India, giornalista arso vivo da poliziotti “amici” di un un politico corrotto e criminale

unnamedOrrenda fine di un giornalista freeelance indiano arso vivo da un manipolo di poliziotti intervenuti per “convincerlo a smettere”, in un modo o nell’altro, dal lanciare accuse di stupro, corruzione ed altri reati contro l’amico di un ispettore capo di polizia, un uomo politico che attualmente ricopre la carica di Ministro del Dairy Development nel locale governo dello stato indiano dell’Uttar Pradesh. Una carica che corrisponde ad una sorta di Ministro delle Vacche che in India sono sacre, ma non il loro latte, che viene prodotto e distribuito con un sistema nazionale detto Dairying System, introdotto nel 1965 e che rappresenta un vanto per l’India del quale va particolarmente fiera. Il fatto è accaduto a Shahjahanpur dove la vittima svolgeva la sua professione, ma se ne è saputo solo diversi giorni dopo, a morte di Jagendra Singh avvenuta in un ospedale dal nome dal macabro sarcasmo di Lucknow (La buona sorte è adesso..), un cronista locale che nella professione utilizzava lo pseudonimo di Shahjahanpur Samacha. La vittima aveva riportato gravi ustioni su oltre il 60% della sua superficie corporea. Subito soccorso, nonostante le cure immediate non ce l’ha fatta ed è deceduto al termine di una breve, ma atroce agonia.

Tutto nasce quando il giornalista nota che era stato recintato un vasto appezzamento di terreno appena fuori città, là dove sino a qualche tempo prima c’era solo una distesa di piccoli appezzamenti incolti di terreno agricolo. Jagendra si ripropone di fare qualche verifica non appena ne avesse avuto il tempo. Ma la sua curiosità cresce a dismisura quando vede che all’interno delle recinzioni sono al lavoro grandi macchine per l’escavazione del terreno che accumulano montagne di materiale estratti dal sottosuolo a cielo aperto. A questo punto Jagendra decide che è arrivato il momento di andare a fondo alla questione e scopre tutta una serie di cosette interessanti, specie per un cronista come lui sempre in cerca di notizie. Quel terreno è stato messo insieme in modo coercitivo, con la forza e la prepotenza, cioè con forti pressioni, pesanti minacce ed espliciti, quanto ineludibili, avvertimenti per costringere gli ex proprietari degli appezzamenti ad accettare, docilmente e senza fare chiasso, quelle che i mafiosi definiscono “offerte che non si possono rifiutare”. Scopre che a recinzione completata si erano avviate lucrose attività di estrazione mineraria senza alcuna autorizzazione, con le quali qualcuno si stava arricchendo in modo assolutamente illegale e con grave devastazione dell’ambiente, nocumento della salute degli abitanti in zona, ed in palese violazione della destinazione d’uso di quei terreni agricoli.

Qualche altra rapida indagine e spunta fuori al vertice di una piramide di prestanomi il nome del “capo mandamento”, che niente di meno corrisponde a quello di Ram Murti Verma, il ministro del latte dell’Uttar Pradesh. Ma non è tutto. Scavando appena un po’ nel giro delle conoscenze dell’uomo politico, Jagendra viene a scoprire che questi da tempo se la “spassa” con una giovanissima governante di un nido d’infanzia, costretta con le botte, i ricatti (se parli tutti sapranno chi sei…nessuno ti vorrà…un marito te lo sogni …ti cacceranno di casa) e le solite minacce di morte a subire stupri ripetuti, in tutte le salse e senza porre limiti alla fantasia, singoli, ma spesso anche di gruppo quando il ministro decideva di condividere i sexy parties con i suoi amici più intimi. A quel punto, Jagendra fa quello che un qualsiasi giornalista serio ed onesto fa, cioè informa la pubblica opinione. Scrive un pezzo corredato di foto, di documenti, di riscontri diretti e di testimonianze e diffonde la notizia tramite mezzi di informazione locali.

Il ministro invece che fa? Fa quello che gli uomini politici fanno sempre quando sorpresi con le mani nel sacco, a meno di non essere dei Buzzi, che invece non si preoccupa e se ne frega, anzi si vanta perchè tanto in Italia le cooperative chi le tocca? Ram Verma, benchè operi nel settore lattiero-caseario, una cooperativa sotto mano non ce l’ha per cui si impegna ad indignarsi, a cadere dalle nuvole, a dipingere complotti politici perchè ” evidentemente do fastidio a qualcuno”, giura sulla sua innocenza tirando in ballo tutti dai figli al gatto. Ma soprattutto si confida con gli amici: che fare? A soccorrerlo è un amico col nome che sembra uno scioglilingua, il fido Sri Prakash Rai, ispettore capo della stazione di polizia di Kotwali, un quartiere di Shahjahanpur. Sri neanche chiede all’amico politico se per caso ci sia qualcosa di vero in quello che si sente in giro sul suo conto, ma subito lo rassicura e lo tranquillizza : “Non stare a pensarci Ram, ci penso io. Vedrai, sistemo tutto e subito”. Non passano che poche ore, è il 28 di aprile scorso, prima che Jagendra venga aggredito da un gruppetto di sconosciuti energumeni che lo gonfiano di botte e gli rivolgono le solite gravissime minacce :”Smetti di fare il ficcanaso, fatti i fatti tuoi, se no qua per te finisce male”.

Jagendra s’impaurisce, al figlio Rahul confida di sentirsi in pericolo, ma rifiuta di raccontargli quanto gli sia successo e perchè. Per un po’ desiste, ma poi ci ripensa, si macera dentro, ma alla fine decide che l’etica professionale debba avere la meglio sulla paura e si impone di andare avanti. Anzi, per dare la maggior diffusione possibile alla notizia decide di postarla in rete, corredata di tutte le prove documentate di cui è in possesso (foto sopra). E’ il 1° giugno scorso. Neanche il tempo di accumulare un po’ di like di adesione e sostegno che Sri Rai, il poliziotto-capo, decide di alzare l’asticella, e di molto. Con un manipolo di 4 o 5 poliziotti in uniforme si reca all’abitazione del giornalista e bussa ripetutamente alla porta. Qui le versioni degli astanti divergono. Secondo i poliziotti, mentre continuavano a bussare perchè qualcuno gli aprisse, hanno visto del fumo uscire dalla finestra del piano superiore, dove c’era lo studio di Jagendra. Rotti allora gli indugi, hanno aperto a spallate la porta, sono corsi al piano superiore per soccorrere Jagendra che si era dato fuoco per protesta, per non essere arrestato.

Versione che ovviamente fa acqua da tutte le parti. Primo, il cronista non aveva manifestato alcuna intenzione suicida, anzi voleva stare in buona salute per portare avanti la sua inchiesta ed inchiodare Ram Verma alle sue responsabilità. Secondo, di cosa avrebbero potuto accusarlo, di diffamazione? Ma questo Verma non lo ha fatto: niente querele, niente accuse. Questo fatto a sua volta dà luogo al terzo e più grave interrogativo sul quale si sbriciola la ricostruzione della polizia: Che cosa c’erano andati a fare a casa di Jagendra senza un mandato di perquisizione, senza un ordine di arresto, senza una denuncia per calunnia e diffamazione, nè al commissariato, nè in tribunale? Sri Rai ed i suoi fedelissimi non hanno saputo rispondere a queste domande, non hanno saputo motivare il loro intervento, in effetti dettato solo dal desiderio di “mettere a tacere” il povero Jagendra, come hanno stabilito i federali subito intervenuti. Ora il ministro Ram Verma, Sri Rai ed altri 9 poliziotti sono stati arrestati e messi sotto accusa per reati che comportano la pena di morte per tutti. Secondo il FIR (First Inquiry Report) della “vera” polizia gli 11 agli arresti sono responsabili di violazione del Codice Criminale indiano per quanto attiene agli articoli 302 (omicidio volontario e premeditato), 504 (deliberata provocazione nell’intento di creare forti e scomposte reazioni, al fine di poter procedere ad un arresto per resistenza a pubblico ufficiale), 506 (grave intimidazione criminale) e 120 B (cospirazione ed associazione criminale).

In effetti com’è andata? I poliziotti alla fine si sono fatti aprire. In casa con Jagendra c’erano alcuni familiari, incluso il figlio Rahul, ed alla scena hanno assistito numerosi testimoni tra curiosi, passanti e vicini di casa. I poliziotti corrotti sono saliti al piano di sopra allo studio del giornalista, e visto che Jagendra non si voleva intimidire, lo hanno cosparso di un accelerante e gli hanno dato fuoco. Prima del loro ingresso nello studio di Jagendra nessuno ha visto fiamme o fumo. Qualcuno parla di un gesto solo intimidatorio che ha preso la mano di criminali che non volevano uccidere, ma solo spaventare a morte il giornalista e ridurlo al silenzio. Tesi subito smentita dai familiari di Jagendra e dai numerosi testimoni, che anzi hanno affermato che i poliziotti hanno omesso di soccorrere Jagendra trasformato in torcia umana e che lo deridevano divertiti mentre bruciava vivo.

Di queste storie di ordinaria follia sono piene le cronache dell’India, episodi quotidiani brutali, di inaudita violenza, che laggiù quasi non fanno nemmeno più notizia, ma qui ancora turbano e fanno riflettere. Ram Verna come criminale è diventato una stella di prima grandezza, ma come politico era uno semisconosciuto, un corrotto di piccolo cabotaggio. Eppure, per coprire le proprie malefatte non ha dovuto faticare troppo per trovare tra i più insospettabili, tutori dell’ordine incensurati e regolarmente in servizio, alcuni elementi disposti a manipolare la realtà, arrivando ad un truce omicidio, per coprire le malefatte di quel criminale prestato alla politica al quale erano dei fedelissimi perchè legati da reciproci scambi di “favori”. Ed allora ci vengono in mente i Marò e quelli che li accusano.

Nel Kerala c’era un politico fortissimo, Oomen Chandy, che rischiava di perdere la propria poltrona di Governatore in elezioni politiche suppletive. Chandy aveva un amico potentissimo, uno dei due o tre politici più popolari e conosciuti del Paese, che di mestiere faceva niente di meno che il Ministro della Difesa nel governo federale di New Delhi. L’uomo capace di costringere la AgustaWestland a versargli una tangente da 52 milioni di dollari, pena l’annullamento della gara per la fornitura di 12 superelicotteri che aveva fatto regolarmente aggiudicare alla società italo-inglese una commessa da 600 milioni. Un reato di corruzione per il quale è chiamato a rispondere in Italia ed in India con tutti i massimi vertici dell’Aeronautica Militare indiana e relativi mediatori svizzeri.

Appare allora così assurdo ed improbabile che uomini politici molto più potenti di un ladro di polli dell’Uttar Pradesh, e per un obbiettivo molto più consistente che coprire uno stupro ed un’attività mineraria abusiva in un remoto e dimenticato angolo dell’India, avendo per proscenio la ribalta internazionale, dall’Onu alle cancellerie di tutto il mondo, abbiano imposto alla polizia del Kerala di “trovare” le prove per incastrare quei due fessi degli italiani, che ci sono pure tornati indietro invertendo la rotta in acque internazionali per farsi arrestare dietro l’espediente di chiedere collaborazione per il riconoscimento di un peschereccio di pirati in cerca di bottino e non di pesce al largo delle coste del Kerala? Che poi è esattamente quanto successo alla luce delle prove, dei rilievi e della documentazione che gli indiani hanno sinora volutamente ignorato o distrutto.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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3 Comments

  • Carlo Lauletta Reply

    15 giugno 2015 at 5:48 pm

    Gentile Rosengarten, ho letto questo Suo articolo e in calce ad esso l’invito “Lascia una risposta” seguíto dal mio nome
    (ovviamente altri lettori vedranno il proprio). Ricordando la questione dei due fucilieri e il disparere che espressi rispetto
    alla Sua posizione al riguardo, ora ho avuto l’impressione di essere chiamato in causa “Guarda un po’ i tuoi amici indiani, per i quali dichiari simpatia e stima, che razza di gente sono! “. Faccio un paio di osservazioni. Il gravissimo fatto che
    Lei riporta non mi stupisce. In quel popolatissimo paese, segnatamente proprio nello Stato dell’Uttar Pradesh
    e nel confinante Bihar, il più arretrato dell’ India, esistono sacche di inciviltà. I signorotti locali, i ricchi e potenti, mostrano alterigia, prepotenza e spietatezza da noi “fuori moda”. Però le conclusioni che Lei sembra voler trarre dalla vicenda a mio parere non sono giuste. Ciò anzitutto per la ragione che, come Lei non manca di riferire, quando il fatto è stato scoperto, questo Ram Murti Verma e i poliziotti suoi complici mica hanno ricevuto una medaglia! Sono stati arrestati, saranno
    sottoposti a processo e rischiano la pena capitale (sanzione che, in alcuni casi, secondo me è l’unica satisfattiva). Quindi
    le istituzioni, almeno ai livelli superiori (chiaramente più importanti di quelle inferiori) hanno funzionato!
    Non vedo poi somiglianze con la vicenda del Kerala (che, come Lei saprà, è riguardato come lo Stato indiano
    più aperto, istruito e progredito). A mio avviso, la vicenda dei due fucilieri si protrae non per cattiveria
    di nessuno, ma perché è di complessità estrema. Credo che le autorità italiane dovrebbero astenersi dal
    formulare richieste che, se accolte, “farebbero perdere la faccia”. L’unico effetto che queste richieste
    possono produrre è l’effetto contrario.

  • Carlo Lauletta Reply

    15 giugno 2015 at 5:50 pm

    Gentile Rosengarten, ho letto questo Suo articolo e in calce ad esso l’invito “Lascia una risposta” seguíto dal mio nome
    (ovviamente altri lettori vedranno il proprio). Ricordando la questione dei due fucilieri e il disparere che espressi rispetto
    alla Sua posizione al riguardo, ora ho avuto l’impressione di essere chiamato in causa “Guarda un po’ i tuoi amici indiani, per i quali dichiari simpatia e stima, che razza di gente sono! “. Faccio un paio di osservazioni. Il gravissimo fatto che
    Lei riporta non mi stupisce. In quel popolatissimo paese, segnatamente proprio nello Stato dell’Uttar Pradesh
    e nel confinante Bihar, il più arretrato dell’ India, esistono sacche di inciviltà. I signorotti locali, i ricchi e potenti, mostrano alterigia, prepotenza e spietatezza da noi “fuori moda”. Però le conclusioni che Lei sembra voler trarre dalla vicenda a mio parere non non sono giuste. Ciò anzitutto per la ragione che, come Lei non manca di riferire, quando il fatto è stato scoperto, questo Ram Murti Verma e i poliziotti suoi complici mica hanno ricevuto una medaglia! Sono stati arrestati, saranno
    sottoposti a processo e rischiano la pena capitale (sanzione che, in alcuni casi, secondo me è l’unica satisfattiva). Quindi
    le istituzioni, almeno ai livelli superiori (chiaramente più importanti di quelle inferiori) hanno funzionato!
    Non vedo poi somiglianze con la vicenda del Kerala (che, come Lei saprà, è riguardato come lo Stato indiano
    più aperto, istruito e progredito). A mio avviso, la vicenda dei due fucilieri si protrae non per cattiveria
    di nessuno, ma perché è di complessità estrema. Credo che le autorità italiane dovrebbero astenersi dal
    formulare richieste che, se accolte, “farebbero perdere la faccia”. L’unico effetto che queste richieste
    possono produrre è l’effetto contrario.

  • India, giornalista arso vivo da poliziotti “amici” di un un politico corrotto e criminale | aggregator Reply

    16 giugno 2015 at 1:49 pm

    […] India, giornalista arso vivo da poliziotti “amici” di un un politico corrotto e criminale […]

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