I limiti del sindacalismo di destra

ugl Ogni anno, a partire dal 2009, ha visto un nuovo grande accordo tra industriali e sindacati. Ogni accordo sembrava di portata epocale, destinato a cambiare le cose per chissà quanto. Eppure ci risiamo, è partita l’ennesima discussione su un nuovo modello di contrattazione contrattuale. Molti contratti collettivi di lavoro sono scaduti e, poiché ripresa vera non c’è non si vede come rinnovarli. Il contratto dei 3,4 milioni di lavoratori pubblici, fermo da 6 anni, un po’ per diktat europeo, un po’ per le implicazioni di debito pubblico, si è sbloccato per l’intervento della Consulta, che non è proprio una “parte sociale”.

I 300 milioni previsti dalla legge di Stabilità incrementeranno lo scontento dei lavoratori pubblici beneficiari e dei restanti 20 milioni di dipendenti. L’opinione pubblica, in larga maggioranza, si fida solo dei milioni di piccole imprese, largamente assenti da questo dibattito. Diffida sia della Confindustria delle grandi imprese e dei sindacati non comprendendo come mai potrebbero nuovi modelli contrattuali aumentare produttività, retribuzioni e defiscalizzazioni; riportare la Fiat in Italia, impedire che se ne vada anche l’Eni ed invertire il maxiprocesso di deindustrializzazione in atto. L’opinione pubblica dubita che industriali e sindacati siano capaci di modernizzarsi, fermi come sono allo status della prima repubblica. La folta presenza parlamentare e governativa di origine sindacale, in larga parte di Cgil, l’ex sindacato comunista, ha seguito inerte l’avvento del Jobs Act, che cancella i contenuti di migliaia di contratti firmati. Egualmente hanno fatto i confindustriali di Parlamento e di governo. Le defiscalizzazioni, i contratti di prossimità, la cassa integrazione straordinaria, la più bassa disoccupazione storica sono l’eredità perduta degli anni del centrodestra.

Il PD di governo ha voltato completamente le spalle ai sindacati offrendo più potere ai datori di lavoro; punendo questi ultimi con la più alta tassazione sul lavoro d’Europa. Eppure gli uni e gli altri guardano soltanto al perimetro di centrosinistra, anche quando la Lega è stato il principale partito della lotta a favore di esodati e pensioni dei lavoratori, oggi sempre più a rischio. Il nuovo dibattito per il modello contrattuale è dovuto ad una questione squisitamente voluta da addetti al lavoro. Deve ricomporre la frattura tra i sindacati moderati, Uil e Cisl da un lato e Cgil. O meglio facilitare la fine delle ostilità tra la Cgil centrale della Camusso e la Fiom mentre crescono quelle tra la Cisl centrale della Furlan e la Fim di Bentivogli, per nulla disposto a passare sopra alla guerriglia di questi anni di Landini, tornato in piazza per l’ennesima volta da sola. L’ultimo modello di contratto, del 2009, poi rafforzato dagli accordi su rappresentanza, nel 2011, 2012 e 2013, scontava lo strappo voluto da Angeletti, allora segretario Uil, che non volle subire il diktat di Cgil che poneva il veto a qualunque intesa sistemica, al di là dei contenuti, con i governi di centrodestra.

L’equilibrio politico tra sindacati, la demagogia assembleare delle rappresentanze, la sopravvivenza delle relative burocrazie divergono sempre più dalla realtà del lavoro. Un nuovo modello contrattuale dovrebbe affrontare la distanza tra un Nord da piena occupazione con un Sud in caduta libera. Dovrebbe costruire regole del territorio per dare voce agli assenti, dalle piccole imprese, ai loro lavoratori ed ai precari. Dovrebbe sostituire la logica della piazza e della presenza televisiva con quella della partecipazione ai consigli d’amministrazione ed agli organismi territoriali, a partire da quelli sui fondi europei. Dovrebbe porre un freno al danno arrecato al lavoro, da istituzioni, terze e non elette, con gli strumenti della giustizia, dell’ambientalismo e del regolatorio digitale; un danno cui a valle nessun contratto spesso può porre rimedio. La partitica, anche avvicinandosi al voto, vede gli elettori come consumatori, cittadini, genitori, figli, donne e uomini ma non come lavoratori e lavoratrici. La sinistra, insieme monopolista del rapporto con i sindacati e loro nemica, ne ha tutto l’interesse.

Paradossale invece la destra che ha condiviso grandi lotte senza crearsi rapporti. Che quasi non si è accorta della spaccatura dell’Ugl. Che resta cieca di fronte alla costituzione nelle categorie, quasi dovunque, dalla Rai alle Tlc, dal metalmeccanico al commercio, di un fronte unitario moderato tra Uil, Cisl, Ugl, Fimsic, Libersind; un raggruppamento unitario che è maggioranza nelle aziende e che viene descritto spesso come assenza di sindacato. La destra partitica si è scordata che il welfare come le 8 ore sono eredità dell’anteguerra che l’Italia repubblicana per decenni ha mantenuto ed oggi smantella per ragioni che poco hanno a che vedere con l’interesse nazionale. Lungi dal guardare indietro, la nuova contrattazione può cambiare molto, ponendo le basi per welfare e rappresentanza privatistici, che liberino i lavoratori dai tanti livelli di spesa pubblica. A patto che gli unici partiti che lo possono fare, quelli di destra (di fronte all’antisindacalismo di Grillo e Renzi) sappiano rivolgersi alle parti sociali e farle uscire dall’immobilismo.

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