investire qua se poi chiunque lo può rapinare od uccidere a casa sua, gli possono rapire la moglie e violentare le figlie, od oppure che possa ricevere la visita di qualcuno che gli chiede il pizzo senza che nessuno muova un dito per prevenire e contrastare tutto ciò ? E perché gli italiani devono convivere col terrore e l’insicurezza più totale, accettando di poter essere presi a picconate durante una passeggiata, o di essere investiti da stranieri ubriachi, senza patente e senza assicurazione con la certezza che reati e delinquenti restino sistematicamente impuniti?

E’ di questo che parliamo, signor premier, di queste cose. Con l’acqua alla gola ed in questo clima così ostile, che ce ne frega del Senato delle Regioni e dell’Italicum se stiamo senza lavoro, senza risorse vitali, senza certezze per il futuro, insicuri ed in balìa di orde di miserabili e di terroristi che vogliono solo travolgere la nostra civiltà ed il nostro stile di vita? L’abbiamo visto il primo maggio come Renzi ed Alfano interpretano l’ordine pubblico : hanno messo a ferro e fuoco Milano, ma dobbiamo essere contenti che non ci sia scappato il morto. Di che ci lamentiamo? Lasciamo che clandestini e black bloc sfascino tutto e stiamocene zitti e supini a subire, così non si fa male nessuno. Mah.

Ritornando da dove eravamo partiti, cioè alla riforma del lavoro, a questo punto non solo si comprende perchè non funziona, ma ci si rende conto che proprio non potrebbe funzionare se non si cambiano le condizioni al contorno e la cornice entro le quali viene ad essere applicata. Per produrre effetti positivi, lo Job’s Act dovrebbe essere accompagnato da tutta quella serie di misure e provvedimenti cui sopra abbiamo accennato, suscettibili tutti insieme di creare un nuovo scenario entro il quale ammodernare il Paese e rilanciare il sistema produttivo. Tra l’altro, non è che di per sé, ammesso che si riesca ad abbassare di qualche punto il costo del lavoro, i carichi fiscali, se la giustizia fosse più celere e la PA onesta e trasparente poi le cose andrebbero bene per moto spontaneo. Perchè in tutto questo mancherebbero comunque alcuni ingredienti essenziali per far lievitare bene la torta. Se non si favoriscono investimenti capaci di rilanciare l’economia l’occupazione continuerà a stagnare. Questo governo non fa investimenti produttivi, non riesce neanche a spendere i fondi strutturali europei -ancora 12 miliardi per l’anno in corso che dovranno essere restituiti se non spesi entro fine anno – capaci da soli, se ben spesi, di far crescere il Pil del Meridione di 1,5 punti, mentre qui stiamo a giocare con i decimali : sarà + 0,5 o 0,6 % quest’anno? Per rilanciare l’occupazione serve che il Pil cresca di almeno 2 punti, meglio se tre, per cui qui stiamo al cane che si morde la coda: niente sviluppo, quindi niente occupazione; niente occupazione, ergo niente sviluppo.

Per favorire la crescita occorrono anche la capacità di saper progettare lo sviluppo e quella di favorire l’innovazione, due qualità di cui non c’è traccia nel Governo di Renzi e nella sinistra. Professioni e mestieri cambiano rapidamente ed a ritmo incalzante. Basta vedere come agisce un qualsiasi riparatore d’auto, quello che di fronte ad veicolo in panne una volta prendeva lampada e cacciavite, adesso invece si immerge nel cofano aperto col portatile in mano. Od alle miriadi di mestieri, attività o professioni che 20, od anche solo 10 anni fa, quando il cellulare era un vezzo od uno status symbol e non un indispensabile strumento d’uso quotidiano, neanche esistevano. Per dirla alla Visco, il governatore della Banca d’Italia, “Senza innovazione ed investimenti sulla formazione, sul capitale umano, rischiamo di creare una massa infinita di disoccupati, e di emarginati del sistema produttivo”. L’invocata flessibilità del mondo del lavoro rischia, cioè, di essere un boomerang che torna violentemente addosso a chi l’ha lanciato perché di per se rischia di disincentivare le imprese ad investire in innovazione tecnologica facendole accontentare di utilizzare mano d’opera più a buon mercato, di cui peraltro ci si può disfare a condizioni vantaggiose. Basti pensare a come le piccole imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza del tessuto connettivo del sistema produttivo italiano, hanno inteso la flessibilità del lavoro: investimento su contratti precari e part time per assumere giovani cui si sono fatte fare le stesse cose che avrebbero fatto lavoratori senior assai più costosi.

Secondo stime generalmente accettate, il 70 % degli italiani non è in grado di comprendere bene ciò che legge o non è in grado di utilizzare al meglio le informazioni scientifiche e tecnologiche di cui dispone. Per cui se anche si creasse un clima meno ostile allo sviluppo delle imprese ed una nuova mentalità imprenditoriale, rimarrebbe comunque un vuoto culturale da colmare, un aspetto fondamentale cui né Renzi, né il governo prestano alcuna attenzione. Se ne conclude che il rilancio del lavoro in Italia non è solo un problema quantitativo, solo di numero di posti di lavoro da creare, ma è una tematica molto più complessa del mero varo di una legge come lo Job’s Act, un rilancio auspicato e che pone evidenti aspetti qualitativi tutti da indagare e da definire. Quindi, capacità di analisi e progettualità che non appartengono a questo esecutivo, qualità del tutto estranee alla sinistra italiana, da sempre impegnata in teoriche e polarizzate analisi sociali per difendere sprechi e privilegi, piuttosto che mirate a razionalizzare l’uso delle risorse disponibili. Per questo siamo pessimisti sulle nostre sorti a breve termine se non si cambiano carrozza e conducente.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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