Io non c’ero e se c’ero non ho visto niente | di Angelo Crespi

MATTEO RENZI
MATTEO RENZI
Anche nel caso di Roma MafiaCapitale i tentativi, soprattutto da parte della sinistra di Marino, di Renzi ma anche da parte di Alfano (in generale di tutta la politica), di salvare la faccia e “distinguere” tra puri e corrotti sono patetici e ricalcano formule retoriche stantie, vecchie come il mondo.

Ne elenchiamo in modo sommario alcune.

La prima è la più immediata e semplice che possiamo riassumere così: “io non c’ero, non li conoscevo e se c’ero, non ho visto niente”. Viene ripetuta come un mantra anche nel caso che l’ipotetico corrotto lavori a stretto contatto con il politico di turno essendo suo uomo di fiducia (segretario o capo di gabinetto…). Di solito la formula è accompagnata con la constatazione dal vago sapore giuridico – e dunque all’apparenza (fintamente) pregnante – “comunque la responsabilità penale è personale”.

Sul tema, a fortiori, di solito vengono aggiunte frasi di circostanza: “non facciamo di tutta l’erba un fascio“, “non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca” (specie se si deve mantenere in vita un aggregato tipo un consiglio comunale…).

Ovviamente i vertici, se non toccati direttamente dalle inchieste, mettono in campo anche altre strategie come:
– abbiamo commissariato,
– abbiamo o stiamo per fare pulizia,
– abbiamo mandato Orfini,
– abbiamo già votato il decreto, il disegno, la legge anticorruzione.

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