Israele: La Start-Up Nation

TelAvivCom’è possibile che un paese che conta poco più di 7 milioni di abitanti, con pochissime risorse naturali e martoriato da vicini non proprio pacifici, abbia la più alta presenza di aziende quotate al Nasdaq dopo gli Stati Uniti? Singer e Senor, dal cui libro “Laboratorio Israele” ho preso molti spunti per questo pezzo, hanno la risposta in mente: “Israele è qualcosa di più di un paese, è un modo di pensare, improntato a quella particolarissima disposizione d’animo che in ebraico si chiama Chutzpah, cioè un atteggiamento di intraprendenza temeraria e spirito antigerarchico”.
Ma quali sono, in particolare, i segreti della “Start Up nation”? Senor e Singer ne citano molti: la cultura dell’innovazione, la leva obbligatoria ed il know how che i soldati apprendono durante gli anni di servizio, un’ottima politica industriale e soprattutto la tenacia dei propri cittadini, abituati a vivere con il pericolo sempre alle porte.

La cultura dell’innovazione, sembrerà un paradosso, nasce dalla necessità degli israeliani di aprirsi uno spiraglio con il mondo esterno dopo anni di boicottaggio e limitazione degli spostamenti: così i giovani israeliani hanno sfidato questa situazione, sviluppando enormi competenze negli “spazi aperti dal mondo di internet, dei software e delle telecomunicazioni a distanza”. Come dice Orna Berry, investitrice di Venture Capital, “l’hi-tech è diventato uno sport nazionale per una forma di difesa dalla condizione claustrofobica che caratterizza la vita di un piccolo paese circondato da nemici”. Ciò ha dato un grandissimo vantaggio in un momento in cui l’economia mondiale è dominata da conoscenza e innovazione. L’embargo, in sostanza,pur avendo fatto perdere ad Israele 100 miliardi di dollari di Pil, ha permesso lo sviluppo delle tecnologie e della ricerca hi-tech, settore nel quale, come vedremo con il caso Intel, Israele possiede un know how secondo solo agli Usa.
Altra componente del successo di Israele è da ricercarsi nella leva obbligatoria nell’Idf, con le sue unità d’elite: gli studenti, arrivati a 17 anni, si preoccupano di avere i requisiti necessari per entrare nella Seyeret Matkal, nell’Unità 8200, il reparto d’elite dell’intelligence, oppure nella Talpiot, unità che “coniuga preparazione tecnologica con il coinvolgimento nelle operazioni di tutti i reparti d’elite”. Queste unità dell’Idf sono paragonabili, per la volontà che hanno i giovani israeliani di entrarvi, a ciò che Harvard, Princeton e Yale sono per i giovani americani. La selettività, il tipo di addestramento interdisciplinare di queste unità e le doti di leadership apprese fanno si che, passato il servizio militare i riservisti di queste unità,in particolare della Talpiot, diventino imprenditori o start upper dell’high-tech. Basti pensare che i sistemi di monitoraggio di 85 su 100 aziende Forbes sono forniti da Nice Systems, fondata da ex “talpions”. In poche parole, il servizio militare nell’Idf genera un enorme bacino di capitale umano che ha contribuito non poco al boom tecnologico israeliano.

Per quanto concerne la politica industriale, ci riferiamo sempre a quanto detto da Orna Berry: “il venture capital e l’imprenditoria hi-tech in Israele, prima del programma Yozma era il nulla”. Il venture capital, in poche parole, è un investimento finanziario destinato alle aziende tecnologiche ad alta crescita: ma nessun investitore avrebbe mai rischiato di buttare i propri dollari, prima del 1993, anno dello Yozma,in un paese come Israele. Il fondo Yozma prevedeva stanziamenti governativi di 100 milioni di dollari, per creare 10 nuovi fondi di venture, dove ciascun fondo sarebbe stato rappresentato da 3 soggetti: capitalisti di ventura israeliani, una società estera di venture e una società o banca d’investimento israeliana. Vi era inoltre un fondo da 20 milioni di dollari destinato ad investimenti diretti in aziende tecnologiche, dove 12 milioni (alzati poi a 16) dovevano essere trovati dai partner israeliani, gli altri 8 li avrebbe messi il governo. Il vero vantaggio consisteva nel fatto che il governo avrebbe conservato il 40% del nuovo fondo, aprendo però l’opzione ai partner di poter acquistare la quota a prezzo di favore dopo 5 anni, se il fondo si fosse dimostrato efficace. Lo stato quindi, per la prima volta, entrava e poi usciva di scena, con grande vantaggio per gli investitori di quel fondo.

Detto questo, passiamo ad una caratteristica ben radicata nella forma mentis israeliana: la tenacia, rappresentata al meglio da Dov Frohman, sfuggito alle persecuzioni naziste in Europa, laureatosi a Berkeley e diventato uno dei primi dipendenti della Intel, inventando il chip programmabile. Nel 1973 propose ad Intel di aprire un centro di ricerca ad Haifa, nel pieno della Guerra del Kippur, e si rivelò un investimento fondamentale per l’azienda di Santa Clara. Durante la Guerra del Golfo del 1991, Frohman temette di dover lasciare a casa tutti i dipendenti dello stabilimento di Gerusalemme, che produceva microprocessori e copriva 3/4 della produzione globale di Intel: se fosse stato chiuso l’azienda americana avrebbe ricevuto una ferita mortale, con grande vantaggio della concorrenza ed a danno della credibilità e della stabilità di Israele. Frohman prese la decisione più importante e sofferta della sua vita, sia per Intel sia per la credibilità agli occhi degli investitori di Israele: andò contro le direttive del governo, che intimavano di chiudere, e così il 17 Gennaio rese nota ai dipendenti la volontà di tenere aperta Intel Israel, anche sotto il bombardamento dei missili Scud iracheni.

Questo è il motivo per cui, ad oggi, nonostante le problematiche con i vicini e con i palestinesi non si siano placate per nulla, multinazionali del calibro di Google portano in Israele alcune delle loro attività vitali, contribuendo alla creazione di quella “Silicon Wadi” che tanto orgoglio dà all’Hi-tech made in Israel.

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