Dopo la Francia, il Venezuela: la “voglia di Destra” spazza via tutte le sinistre

venezuelaA pochi giorni dal travolgente successo della Destra moderata francese, ecco arrivare dall’altra parte del mondo, dal Venezuela, la vittoria di una coalizione denominata Mud – Mesa de la Unidad Democràtica – formata da partiti di un fronte denominato la Mesa, cioè il Tavolo, al quale possono sedersi solo non-comunisti dichiarati. Parliamo di un vero trionfo, se possibile ancora più clamoroso di quello decretato dai francesi solo qualche giorno fa al Front National di Marine Le Pen. Si tratta di una vittoria storica perchè non sta solo a rappresentare uno spostamento a destra del Paese e del governo voluto dai venezuelani, ma evoca un evento straordinario che segna la fine dello Chavismo (per i venezuelani ormai sinonimo di SchIavismo), un regime dittatoriale filo-castrista durato 16 anni. In questo lungo lasso di tempo un duro governo para-comunista ha letteralmente messo in ginocchio il Paese e frustrato l’esistenza di un popolo che prima di conoscere le “delizie dei regimi socialisti reali filo e post comunisti” era prospero e tranquillo, potenzialmente annoverato tra i più ricchi del mondo.
Hugo Chavez, il dittatore che viaggiava con la Costituzione in mano, ma solo per poterla modificare e piegare a proprio piacimento per assecondare i propri interessi e disfarsi degli oppositori, e Nicolas Maduro, il delfino di Chavez che ne raccolse l’eredità politica ed il potere quando questi morì due anni fa nel corso del suo il 4° mandato presidenziale (la Costituzione ne prevedeva due…), hanno affamato il popolo venezuelano e distrutto ogni parvenza di economia di quella nazione. Come descritto qualche mese fa in un dettagliato articolo di Qelsi (“Venezuela: il socialismo ha portato alla fame uno dei Paesi più ricchi del mondo”, del 3 agosto 2015), in 16 anni lo chavismo ha pressochè dimezzato la capacità estrattiva del petrolio, passata da quasi 5 a 2,7 milioni di barili al giorno, dopo la cacciata delle compagnie anglo-americane e la nazionalizzazione degli impianti, che peraltro non sono mai stati tenuti al passo dell’innovazione tecnologica, nè oggetto della dovuta ed adeguata manutenzione. Senza tecnici stranieri e senza investimenti, l’obsolescenza degli impianti ha reso necessario importare petrolio da miscelare con il proprio per renderlo commercialmente competitivo e trovare qualcuno che se lo compri. Il Paese quinto produttore di petrolio e con le più grandi riserve petrolifere stimate del mondo importa petrolio. Anche questo è il socialismo.
Ma è tardi, perchè nel frattempo il prezzo del greggio, la cui vendita fornisce il 96 % del gettito del Venezuela, è letteralmente crollato. Due giorni fa, sul listino dei futures di Chicago, il Brent, cioè il greggio della qualità migliore, è sceso sotto la soglia dei 40 dollari a barile, il Wti sotto i 38 dollari. Il Venezuela deve importare Brent da miscelare col suo greggio di pessima qualità per ottenere un prodotto appena accettabile, meno quotato del Wti. La politica clientelare e populista di Chavez prima, e di Maduro poi, che si sono appropriati dei proventi del petrolio da dividere con gli “amici” cubani ed i loro degni associati, ha portato all’azzeramento del sistema produttivo locale, per lo più basato sull’agricoltura e su pregiati prodotti tropicali, per cui il Venezuela deve importare tutto quello che consuma. Nel momento in cui si sono drasticamente ridotti i petrodollari, ecco la crisi sociale scoppiare in modo devastante investendo tutti. La classe media nel Paese non esiste più e tutti sono divenuti “ugualmente” poveri, tanto che i prodotti di prima necessità sono razionati con l’introduzione di tessere familiari. Ecco così realizzata quell’equità sociale promessa da ogni socialismo e che Renzi sta surrettiziamente perseguendo anche in Italia.
Finalmente i venezuelani hanno detto basta, che non ne potevano più. A dare una misura del successo del Mud, al di là dell’enorme significato politico dell’affermazione elettorale dell’Unidad, bastano poche cifre. A spoglio ultimato, i non-socialisti hanno conquistato 112 dei 167 seggi dell’Assemblea Nazionale, il nostro Parlamento, molti di più dei circa 80-85 seggi che i sondaggi centellinati e filtrati dalla propaganda governativa erano disposti a riconoscere loro. In effetti si è adesso scoperto che quelle previsioni hanno costituito l’ennesimo tentativo di truffa del governo socialista per accreditare l’ipotesi che votare per il Mud avrebbe spaccato e reso pressochè ingovernabile il Venezuela. Ci hanno pensato gli elettori a mandare all’aria questa viscida manovra chavista ed a rendere “governabile” il Paese.
Le conseguenze che potrà avere questo risultato sul rilancio della democrazia nel Venezuela sta nei numeri. La maggioranza per governare è di 84 seggi, ma il Mud ne dispone di 28 in più, per cui non solo potrà varare e sostenere un governo forte e stabile, ma con 112 seggi dispone anche della maggioranza qualificata che è posta a 110 voti. Questo significa che il Mud da solo, senza il condizionamento di altre forze politiche, potrà approvare leggi in modo autonomo e rifondare lo Stato e l’economia, ma anche che potrà neutralizzare qualsiasi veto del regime, convocare una nuova Costituente, rimuovere magistrati del Tribunale Superiore di Giustizia collusi col regime, ed addirittura convocare un referendum, od avviare una procedura di impeachment, per “deporre” Maduro che mantiene la carica di presidente della Repubblica, sulla falsariga della procedura di impeachment già avviata in Brasile contro il locale presidente, la socialista Dilma Rousseff.
Insomma, in molte aree del pianeta si conferma il totale fallimento dell’internazionale dei regimi socialisti e di sinistra, governi incapaci e generatori di tutte le corruzioni e di ogni depravazione morale, che hanno dimostrato di non poter trovare soluzione alcuna ai pressanti ed ineludibili problemi posti da un mondo ormai totalmente globalizzato e radicalmente cambiato dall’incontenibile e galoppante sviluppo di ogni tecnologia. Nell’ultimo ventennio sono proliferati dappertutto governi socialisti che a chiacchiere promettevano giustizia sociale, sviluppo travolgente, ecologia a vagonate, pace e prosperità a gogo. Grazie alla cecità della loro politica corrotta e clientelare, tesa solo alla salvaguardia di inamovibili rendite di posizione (se ne parla tanto, ma nessun governo di sinistra ha mai messo mano alla spending review per non mettersi contro i “poteri forti” col rischio di essere politicamente emarginati o di perdere la poltrona), oltrechè a tutelare i privilegi di qualche categoria di intoccabili (che fine ha fatto in Italia la riforma delle professioni? Ed il taglio delle province e delle 7000 inutili partecipate degli Enti locali?), alla fine ci siamo ritrovati alla mercè di una finanza globale avida ed immorale che invece di promuovere e sostenere lo sviluppo ha fagocitato tutte le risorse disponibili con mega-speculazioni fatte di montagne di pezzi di carta e di derivati infetti, il cui valore totale è arrivato a 12 volte quello della somma dei Pil di tutto il mondo, cioè delle economie reali.
Invece di disinnescare guerre e contrasti politico-religiosi i governi di sinistra ci hanno fatto scivolare nostro malgrado in un clima di conflitti permanenti dei quali non si vede la soluzione. Chiedevamo tolleranza e sicurezza per tutti e ci hanno regalato la piaga virulenta del terrorismo fondamentalista dell’Islam. Invece di progredire sulla via del rispetto dell’ambiente e dello sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, ci ritroviamo a camminare con le mascherine antismog sulla faccia ed a lasciare le auto in garage, mentre i ghiacciai, riserve di acqua potabile essenziali per la sopravvivenza dell’umanità, si estinguono al ritmo di chilometri quadrati ogni giorno e la desertificazione continua a distruggere ogni tipo di flora ed a rendere aridi e non coltivabili territori grandi come subcontinenti.
Ma per fortuna qualcosa si muove e la direzione del vento sta cambiando. Per rimanere ai tempi più recenti, venti che tirano forte e tesi da destra hanno investito importanti Paesi di Europa, Asia ed America, e soffiano impetuosi persino in Oceania. Le destre liberali, patriottiche e sociali hanno  preso le redini del governo in molti importanti Paesi o si apprestano a farlo. Nel Regno Unito, dopo una disgraziata esperienza laburista, si sono affrettati a richiamare Cameron. In Danimarca e Norvegia ultradecennali e consolidati feudi della socialdemocrazia, i governi di sinistra sono caduti come foglie morte ad autunno inoltrato e le sorti di quei Paesi sono ora affidate ad esecutivi di destra. Lo stesso di quanto accaduto in altri Paesi provenienti da difficili esperienze socialiste, come in Polonia, in Austria e persino nella paciosa Svizzera dove ora governano le destre euroscettiche rispetto a QUESTA Europa, non xenofobe o razziste, e che chiedono solo di poter controllare e riportare alla legalità il fenomeno dell’immigrazione.
In Spagna un governo di destra c’era già, formato da Rajoy in piena crisi dello spread per trarre il Paese fuori dalla palude, mentre in Portogallo per evitare che Coelho ne formasse uno, socialisti e popolari si sono dovuti mettere insieme ai veterocomunisti ed a settarie formazioni dell’ultra sinistra rivoluzionaria e barricadera, contigua al brigatismo lusitano. Più o meno come fece Prodi nel suo ultimo governo e sappiamo tutti quanti danni abbia fatto benchè sia durato poco prima che il centrodestra di Berlusconi ne facesse polpette. In Paesi come la Francia, ma soprattutto in Belgio, Olanda e Romania, la Destra ha conquistato così tanto terreno rispetto alle sinistre che l’ingresso al governo è ormai solo una questione di tempo, con una attesa che finirà alle prossime consultazioni legislative. In Israele la destra del Likud e di Nethanyau ha stravinto le elezioni di marzo infliggendo una sonora sconfitta ai rivali dell’Unione Sionista che era data invece in lieve vantaggio dai sondaggi. Con questa nuova affermazione, gli israeliani confermano un orientamento politico che da vent’anni affida stabilmente la guida del Paese alla Destra, dopo i disastri dell’ultima drammatica esperienza di un governo laburista, quello di Ehud Barak (1999-2001), liquidato ad appena due anni dal suo insediamento.
In Giappone il leader liberale Shinzo Abe governa con buonissimi risultati da tre anni, dopo che anche lui aveva mandato a casa i socialisti che avevano immiserito i sudditi del Sol Levante con l’adozione di politiche recessive che avevano portato ad elevare le tasse e ad  azzerare la spesa pubblica produttiva per timore dei deficit di bilancio. Nel monarchico Canada, i sudditi di Elisabetta II d’Inghileterra hanno scelto come premier con voto plebiscitario il 43enne Justin Trudeau, indiscussa guida del partito liberale, il quale dopo aver stravinto le elezioni dello scorso aprile, il 4 novembre ha finalmente presentato il suo governo liberale. La compagine si avvale di 30 ministri (in Canada c’è pure il Ministero della Pesca), 15 donne e 15 uomini, quasi tutti under 50. Nei riguardi di Trudeau, ritenuto il premier più sexy del panorama internazionale (Renzi si rassegni e se ne faccia una ragione), molte cassandre s’erano affrettate ad ammonire i canadesi, i nordamericani ed i loro partners europei sul rischio di una sua deriva xenofoba ed autoritaria, ritenendo il nuovo capo dell’esecutivo più qualificato a gestire un night club esclusivo, piuttosto che un governo sotto la gloriosa bandiera con la foglia d’acero. Così xenofobo Trudeau che dei 30 ministri nominati due sono indiani sikh con tanto di turbante, due sono nati in Canada da genitori indiani, ed il quinto non canadese è una rifugiata afghana, la sig.ra Maryam Monsef che 20 anni fa chiese asilo con la sua famiglia, cui è stato affidato il dicastero per le Istituzioni Democratiche.
In Australia, agli antipodi del mondo, è accuduto qualcosa di molto istruttivo per gli italiani, unanimemente considerati dei maestri nell’arte di arrangiarsi. Nel 2013 Tony Abbott, un londinese doc trapiantato in gioventù tra gli aussies e divenuto un conservatore a capo del Partito Liberale australiano, stravinse le elezioni ponendo fine al governo laburista di Julia Gillard. Ma oltre ad attuare il programma di governo presentato agli elettori ha cominciato a smaniare per certe iniziative care ai laburisti, come l’avvenuta introduzione dei matrimoni gay od a vagheggiare misure per l’ambiente gradite ai labur, di nessuna concreta efficacia per l’ambiente, ma che di contro penalizzerebbero pesantemente alcuni comparti dell’economia australiana. Gli è preso qualcosa come a Gianfranco Fini quando, da presidente della Camera, si fece convincere dai prodiani e da gole profonde del PD che se si fosse dissociato da Forza Italia ed avesse mollato Berlusconi scippandogli un po’ di deputati sarebbe diventato il successore di Napolitano al Quirinale. Come è d’uso nella cultura anglosassone  della democrazia, ad Abbott non hanno dato nè tempo, nè modo di procurare danni di tipo consociativo, alla Alfano per intenderci. E l’hanno fatto subito, adesso, tramite la procedura di “leadership spill”, una sorta di mozione di sfiducia all’interno del partito, consumata in un confronto diretto a colpi di punti programmatici da inserire nell’agenda del governo. Abbott è stato battuto da Malcom Turnbull che gli è successo sia come leader liberale, che come premier australiano.
Tornando nel nostro emisfero, possiamo notare che della Germania neppure ne accenniamo perchè là dei socialisti non ne parla più nessuno e per trovarne qualcuno bisogna guardare dietro ad enormi boccali di birra bavarese alla Löwenbräu od alla HB. In prospettiva, per completare il giro di “cambio della dama”, ci si aspetta che i prossimi a togliere il disturbo tra i governi di sinistra dei “grandi” ci siano quello a stelle&strisce dei democratici Usa, anche se Obama continua a farcire il Paese di latinos e di musulmani per allargare il bacino d’utenza populista-clientelare gestito dai democrats. Subito a ruota dovrebbe seguire quello del putto fiorentino, il quale, con i soldi di pensionati e contribuenti, non lesina elemosine e carità per farsi tanti amici, ma che con l’aria che tira, anzi col vento che soffia, forse non gli basterà.
Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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