ESCLUSIVO – Marò, l’ex Ambasciatore italiano conferma: la nave era in acque internazionali, l’India ha mentito

CopertinaMarinai d’Italia, oggi diretto dall’Ammiraglio Gianni Vignati, è da quasi mezzo secolo il mensile della Associazione Nazionale Marinai d’Italia. Sull’ultimo numero è stato pubblicato“La forza del diritto”, riflessioni di Giacomo Sanfelice di Monteforte – fino al 31 dicembre 2012 Ambasciatore d’Italia in India – sul caso Enrica Lexie, in cui sono rimasti coinvolti i due Fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Avendo accettato l’invito dell’Ammiraglio Vignati, che ringrazio, a parlare del contributo in esclusiva, lo farò con questo articolo, rispondendo definitivamente, considerata la fonte autorevole, al più grande dei dubbi su un caso che continua a dividere l’Italia. (Stefania E. Carnemolla)

Giacomo Sanfelice di Monteforte era Ambasciatore in India quando il 15 febbraio 2012 la petroliera italiana Enrica Lexie, su cui erano imbarcati in servizio antipirateria i due Fucilieri del Reggimento San Marco Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, fu costretta a tornare in porto. Una vicenda oscura, che la testimonianza del Diplomatico italiano aiuta ad illuminare. È la prima volta che l’Ambasciatore, su invito dell’Ammiraglio Paolo Pagnotella, Presidente della Associazione Nazionale Marinai d’Italia, interviene pubblicamente sulla vicenda, ripercorrendo il caso fino all’oggi, con il suo “naturale” approdo in ben altre sedi.

Un contributo ricco, quello dell’Ambasciatore, con l’India, macchiatasi di “errori” e “forzature”, accusata di aver voluto celebrare a tutti i costi un “processo farsesco”, con i due militari italiani usati come pedine sulla scacchiera delle lotte di potere tutte interne all’India.

La nave italiana era in acque internazionali, ma fu quella nave che le autorità indiane sequestrarono, sobillate dal proprietario del St. Antony, il piccolo peschereccio colpito, che aveva parlato di spari provenienti da una nave di colore rosso e nero, come la Enrica Lexie, sì, ma, ci si lasci dire, anche come la MSC Don Giovanni, la Olympic Fair, la Kamome Victoria, quel giorno in quelle acque e dileguatesi subito dopo l’incidente. Così come diversa dal St. Antony e quindi, verosimilmente, un natante di pirati della zona, era l’imbarcazione avvicinatasi alla Enrica Lexie.

Scrive l’Ambasciatore: “Sulle circostanze da cui ha avuto inizio il caso dei nostri fucilieri si è scritto tanto, ma nel vortice delle polemiche che lo hanno accompagnato, si è spesso trascurato un aspetto fattuale e giuridico essenziale: una volta che l’Enrica Lexie fu, ingannevolmente e con coercizione, indotta ad entrare nelle acque territoriali indiane e poi nella rada di Kochi, la nave ed il suo equipaggio persero ogni requisito di extraterritorialità (di cui godono in alto mare) e fu pienamente soggetta alla legge indiana. Fu solo allora che l’Ambasciata a New Delhi, ed io personalmente, fummo informati di quanto accaduto. Una situazione di fatto gravemente compromessa, in quanto la Lexie e chi era a bordo, furono, da subito, oggetto di una sequela inarrestabile di azioni unilaterali e coercitive da parte delle autorità locali, in un ambiente eccitato in particolare dal fatto che le due vittime appartenevano alla categoria, numericamente assai consistente e influente, dei pescatori che in Kerala sono circa tre milioni”.

Né fu difficile capire i reali piani dell’India: “Dopo aver messo in atto ogni tutela consolare e contestato legalmente e attraverso i canali diplomatici ognuna delle azioni coercitive indiane, riuscendo a ritardarle e limitarle, si delineò chiaro il disegno delle autorità indiane di processare ad ogni costo i nostri militari”.

Con l’India “decisa a esercitare una ‘giurisdizione di fatto’, da noi puntualmente contestata sulla base dei dati a disposizione sul punto extraterritoriale dell’incidente, rapidamente si chiusero le porte della diplomazia ed iniziò una frenetica ‘guerriglia legale’ da parte nostra – in stretto coordinamento tra Esteri, Difesa ed Ambasciata con la determinazione di chi può solo disporre della forza del diritto”.

Con i due militari italiani in mani indiane e “nonostante condizioni ambientali fortemente avverse” fu tuttavia possibile ottenere la loro “scarcerazione su cauzione”, la “sospensione del processo già avviato in Kerala” e la “licenza natalizia” del 2012, fino a quando il 18 gennaio 2013 la locale Corte Suprema non “riconobbe che il luogo dell’incidente era a 20 miglia dalla costa indiana e pertanto fuori delle acque territoriali dell’India”. Uno scacco alla testarda strategia delle autorità indiane, sempre più in affanno nel “trovare una credibile base giuridica che permettesse all’India di istituire un processo per un incidente accaduto ben al di fuori delle acque territoriali indiane”.

Ciò  che, in fondo, premeva a “tutte le autorità di governo indiane che si sono succedute a New Delhi in questi tre anni e mezzo” era “fare il processo in India ai nostri due Fucilieri di Marina”, sacrificati sull’altare del consenso politico interno.

Chi è l’India, il paese che dal 2012, calpestando il diritto, tiene in ostaggio i due militari italiani, e che ora aspira a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite? Scrive l’Ambasciatore: “La più grande democrazia del mondo”, ovvero l’India, è un Paese dove ogni decisione governativa richiede un vastissimo consenso. Perché anche l’attuale Governo, guidato dal Premier Narendra Modi – che gode di una vasta maggioranza nella Camera Bassa del Parlamento, ma è in minoranza nella Camera Alta – deve ‘barcamenarsi’ ricorrendo a decreti amministrativi per introdurre le necessarie leggi di riforma economica; perché l’India è in perenne campagna elettorale, per il susseguirsi di elezioni nazionali, statali e locali; perché i suoi grandi partiti storici (Congresso, BJP e Comunisti) sono in accesa competizione non solo tra di loro, ma anche con una miriade di partiti locali, sempre più importanti sia nel governo degli Stati che formano l’Unione indiana, sia nella composizione della camera Alta del Parlamento dell’Unione. Ecco, in una situazione così complessa, come potrebbe il Governo indiano muoversi in una trattativa politica bilaterale su di una questione di indubbia rilevanza nazionale, come la crisi apertasi tra Italia ed India sul caso dei nostri Fucilieri di Marina, di propria iniziativa senza preventive, e assai improbabili, ‘coperture politiche’ da parte degli altri partiti e del Parlamento? Per questo, sia il passato Governo del Premier Singh, sia il nuovo Governo, presieduto da Modi, si sono alla fine sempre attestati sullo stesso minimo comune denominatore: ‘processare in India’ i nostri militari, anche se legalmente impossibile!”.

Riferimento

Giacomo Sanfelice di Monteforte, La forza del diritto, in Marinai d’Italia, Anno LIX, n. 11, novembre 2015, pp. 4-7.

@SeCarnemolla

Commenta con il tuo account social

3 Comments

  • monica capellini Reply

    22 dicembre 2015 at 3:57 pm

    LO SAPEVAMO NOI ITALIANI COMUNI ED ANCHE I MARO’;
    MA RENZI PARE NON SAPESSE NULLA
    VIA VIA VIA VADA VIA DALLA SEGGIOLA CHE OCCUPA

  • monica capellini Reply

    22 dicembre 2015 at 3:58 pm

    LO si sapeva che non hanno fatto nn di particolare questi Maro’;
    ma quaolcosa di particolare NON L’ha fatta il ministro o minestro del consiglio: chiudere la vicenda.
    Tanto ha ben altro da fare: vernici, incontri inutili e poi un calcio in bocca

  • 174VAM Reply

    28 dicembre 2015 at 11:55 pm

    e sai che novità:
    bastava guardare i tracciati ais per vedere che la nave non navigava in acque territoriali indiane

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti:

Realizzato da You-Com.it