Girone resta in India più per colpa di politici e magistrati italiani, che di giudici indiani

imagesIn merito alla vicenda dei nostri fucilieri del San Marco i giudici dell’Itlos, il Tribunale del Mare di Amburgo, sono i primi a sapere di avere emesso una sentenza che lascia tutti scontenti, iniqua sul piano morale ed incongruente su quello giuridico. Ma cos’altro avrebbero potuto fare sulla base dei presupposti autolesionistici creati dalla stessa parte lesa nella questione da dirimere? Lo sanno i giudici amburghesi che hanno raggiunto un compromesso che è un obbrobrio inguardabile, ma era tutto ciò che obbiettivamente potevano decidere per cercare di salvare capra e cavoli in una situazione che le iniziative italiane, o meglio le non iniziative italiane, avevano largamente compromesso in senso sfavorevole al rispetto dei diritti dei Marò. Se è stata l’Italia stessa a mortificare il diritto alla possibilità di difesa dei nostri militari, perchè un tribunale chiamato a prendere una decisione difficile per un caso senza precedenti avrebbe dovuto non tenere conto di questo fatto, dando esso ai Marò quella libertà loro negata dal proprio Paese che li aveva mandati in missione in giro per il mondo senza tutelarne immagine e sicurezza e garantirne l’immunità funzionale, anzi consegnandoli ai loro sequestratori?

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L’Itlos ha inequivocabilmente affermato una cosa giuridicamente ineccepibile, cioè che l’India, che non l’ha presa bene, non può arrogarsi il diritto di decidere unilateralmente di avere la giurisdizione sul caso Marò. Ergo, l’India stessa, secondo quanto sentenziato dal tribunale, deve sospendere qualsiasi azione o provvedimento giudiziario in corso, nonchè astenersi dall’intraprendere qualsivoglia ulteriore azione nei confronti dei nostri due fucilieri sino a quando la disputa sulla giurisdizione sul loro caso non sarà risolta dalla Cap (Commissione permanente di arbitrato) dell’Aia. A New Delhi non è parso vero potersi immediatamente allineare a questo disposizione dell’Itlos mostrandosi rispettosi e collaborativi. Dopo avere messo in campo ogni tipo di menzogna, di volgare manipolazione ed avere accampato le scuse più vergognose per perdere tre anni e mezzo di tempo e non arrivare ad una soluzione equa per Latorre e Girone, e nemmeno ad uno straccio di processo-farsa che avrebbe messo in luce il loro squallido complotto, ora si vedono legittimati a stare fermi, a lasciar passare il tempo senza fare niente. Questa possibilità non se la sono procurata loro, ma gliela abbiamo offerta su un piatto d’argento noi stessi, l’Italia e la sua fatiscente ed immorale classe politica, malamente assecondata da una magistratura colpevole ed obbiettivamente connivente.

Noi non ci nascondiamo dietro ad un dito. Lo scorso 10 luglio, in un articolo pubblicato da Qelsi cui rimandiamo per ogni ulteriore approfondimento (“Ecco come Monti, Passera, De Paola ed una procura “assente” hanno consegnato i Marò agli indiani”) abbiamo spiegato i retroscena che hanno precluso il ritorno in Italia dei Marò e fatto nome e cognome di coloro che sono oggettivamente responsabili dell’incresciosa ed ignobile vicenda di cui ancora oggi essi sono incolpevoli vittime sacrificali. Certo, l’Itlos ha commesso un evidente e gravissimo errore giuridico : come si può contestare all’India l’abuso di essersi avvalsa della propria giurisdizione per indagare sulla morte di due pescatori senza al tempo stesso inficiare le decisioni scaturite da quell’abuso? Se si decide che l’India non poteva sentenziare o disporre alcunchè nei confronti dei Marò, per logica consequenza anche le disposizioni relative alla loro custodia cautelare avrebbero dovuto essere dichiarate nulle ed inefficaci. Invece l’Itlos questo non lo ha detto e la ragione è semplice : per ben due volte l’Italia si è venuta a trovare nella situazione di potere trattenere i Marò come indagati per omicidio, ma si è rifiutata di farlo rispedendoli in India. Perchè un tribunale terzo, peraltro incompetente per l’attribuzione di giurisdizione, avrebbe dovuto opporsi con atto d’imperio a quanto apparentemente deciso di buon accordo dalle due parti contendenti?

Come spiegammo nell’articolo richiamato, l’India ha disposto la custodia cautelare dei Marò, ma in effetti sperava che l’Italia se li riprendesse per trarsi d’impaccio, salvare la faccia e persino per potersi atteggiare a vittima dell’arroganza italiana. In due occasioni New Delhi ha concesso a Latorre e Girone licenze a termine per tornare in Italia, una per un Natale, l’altra per partecipare al voto alle elezioni politiche. Negli affidavit sottoscritti dall’ambasciatore Mancini per garantire il ritorno in India dei due militari era stata inserita una clausola che gli indiani avevano fatto finta di non notare, chiudendovi sopra non uno, ma entrambi gli occhi, con la quale si sarebbero potuti trattenere Latorre e Girone in Italia. In quell’affidavit c’era infatti una frase con la quale si affermava che “l’Italia si fa garante del ritorno dei due Marò in India, fatte salve le garanzie costituzionali dell’Italia e nell’ambito del loro esercizio”. Ora si dà il caso che la Procura di Roma avesse già da tempo aperto un fascicolo sui Marò indagati per duplice omicidio volontario, un reato per il quale, in base alle prerogative della giustizia previste nella Costituzione italiana, l’azione penale è OBBLIGATORIA. Quindi non si sarebbe trattato di nessuna furbiza all’italiana se Latorre e Girone fossero rimasti in Italia, a disposizione della magistratura italiana mentre si conducevano le indagini e la fase istruttoria per il reato di duplice omicidio avvenuto su una nave italiana in acque internazionali, secondo quanto previsto dalla nostra Costituzione e dal Diritto Internazionale che ci consegnava la giurisdizione del caso.

Ad Amburgo si sono trovati di fronte ad una situazione in cui una nave italiana diretta a Gibuti e già molto in là in acque internazionali ha invertito la rotta per consegnare i due militari italiani alla polizia del Kerala. Poi che i due sono stati dapprima trattenuti, e poi tratti in arresto, come indagati per duplice omicidio, ma che nonostante questo per ben due volte sia stato loro concesso di tornare a casa, sempre rispediti indietro in India benchè ci fossero tutti i presupposti legali per trattenerli definitivamente in Italia. Non solo; perchè a prescindere dalle licenze, l’Italia ha anche VOLUTAMENTE e vigliaccamente ignorato il disposto costituzionale che impedisce l’estradizione di chicchessia dal nostro Paese, italiano o straniero, persino di terroristi conclamati assassini, verso Paesi in cui per il reato di cui li si accusa ricorre il rischio di condanna a morte. In India per l’omicidio volontario, il reato allora contestato a Latorre e Girone, è prevista la forca per cui i Marò non avrebbero potuto essere estradati in India neppure se, in via puramente ipotetica, se ne fosse accertata la colpevolezza, caso in cui avrebbero dovuto scontare in Italia un’eventuale condanna. Insomma, li abbiamo consegnati noi all’India e per ben due volte ci siamo rifiutati di tenerceli a casa, nonostante il rischio che fossero condannati a morte. E’ in base alla valutazione di questi fatti che il Tribunale del Mare ha fermato l’azione giudiziaria dell’India, ma senza censurarne una decisione, quella di trattenere i Marò in stato di prigionia, che per come sono andate le cose può essere ritenuta addirittura condivisa sottobanco dalle due parti.

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Ora le cose si complicano maledettamente. Salvatore Girone rischia di essere trattenuto in India per altri 3-4 anni, cioè sino a conclusione della procedura arbitrale da avviarsi all’Aia. Come non bastasse, Girone rischia di scontare le conseguenze della decisione che dovrà essere presa a gennaio del 2016 per Latorre, cioè alla scadenza della licenza concessagli per motivi di salute. E’ da escludere che il Marò pugliese possa essere consegnato agli indiani, ma questo potrebbe scatenare vigliacche ritorsioni nei confronti di Girone, a cominciare dal suo trasferimento in un fatiscente carcere comune, che potrebbe divenire un ostaggio in mano a degli aguzzini in cerca di rivalsa. A questo nessuno ci ha pensato, eppure era una conseguenza importante da considerare quando si è deciso per l’arbitrato, muovendosi di conseguenza. L’unica cosa che si può fare giunti a questo punto è di mobilitare l’opinione pubblica internazionale avviando una campagna in sede Onu ed Ue per la difesa dei più elementari diritti umani dei Marò. Da Bruxelles lo scorso gennaio è arrivato un segnale forte quando si decise di interrompere la trattativa pressochè conclusa per l’avvio dell’FTA (Free-Trade Agreement, accordo commerciale di libero scambio) tra i 28 paesi Ue e l’India sino ad avvenuta liberazione dei Marò italiani. Ora sarebbe altamente auspicabile che tutti ci rimboccassimo le maniche, il governo, le istituzioni, la pubblica opinione, e ripartire da lì.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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