Film lesbo e pellicole degli amici, pioggia di soldi pubblici: la Direzione Cinema vacca grassa della sinistra

1437477128_55ae29f67dc65I cinematografari di sinistra hanno annusato l’aria e si sono fiondati sul bocconcino tanto da fare ormai a gara nell’annunciare ciack su storie gay. Loro, gli omosessuali, urlano pazzi di gioia: il cinema ci ama. Fossero accorti, capirebbero che sono cavie. Troppo presi dalle loro crociate contro il mondo etero per capire che dietro il classico cinematografaro di sinistra che si dice sensibile alle storie omosessuali si nasconde in realtà chi spera nel botteghino con storie che tirano o che ambisce alla targa del regista politically correct.

In Italia l’isteria è ormai a livelli di guardia, tanto che quando dalla Corte Europea dei Diritti Umani, assai sensibile alle pressioni delle lobby gay, è arrivata la condanna contro l’Italia perché in ritardo su certe questioni, Laura Boldrini, allarmata, ha fatto sapere che sarà una delle priorità, se non la priorità, della Camera dei Deputati. Ora sappiamo quali sono per la Boldrini le emergenze del Paese.

Lo scherzo, si sa, è bello finché dura poco, fino a quando, cioè, non si toccano soldi pubblici per finanziare vezzi cinematografari di sinistra. Uno degli ultimi vezzi è la pellicola, in uscita ad ottobre, di Maria Sole Tognazzi, figlia di Ugo. Una pellicola sull’amore lesbo fra Margherita Buy e Sabrina Ferilli. Le lesbiche già sbavano, un mondo i cui appetiti verranno ora saziati con soldi pubblici, questo mentre sulla stampa compiacente è già partita la campagna a favore della pellicola, missione aprirle la strada, plasmare la massa, far sentire in colpa chi non s’allinea.

Noi, invece, vi parleremo di denaro. Del denaro chiesto al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dove siede il piddino Dario Franceschini, per finanziare il film. Né si può dire che la Direzione Cinema, con le sue commissioni e sottocommissioni e dove si distribuiscono pani e pesci, sia incolore, anzi. Un colore ce l’ha. Rosso, rosso bello spalmato su dirigenti, festivalieri, piccoli produttori, critici con trascorsi in quotidiani falce e martello. Quando Franceschini, con decreto ministeriale, il 25 luglio 2014 nominò la Commissione per la Cinematografia, nell’ambiente più di uno mugugnò, chiedendosi chi fossero “quelli là”, pronunciando a bocca storta “siamo alle solite, gli amici degli amici”, nonostante il Ministero si fosse vantato di aver compiuto quelle nomine dopo selezione mediante “procedura pubblica” e “valutazione dei curricula e delle competenze”.

Money, money, money è il 30 settembre 2014, al Ministero i cinematografari battono cassa. Per il film della Tognazzi della Indigo Film i costi di produzione sono di 4.732.584 euro, al Ministero ne vengono chiesti 800.000, il Ministero ne concede 500.000, che sono pur sempre mezzo milione di euro. Il 30 settembre bussa al Ministero anche Marco Bellocchio, ormai un habitué, per “Fai bei sogni” della IBC MOVIE-UAVAC: produzione 5.045.000 euro, richiesta 1.200.000 euro, concessi 800.000 euro. La lista dei soliti beneficiati è lunga.

E oggi, quanti soldi vogliono, oggi, i cinematografari? Soldi che spesso intascati a un giro vengono concessi al secondo per ben altra pellicola. La Direzione Cinema come bancomat del cinema di sinistra. Esempio: il 31 maggio di quest’anno per “7 minuti” (Goldenart Production) di Michele Placido sono stati chiesti al Ministero, su un costo di produzione di 1.886.950 euro, 700.000 euro; per “Emma” (Lumière & Co.) di Silvio Soldini 1.500.000 euro su un costo di produzione di 3.980.346 euro; per “L’estate addosso” (Indiana Production Company) di Gabriele Muccino 1.100.000 euro su un costo di produzione di 6.548.512 euro. Dopo l’audizione, ancora da fissare, sapremo se gli appetiti saranno stati saziati e in che misura.

Lo scorso 13 luglio c’è stata intanto l’audizione dei cinematografari che avevano presentato la loro istanza di finanziamento il 31 gennaio. Gente sobria, abituata a chiedere bruscolini. Per il film “Festa di una famiglia allargata” (Film 9) di Simona Izzo sono stati chiesti 500.000 euro su un costo di produzione di 1.393.400 euro; per “Dove non ho mai abitato” (Madeleine – Pepito Produzioni – Achab Film) di Paolo Franchi 900.000 euro su un costo di produzione di 3.360.695 euro; per “La serata” (Nuovo Teatro – Palomar) di Sergio Rubini 500.000 euro su un costo di produzione di 1.862.241 euro; per “La verità sta in cielo” (Jean Vigo Italia) di Roberto Faenza 800.000 euro su un costo di produzione di 3.139.000 euro; per “Rosso Instabul” (R&C Produzioni) di Ferzan Ozpetek – un altro che pubblica con Mondadori e che via Twitter sputa fiele contro Silvio Berlusconi condividendo video e articoli del quotidiano La Repubblica – ebbene, per il suo “Rosso Istanbul” sono stati chiesti 1.200.000 euro su un costo di produzione di 7.626.668 euro; per “Un bacio” (Indigo Film) di Ivan Cotroneo sono stati chiesti 800.000 euro su un costo di produzione di 3.403.449 euro; per “Un po’ di felicità” (Lotus Production) di Paolo Virzì 800.000 euro su un costo di produzione di 6.314.964 euro. Quanto concederà il Ministero? Di certo c’è, che anche queste pellicole succhieranno soldi pubblici.

Il cinema di sinistra è triste, noioso, banale, deprimente. Ufficialmente non si dice, ma nell’ambiente si parla, eccome se non si parla. Dal buco della serratura abbiamo catturato alcuni di questi sfoghi. Sfoghi di gente, pentita, di sinistra. Dice uno: “Gli anni della contestazione avevano ridotto al silenzio i buoni artigiani alla Germi, le nuove leve producevano film indigeribili, di giovanotti politicizzati e presuntuosi. Invece di dare idee, gli intellettuali si rifugiarono nell’utopia di un cinema sovvenzionato dallo stato come se fosse teatro dell’opera – senza notare che di opere non se ne scrivono più”.

E un altro, arguto e sarcastico: “Sul fatto che il cinema italiano produca pellicole sovvenzionate ed invendibili nei normali circuiti commerciali è perfettamente vero. Ma i nostri registi sono dei grandi artisti e possono permettersi il lusso di non curarsi del grande pubblico, notoriamente ignorante, per dedicarsi unicamente a quella eletta e sparuta schiera di amici, intellettuali e critici, frequentatrice di fumose e semiclandestine cineteche, dove grande è il successo tributato da spettatori che, perfettamente iniziati al cinema ed alle Botteghe Oscure, si scambiano il favore dell’applauso (oggi io applaudo il tuo film e tu domani il mio, che poi insieme ci dividiamo i 900 miliardi della legge Veltroni). Mica come quei volgaroni di Hollywood che per piacere al grande pubblico fanno addirittura ricerche di mercato”.

E un altro su certe pellicole italiane a Venezia: “Ho seguito le polemiche (giustificate!) sul cinema italiano alla mostra di Venezia. Mi ha fatto sorridere il sentire che quasi nessuno dei film presentati verrà realmente distribuito, ed i motivi sono chiari: qualità a livello di pura e semplice spazzatura. Quindi queste grandi opere escono dal carrozzone sinistrorso dell’industria cinematografica assistita italiana, passano dalla “mostra del cinema di qualità” di turno, dove i “critici” possono fare le loro tirate a volontà e, infine, finiscono dove si meritano: al macero! Purtroppo il biglietto per (non) vedere queste porcate l’abbiamo pagato tutti”.

Il re è nudo.

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9 Comments

  • Andreana Reply

    3 agosto 2015 at 9:10 pm

    La nostalgia del passato cinematografico italiano mi cresce sempre più . Anche in questo campo si pensa all’ introito economico e si trascura il lato creativo e artistico di questo meraviglioso mezzo di comunicazione . Vergognosa la sinistra che sovvenziona queste pellicole scadenti che cavalcano superficialmente argomenti di dolorosa attualità’ solo per permettere ai loro amici cinematografari di girare storie che tirano al botteghino .

  • roberto Reply

    5 agosto 2015 at 9:45 am

    il fatto che vi diano tanto fastidio i film sui gay(quando basterebbe non andare a vederli), la dice lunga sul vostro atteggiamento.

    • Stefania Elena Carnemolla Reply

      5 agosto 2015 at 2:57 pm

      C’è caldo, non dimentichi di ritirare dal terrazzo le piume di struzzo che indossa quando va a sculettare al Gay Pride

      • roberto Reply

        5 agosto 2015 at 4:27 pm

        non è con una battuta da scaricatore di porto che riuscirai a nascondere il fatto che non sai cosa rispondere. ci sono un sacco di film pessimi sovvenzionati dallo stato, ma tu te la prendi solo con quelli che parlano di omosessualità. chiediti il perchè.

        • Stefania Elena Carnemolla Reply

          5 agosto 2015 at 4:51 pm

          Per le crociate contro il mondo etero, c’è La Repubblica, torni a casa. Noi di Qelsi, cosa vuole, liberi, coraggiosi e indipendenti come siamo scriviamo e pubblichiamo ciò che vogliamo. Il suo atteggiamento da psicoterapeuta dei poveri, poi, la dice lunga sull’arrogganza di un certo mondo. Poichè lei non ha nemmeno letto tutto l’articolo, nemmeno si è accorto che noi facciamo i conti in tasca a tutti. I soldi sono pubblici e come tale preferirei che venissero destinati a cose più importanti, come a quelle persone indigenti che scavano tra rifiuti per sfamarsi, questo mentre gente come lei passa il tempo a gingillarsi in pensieri oziosi. E non dimentichi le piume sul terrazzo, c’è caldo.

        • Stefania Elena Carnemolla Reply

          5 agosto 2015 at 4:57 pm

          Allora, signor Roberto, raccontiamo chi è lei. Lei è Roberto Baldi, grande frequentatore di festival al Gay Village. Gli archivi dei giornali come il mare prima o poi restituiscono tutti. La Repubblica articolo del 1° agosto 2003: “Una notte a tutta dance con gli Stylophonic”: Ritmi electro, drum’ n’ bass e hip hop per una notte a tutta dance con il live degli Stylophonic. Questa sera arrivano al Gay Village per la serata “Go Dance”, una sorta di festival dedicato alla dance, Stefano Fontana, Saturnino, Roberto Baldi, Ariane Schreiber e Peter Goodney”. Link articolo, prego: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/08/01/un-notte-tutta-dance-con-gli-stylophonic.html

          • roberto

            11 agosto 2015 at 7:17 pm

            non sono roberto baldi e non frequento festival gay. questo tuo metodo di cercare di sminuire il tuo interlocutore cercando di incasellarlo in categorie che tu ritieni inferiori è tipico di chi ha bisogno di credere che chi non è d’accordo con lui sia mosso solo da scopi biechi. “non sei d’accordo con me? è perchè sei un poveraccio”. questo è il tuo modo di ragionare. continua a prendermi in giro, dimostra quanto sei superiore…

  • attilio raffaghello Reply

    17 agosto 2015 at 9:57 am

    L’errore in cui si andra’ incontro e’ quello di creare una casta dei gay,che vedendosi,non dico emarginati(la loro esistenza e’ piu’ che logica)ma un po’ scartati,daranno sempre opportunita’di lavoro e favori ai loro simili.

  • Paolo VII Reply

    31 agosto 2015 at 10:17 am

    Gay o etero che siano, nessun film dovrebbe essere prodotto con i soldi dello Stato. Fare cinematografia dovrebbe essere un’impresa come tutte le altre: se va bene ci si guadagna (e molto!), se va male si resta in mutande. Punto.

    Ah già… dimenticavo che siamo in Italia.

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