I deportati sovietici trattati come gli ebrei ma dimenticati dalla storia

GulagRicordare è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo. Rileggendo “Il grande terrore” di Robert Conquest viene un po’ di rabbia, soprattutto nella parte in cui si parla del sistema dei campi di lavoro sovietici (i famosi Gulag, per intenderci). Tra i più famosi c’erano quelli della Kolyma, una zona all’estremo est russo, sconosciuta sicuramente alla gran parte di voi. Conquest racconta le terribili condizioni che milioni di deportati furono costretti a sopportare durante le grandi purghe. Subirono gli stessi trattamenti riservati agli ebrei dal nazismo, eppure oggi nessuno si ricorda di loro, nessuno ne parla, nessuno ha istituito una giornata della memoria per commemorarli. Perché? La riposta è alquanto chiara. Ci sono morti di serie A e morti di serie B, morti che vanno ricordati e morti che vanno dimenticati. E’ stato sempre così e così continuerà ad essere. La storia la scrivono i vincitori. Sono loro che possono permettersi di scegliere chi e cosa va ricordato.

“La maggior concentrazione di campi era nella zona mineraria aurifera di Kolyma, che faceva base a Magadan. […] Il tratto intermedio della via degli schiavi per Kolyma era il viaggio per mare da Vladivostok a Magadan in battello, con migliaia di prigionieri rinchiusi nelle stive; il viaggio durava otto o nove giorni e ispirava un vero terrore. […] All’arrivo a Nagaevo innanzi tutto “gli ammalati venivano portati a terra su lettighe lasciata poi sulla spiaggia in file serrate. I morti venivano accatastati ordinatamente in modo da poterli contare perché il numero dei certificati di morte corrispondesse esattamente”. I sopravvissuti si trovavano in una terra sconosciuta. Il solo bacino del Kolyma è grande quasi quanto l’Ucraina, è terribilmente freddo: la temperatura può raggiungervi i 70° sotto lo zero. Per i prigionieri il lavoro all’esterno era obbligatorio fino a che la temperatura non raggiungeva i 50 gradi sotto lo zero. Nonostante questo, nel 1938 nel campo di Dal’stroj le pellicce erano proibite, ed erano permessi soltanto indumenti imbottiti. […] Un prigionieri di Kolyma osserva che ben di rado è possibile vivere con la razione del campo per più di due anni. Al quarto anno al massimo, il prigioniero non è più in grado di lavorare, e al quinto è impossibile che sopravviva. […] Un articolo sovietico del 1988 riferisce che su cento internati della Kolyma, solo due o tre sopravvivevano. In un campo della zona descritto sulla stampa sovietica i residenti facevano una giornata di lavoro di dodici ore. La razione di cibo per chi aveva raggiunto la norma era di 800 gr. di pane al giorno. Non aver raggiunto la norma, qualunque fosse la ragione, comportava automatica una riduzione della razione di pane a 500 grammi che era già al di sotto del livello dell’inedia: un’ulteriore riduzione a 300 grammi significava morte certa”.

Robert Conquest, “Il grande terrore – Gli anni in cui lo stalinismo sterminò milioni di persone”

Commenta con il tuo account social

0 Comments

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti:

Realizzato da You-Com.it