Il tentato sciopero agli Uffizi contro il mercato elettronico dei pagamenti

C11GLa vicenda dell’accordo in extremis che ha scongiurato lo sciopero dei lavo­ra­tori degli Uffizi nel periodo pasquale, di massima affluenza turistica è emblematico del’intreccio irrisolto tra istituti diversi: concorrenza, efficacia, gestione delle gare e degli appalti, Autorità Garante, mercato dei beni e servizi per la Pubblica Amministrazione e mercato unico elettronico di Consip, gestore degli acquisti Pa.
Per comprendere tale intreccio bisogna precisarne bene i fatti e gli attori.

1. I lavoratori degli Uffizi, richiamati nella vicenda, non sono, come qualcuno avrà pensato, dipendenti del Pubblico Impiego. Invece i 350 lavoratori protagonisti della vicenda sono dipendenti di un’impresa privata, la Opera Labo­ra­tori Fio­ren­tini che rientra nel contratto del commercio.
2. I 350 lavoratori, in parte a tempo indeterminato in parte cocopro, da 18 anni effettuano ser­vizio di bigliet­te­ria, guar­da­roba e book­shop in diversi musei statali fiorentini (Uffizi, Gal­le­ria dell’Accademia ed altri) sulla base di un appalto assegnato dal Mibact. Servizi privati nati dopo che la macchina pubblica ha ceduto numerose attività al mercato privato per le note esigenze di efficacia, concorrenza, trasparenza e uscita dalla partecipazione alla diretta partecipazione al mercato.

3. La custo­dia e la protezione delle opere d’arte è di com­pe­tenza dei dipen­denti pub­blici. Il restauro oppure la valorizzazione commerciale delle medesime opere è di competenza privata. Caratteristica e problema nel vasto mondo dell’industria culturale è il melting pot di regole diverse (e di stress diversi) per lavoratori che lavorano fianco a fianco, sia del pubblico impiego che del lavoro privato. Nel caso specifico il Polo museale fiorentino (la cui autonomia risale al 2003, ben prima della ristrutturazione di Franceschini) ha 680 dipendenti pubblici.
4. Agli Uffizi, meta di 1,7 milioni di turisti l’anno, gli obiettivi privatistici non sono stati realizzati. L’Opera Labo­ra­tori Fio­ren­tini gestisce i servizi nei suddetti musei pubblici per un affidamento del 1997, rinnovato nel 2007 senza gara. Non sono state nel caso specifico adottate le regole europee di gara, trasparenza, concorrenza e competitività. I lavoratori dell’impresa hanno avuto continuità di lavoro grazie a queste mancanze. Non solo, queste mancanze hanno permesso agli Uffizi di fatturare una media annua di 20 milioni di euro di bigliettazione ordinaria, maggiorata, integrata, di royalty, diritti, canoni e sponsorizzazioni.

5. La minaccia di sciopero di 200 persone per due giorni non dovrebbe spaventare nessuno. Invece è stata stigmatizzata con forza dall’Autorità garante dello sciopero che lo ha dichiarato illegittimo, dal Comune di Firenze, che ha chiesto la precettazione e dalla Confcommercio, preoccupata per il danno ad un intero sistema commerciale. La chiusura degli Uffizi nei due giorni pasquali del 4 e 5 aprile avrebbe danneggiato oltre i musei pubblici, l’insieme delle attività turistiche, inclusi ristorazione e alberghiero che con l’arte direttamente hanno poco a che vedere
6. Da un la lato questo piccolo numero di lavoratori sembra avere un grande potere; d’altra parte si tratta di persone, non particolarmente abbienti, timorose dell’instabilità del loro lavoro che pure frutta milioni. L’Autorità praticamente garante “contro lo sciopero” ha inteso includere le attività turistiche nei servizi pubblici essenziali, che non possono essere interrotte da scioperi. Il turismo come salvavita, insomma.

7. Lo sciopero, paradossalmente, non era rivolto contro l’azienda, ma contro il suo committente pubblico, il Mibact. Anzi, nemmeno contro il Mibact, ma contro le regole cui lo stesso Mibact deve attenersi per l’acquisto di beni e servizi. Le regole per l’acquisto pubblico di beni e servizi rispondono alla logica di rispamiare, efficentare e concorrere, secondo l’obiettivo generale di abbassare la spesa pubblica. Queste regole le ha fissate l’azienda informatica Consip, nella creazione del mercato unico elettronico.
8. Il Mepa è il mercato digitale degli acquisti pubblici sotto la soglia comunitaria. E’ l’e-commerce della Pubblica Amministrazione ed un’anticipazione del Mercato unico digitale, sostenuto in Europa. Date le tante regole ed i tanti paletti, il MePa ha finora premiato solo le offerte più convenienti, che possono essere sostenute abitualmente solo comprimendo il costo del lavoro. Stesso procedimento di massimo ribasso la Consip (ma anche Invitalia) ha adottato per le gare di grande valore, fra le quali ci sono stati casi del 90% di sconto offerto dall’azienda vittoriosa.

9. Consip (come anche Sogei) non è un’agenzia pubblica, ma una società privata, di proprietà pubblica. Una sua analoga, Lottomatica è passata a proprietà straniera. Raiway stessa è una società privata, di proprietà pubblica che da quando è entrata in Borsa è anche sotto un’offerta pubblica di acquisto. Non è un’organismo di governo come l’Agenzia Digitale. Ha un’Ad che segue le istruzioni del suo proprietario, lo Stato, e che persegue l’obiettivo dell’utile aziendale. Il suo sistema di e-procurement è stato premiato in Europa.
10. Il ministro del Mibact si è impegnato, per impedire lo sciopero, ad inserire una clausola sociale per la gara di rinnovo del servizio prevista in autunno che salvaguardi il posto, il reddito ed il contratto di chi già lavora nell’azienda appaltante i servizi degli Uffizi. E’ dubbio che lo possa imporre a Consip ed al MinEconomia da cui la società informatica dipende. Se lo potrà a buon ragione lo potranno richiedere tutti i lavoratori di tutte le aziende appaltanti. Questa clausola sociale nelle condizioni odierne nei fatti pregiudicherebbe la gara medesima. Si presenterebbe sola l’Opera.

11. Realisticamente, tutti i passaggi che puntano nei servizi a gara, trasparenza, concorrenza e competitività, finiscono inevitabilmente, in Italia come in Uk come in Europa, a utilizzare il massimo ribasso e la conseguente compressione dei diritti del lavoro. In Germania danno sussidi pubblici anche a chi lavora per mantenere salari bassi ma alzare dignità e consumi. L’alternativa imprenditoriale è conquistare una più grande fetta di mercato e clientela. Gli Uffizi, in questo senso, fanno già moltissimo; come micromondo a parte sarebbero ampiamente in utile. La necessità di aumentarne fatturato e utili viene dalle necessità sempre crescenti del Comune e dello Stato.
12. Risalta allora una contraddizione evidente. O il sistema delle gare e della trasparenza digitale è cosa buona ed allora dovrebbe essere approvato anche il massimo ribasso che sempre l’accompagna. Oppure il massimo ribasso deve essere abolito e di conseguenza viene meno l’utilità del meccanismo stesso della gara digitale. Non si può esaltare la norma inglese Tupe (Transfer of Undertakings Protection of Employment Regulations), introdotta nel 1981, poi rivista nel 2003 e nel 2011, che doveva proteggere posto di lavoro e salario (ma non pensione) nel passaggio di un’attività o sede di lavoro da un’azienda all’altra. Blair a suo tempo difese il Tupe come modalità compensativa nei passaggi di privatizzazione. (“I dipendenti locali che si trasferiscono alle società private di fornitura di servizi attraverso l’accordo Best Value saranno totalmente garantiti grazie alla formula  (TUPE) e i nuovi assunti saranno impiegati alle stesse condizioni di servizio. Questo governo continuerà a salvaguardare gli interessi dei propri dipendenti attraverso consultazioni obbligatorie e attraverso il dialogo con i sindacati di settore”). Sotto il Tupe, nella privatizzazione dei servizi pubblici e nell’outsourcing di quelli privati, c’è stata in Uk la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.

13. Cgil anche in quest’occasione ha ripetuto di attendersi molto dall’applicazione delle nuove direttive europee in tema di gare e di appalti; come in passato aveva contato sulla precedente direttiva del 2001; come aveva rivendicato l’applicazione in Italia del Tupe. In realtà gare, appalti e outsourcing sono fatti per abbassare occupazione e reddito; solo questa leva permette all’impresa di piccole dimensioni e fuori dal mercato captive di sopravvivere.
14. Ci si deve rassegnare all’alternativa tra clausola sociale, che ingessa l’offerta e ammazza l’impresa
ed il mercato unico elettronico che ammazza occupazione e reddito? Probabilmente la soluzione non è inseguire tante scatole finanziarie ed imprenditoriali con tante regole e controlli.
15. La soluzione è nel ritorno all’economia di scala. Una grande impresa privata che includa tutti coloro che lavorano nell’offerta museale di un polo come quello fiorentino non avrebbe problemi ad aumentare l’occupazione lavorativa ed il relativo reddito. E risolverebbe il suo rapporto con l’amministrazione pubblica con un canone annuo di concessione. Mentre l’Amministrazione dovrebbe semplificare la sua presenza, optando tra l’Autorità regolatoria ed il Ministero, l’autorità centrale e quella locale, la natura pubblica o privata dei suoi soggetti.
16. I drammi dei lavoratori degli Uffizi, e di tutta l’industria culturale e della comunicazione, discendono dall’elefantiasi dei soggetti che si occupano di loro e che danno vita alle scatole cinesi delle microimprese, delle gare e delle subforniture, nella deresponsabilizzazione collettiva. Non ci sono clausole sociali che tengano a garantirli. L’unica garanzia è la dimensione e la sinergia di scala, che peraltro è anche l’unica soluzione alla portata dei contrattualizzati precari. Le parti sociali, il sistema finanziario, il fisco e la burocrazia dovrebbero ovviamente smettere di considerare l’impresa di dimensione media, un nemico.

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