Eutanasia, principio di esclusione e l’euristica libertaria

belgio-eutanasia-per-i-minori“Se il problema da risolvere è: quale sia la migliore visione del mondo per la pacifica convivenza dell’uomo occidentale contemporaneo con i suoi simili, la risposta è senza ombra di dubbio il LIBERTARIANESIMO.”, chiudeva così l’articolo del 25 ottobre 2014 pubblicato sul Movimento Libertario.
A patto, ovviamente, che l’uomo occidentale si decida a farla sua questa vision (e non voglia invece puntare dritto ad uno scontro di civiltà in tempi più brevi di quelli che potrebbero essere) facendo propri il principio di non aggressione e lo speculare principio di esclusione come norme basilari sulle quali ricalibrare in toto lo spazio dell’habitat civile di quest’area del mondo.

È quasi superfluo ribadire che l’ordito di questa trama possibile basata sul principio di non aggressione e sul principio di esclusione debba essere la difesa della proprietà privata e l’individualismo metodologico.
Se non facciamo un salto indietro sarà difficile però spiegare perché, questa impostazione paventata dell’habitat civile, sia la sola a risultare adatta a non provocare conflagrazioni non gestibili tra le aree culturali, geo-politiche ed economiche che costituiscono la prossemica della società occidentale così come si è venuta a sedimentare fino ad oggi.
Con Hobbes avviene una formalizzazione, non più solo concettuale, di un processo che affonda le sue radici nell’Umanesimo.

L’entità statuale e l’organizzazione sociale conseguente vengono definite, in modo irrevocabile, come terze rispetto a qualsiasi altro rimando di tipo religioso, dottrinale, confessionale che prima di ciò ne costituivano l’ispirazione di fondo.
150 anni di guerre di religione favorirono l’emersione di questa organizzazione sociale nuova, dove il potere temporale e quello spirituale vennero in via definitiva separati.
Questo nuovo modo di concepire le relazioni presenti nella stessa area di mondo, seppur per gradi, venne fatto proprio da tutti gli attori ed i protagonisti presenti sulla scena, senza riserve, e portò alla società così come oggi noi la conosciamo.

Locke fece i passaggi concettuali necessari a sostituire alla centralità del Leviatano i diritti individuali delle persone all’interno delle varie comunità condivise e via via fino ad arrivare ai nostri giorni questo è stato un percorso dal quale non si può tornare più indietro.
È la Grundnorm (norma fondamentale) di tutto l’assetto sociale e civile che noi conosciamo con il nome di Occidente, che ci piaccia o meno.
Non c’è ambito religioso, dottrinale o ideologico che non debba ridefinirsi o essere compatibile di suo con questa norma fondamentale della società occidentale per esserne incluso oppure, in caso contrario, rimanervi fuori ed essere considerato come un vero e proprio corpo estraneo.
Possiamo dal punto di vista concettuale regolare facilmente qualsiasi problema contemporaneo riguardante la convivenza civile riportandolo correttamente alla sua aderenza o meno a questo fondamentale principio di separazione tra ambito civile ed ambito personale della vita umana.

Prendiamo, ad esempio, l’eutanasia. E’ sempre debole, per l’impostazione che si è configurata da Hobbes in poi tra entità statuale e cittadino, qualsiasi argomentazione che voglia normarne il carattere al posto della singola scelta personale di continuare a vivere oppure no effettuata dall’individuo nel pieno delle sue facoltà accertate.
L’entità statale che voglia in qualche modo entrare nel merito di una qualsiasi scelta che riguardi la persona è un’entità che vuole riportare indietro l’orologio della storia e questo non è più possibile.

Gli individui ed i corpi intermedi potranno discutere ed approfondire il tema, ma l’entità statale è sempre parte terza e deve difendere la libertà personale di ognuno di fare tutto ciò che non comporti una limitazione di fare altrettanto agli altri individui.
È una responsabilità dell’individuo, vivere o morire, come e quando vuole, a patto che non leda l’incolumità e la libertà altrui.
Le sue scelte personali sono difendibili dall’entità statale non in virtù della quantità di persone che come lui possono operare la sua stessa scelta, ma in virtù del fatto che questa scelta non violi la Grundnorm sopra descritta.
Questa norma fondamentale della società occidentale non descrive soltanto la vision, ma anche la forza che la sostiene, nel bene e nel male, e che è il sedimento di quasi cinquecento anni di storia e di convivenza civile, faticosa e conflittuale a volte, segnata dal sangue, ma che tanto è ormai.

O la si accetta fino alle sue estreme conseguenze oppure la si mina alle fondamenta!
Un’entità statuale o un’organizzazione sociale basata su questo principio di separazione tra libertà individuali e sfere etico-religiose può vietare ad un individuo di mettere fine alla sua vita solo se in questo suo atto mette a repentaglio quella di altri, perchè in tutti gli altri casi che fine deciderà di fare alla sua vita è un problema che non lo deve e non lo può riguardare (allo Stato).
Difenderà il diritto di chiunque a togliersi la vita, così come difenderà il diritto di chi è contrario, a sostenere che la vita è un dono e non ne siamo padroni noi: questa entità statuale è la vera erede della separazione avvenuta fra Stato e religione.

L’entità statale che abbiamo scelto, come visto, un po’ di secoli fa, per essere coerente con il suo assunto di separazione dalla sfera personale, religiosa, spirituale, ideologica o altro ancora riguardante le preferenze etico e morali di ognuno, non dovrebbe neanche preoccuparsi del contenuto delle offerte formative, semmai soltanto di garantirne il carattere plurale e privato.

Di contro, ridicolo è pensare ad un’istituzione religiosa come la Chiesa cattolica che di fronte ad una pratica di eutanasia accetti di praticare il rito funebre a chi l’ha praticata.
Non si può avere, dice il detto popolare, la botte piena e la moglie ubriaca.
Ognuno faccia il suo, nei rispettivi ambiti, dando il meglio di sé all’interno della norma fondamentale accettata e dichiarata come delimitazione di campo dell’organizzazione sociale.
Anche il principio di esclusione è del tutto ricavabile dalla stessa aderenza o meno (di una pratica civile od un credo religioso che sia) al principio fondamentale che delimita la società occidentale moderna così come si è venuta formando.
L’Islam, per fare un altro esempio, è passabile del tutto nell’applicazione di questo principio di esclusione fintanto che non fa sua la Grundnorm che costituisce la società occidentale.

È un corpo estraneo, non tanto perché storicamente non ci appartiene, perché le rocche delle nostre coste portano ancora i segni incisi sulla pietra di quegli eroi che impedirono agli invasori saraceni di dominarci e razziarci, ma perché non fa parte del suo corredo fondamentale la possibilità di separare l’ambito civile da quello religioso e sarebbe buona cosa sottoporre le comunità musulmane presenti nei nostri territori almeno alle stesse regole che l’Austria ha recentemente imposto loro, oltre a quelle di una migliore regolazione dei flussi migratori provenienti da quell’ambito geografico e religioso.
La forza ed il limite allo stesso tempo della società occidentale sono racchiusi in quella che è la sua norma fondamentale: la separazione tra ambito materiale ed ambito spirituale della vita che non sono concorrenti, ma definiscono due gradi di realtà, ai quali ognuno, senza che l’entità statuale vi debba mettere bocca, può dare la declinazione personale che vuole.
All’interno di questa delimitazione di campo che caratterizza la nostra società, l’euristica libertaria è quella vision in grado di valorizzarne al meglio i presupposti ed il futuro.

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