Italicum: anticostituzionale più del Porcellum, iniquo più della “Legge truffa”

185440667-49c845bb-cf6d-495a-8b90-7dea980476efDurante i primi incerti e tormentati passi della neonata Repubblica Italiana, nel 1953 si segnalò un presunto tentativo di svolta autoritaria del governo di Alcide De Gasperi, il quale aveva sollecitato un’iniziativa politica che sarebbe poi stata consegnata alla storia nazionale con la maligna etichettatura di “Legge Truffa”. Il premier nato nel Trentino austro-ungarico e poi ritrovatosi in Italia trovava non poche difficoltà a navigare nel mare magnum della politica dell’epoca, e le sorti del governo, sotto il ricatto degli alleati e sotto la pressione di una opposizione antagonista senza tregua, erano sempre appese ad un sottilissimo filo, che minacciava di spezzarsi da un momento all’altro anche solo per un sospiro. Il Parlamento presentava un arco costituzionale che peggio non poteva essere per il “centrista” De Gasperi. A destra c’erano l’MSI, bollato di neo-fascismo ed i cui parlamentari erano visti come gli appestati nella Milano seicentesca di manzoniana memoria, ed monarchici, visti pure peggio dei neofascisti perchè almeno Mussolini si era preso le proprie responsabilità, mentre il Re d’Italia era scappato. A destra c’erano pure i liberali del PLI, mal collocati per evidente errore storico perchè in effetti rappresentavano una sinistra razionale, moderata e democratica, i quali liberali purtroppo erano invece percepiti come “quelli del partito dei padroni” solo perchè oltre alle libertà individuali, di pensiero e di religione, invocavano pure quelle di mercato e di imprenditoria. Niente da fare, erano out.

A sinistra lo scenario era desolante. C’erano i massimalisti del PCI ed i socialcomunisti di Pietro Nenni che predicavano la rivoluzione e l’istituzione col sangue di un nuovo ordine sociale illuminato dallo splendore del “sol dell’avvenir”. Quindi, De Gasperi aveva poco da scegliere e poteva contare solo su uno sparuto numero di credibili pertners di governo che militavano in partiti con poco seguito: i socialdemocratici ed i repubblicani. Poca cosa. Fu allora che al presidente del consiglio venne l’idea di indire nuove elezioni, ma dopo il varo di una nuova legge elettorale non più basata su uno schema di rappresentatività politica puramente proporzionale, come predicavano i puristi alla Hans Kelsen, ma nel quale fossero introdotti correttivi per assegnare un premio di maggioranza alla lista od alla coalizione più votata dagli elettori. Insomma De Gasperi, precorrendo i tempi di cinquant’anni, voleva un sistema elettorale maggioritario e non più proporzionale, con l’obbiettivo di garantire la governabilità del Paese e porre fine a ricatti, imboscate di franchi tiratori ed intollerabili pressioni degli stessi alleati che sino ad allora avevano condizionato l’attività dell’esecutivo.

Però, il clima politico dell’epoca, quello gelido prodotto dalla Guerra Fredda, era ormai compromesso, con la rigida divisione del pianeta in sfere d’influenza e la contrapposizione frontale dell’Est comunista contro l’Occidente democratico e libertario. Un confronto totale e svolto a tutti i livelli, dall’arte alla politica, dall’economia allo sport che ha condizionato per decenni la possibilità di sviluppo di normali rapporti socio-economici e culturali tra due Mondi tra loro così differenti ed impegnati in una serrata ed irriducibile competizione planetaria. L’Italia era un Paese di frontiera sulla Cortina di Ferro, così come la Germania Federale, l’Austria e la Turchia, tutti Paesi strategici che l’Occidente non poteva permettere che passassero dall’altra parte. Ragione per cui il tentivo di introdurre il sistema maggioritario venne inteso dalla sinistra italiana, col PCI di Togliatti in prima fila, come uno “squallido espediente reazionario” per impedire alla sinistra di andare al governo con una “legge truffa”, perchè in Parlamento dava alla maggioranza una rappresentativà molto più ampia di quella effettivamente uscita dalle urne. Inutile dire delle rivolte, delle manifestazioni di piazza e delle marce inscenate per mesi dalla sinistra per opporsi a quella legge che in concreto fu proposta e fatta approvare da Mario Scelba, un ministro degli interni “leggermente” più determinato di Alfano nel contrastare i moti di piazza, e che pertanto la sinistra di allora vedeva come fumo negli occhi.

Per la cronaca il primo Parlamento eletto col sistema maggioritario durò, come la legge truffa, meno di un anno. Gli elettori condannarono senza riserve i fautori del nuovo sistema elettorale: la Democrazia Cristiana perse l’8,4 %, i repubblicani persero un quarto dei loro voti, il Partito Sardo d’Azione subì un tracollo, come pure i socialdemocratici ed i repubblicani. Trionfarono le opposizioni:la sinistra PCI più PSI guadagnò 35 seggi, i monarchici quasi triplicarono passando da 14 a 40 seggi, mentre i missini addirittura si quintuplicarono passando da 6 a 29 seggi. Nonostante questo, la coalizione centrista ottenne complessivamente il 49,8 % dei suffragi e non spuntò il premio di maggioranza, che sarebbe scattato col 50% dei voti più uno, solo perchè due piccole formazioni di fuorisciti dal Centro, Unità Popolare ed Alleanza Democratica Nazionale sottrassero un 1 % dei voti moderati, il che risultò decisivo a non far scattare il premio di maggioranza. Come si vede, i Casini, i Fini e gli Alfano esistevano pure allora.

Insomma, quasi una sommossa popolare contro quella “legge truffa” che però non era tale, che pose fine alla carriera politica di Alcide De Gasperi, che pure era stato capace di far rinascere l’Italia dalle proprie ceneri, e che di lì a poco dovette cedere il passo ad un certo Amintore Fanfani che inaugurò l’era della strategia dell’attenzione, delle convergenze parallele, del consociativismo, ovvero degli sprechi, dei privilegi, della corruzione e delle clientele. Ora Renzi fa il De Gasperi ed impone una nuova legge maggioritaria, l’Italicum, spacciata come sistema elettorale innovativo rispetto a quelli che a fine anni ’90 avevano aperto la strada alla Seconda Repubblica. Nelle intenzioni del premier fiorentino, l’Italicum sostituisce il Porcellum che era stato bocciato dalla Consulta per motivi di incostituzionalità. Ma l’Italicum è costituzionale?

Contestualmente alla sentenza per la cancellazione del Porcellum, i giudici costituzionali hanno prodotto un documento di 26 pagine per argomentare le sei motivazioni alla base della loro decisione. Di tali motivazioni, quelle più importanti riguardano l’abnormità del premio di maggioranza ed il fatto che questo sia assegnato senza l’indicazione di alcuna soglia. Infatti il Porcellum assegnava il premio al partito od alla lista che avesse riportato il maggior numero di voti, ma senza raggiungere quota 340 seggi. In questo caso, esso prevedeva l’assegnazione di seggi supplementari sino alla concorrenza di tale numero. E’ esattamente quanto accaduto alle ultime elezioni politiche ed è quel meccanismo dichiarato incostituzionale che adesso consente a Renzi di governare a suo piacimento con la connivenza di uno sparuto gruppetto di succubi e disorientati cattocomunisti.

L’eccezione di anticostituzionalità della Consulta riguarda proprio l’abnormità del premio di maggioranza, aspetto peraltro aggravato dalla mancata indicazione di alcuna soglia minima per farlo scattare. Nel dispositivo della Corte si legge, infatti, che il premio di maggioranza “è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione, che può produrre una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”, perché non impone “il raggiungimento di una soglia minima di voti alla lista”. La legge elettorale indicata come Porcellum è stata bocciata perchè delinea “un meccanismo premiale manifestamente irragionevole, il quale, da un lato, incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, si porrebbe in contraddizione con l’esigenza di assicurare la governabilità, stante la possibilità che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio si sciolga o uno o più partiti che ne facevano parte ne escano; dall’altro, provocherebbe una alterazione degli equilibri istituzionali, tenuto conto che la maggioranza beneficiaria del premio sarebbe in grado di eleggere gli organi di garanzia che, tra l’altro, restano in carica per un tempo più lungo della legislatura”.

A proposito di organi di garanzia e di contrappesi istituzionali, ricordiamo che il PD detiene la maggioranza assoluta della Camera (grazie al Porcellum), che vuole varare un Senato non elettivo in cui saranno chiamati a far parte solo amministratori locali, quasi tutti di sinistra, che detiene le presidenze della Repubblica, del Senato e della Camera, di innumerevoli commissioni, di varie Authorities, della Rai, ed ha una larga maggioranza nella stessa Corte Costituzionale, il che produce un deficit di democrazia spaventoso nel Paese, che è parso obbiettivamente esagerato persino ai rossotogati della Consulta. L’Italicum risolve queste eccezioni sollevate dai giudici costituzionalisti? La risposta è semplice ed immediata: no. Anzi, per questi aspetti, la legge imposta da Renzi a colpi di fiducia è molto peggio del Porcellum cui si va a sostituire. Il premio di maggioranza è rimasto lo stesso di prima, cioè 340 seggi garantiti alla Camera alla lista o partito col maggior consenso elettorale, un premio definito irragionevole, come detto sopra. Per quanto riguarda la soglia di accesso al premio, mentre il Porcellum favoriva le coalizioni di più liste e partiti, l’Italicum vieta gli apparentamenti dopo il primo turno se si va al ballottaggio. In altri termini, un partito potrà fare corsa a sè, senza alcun alleato od apparentamento sperando di risultare il primo nei consensi, a prescindere dall’entità assoluta degli stessi. Ne consegue che con un risultato come quelle delle ultime politiche, un partito può ottenere la maggioranza assoluta del Parlamento con solo il 25-26% dei voti espressi. Questo è esattamenente quello che la Corte Costituzionale, con la sua sentenza, voleva evitare.

Ma l’Italicum esce con le ossa rotte pure dal confronto con quella legge che i comunisti chiamavano pretestuosamente legge truffa. Questa prevedeva l’assegnazione del 65 % dei seggi della Camera alla lista/coalizione che avesse ottenuto il 50 % dei voti più uno. L’Italicum di seggi garantiti ne assegna di meno, il 54 %, ma li assegna sempre, in ogni caso, anche alla coalizione/partito votato solo da un italiano su quattro. In effetti, col sistema delle divisioni ripetute applicato nel sistema elettorale proporzionale puro, a seconda del metodo matematico scelto per calcolare i quozienti di ripartizione i partiti con più voti sono comunque premiati in modo via via crescente che si passi dal metodo Hare o Droop, all’Hagenbach-Bishoff, sino all’Imperiali, con l’assegnazione di una percentuale di seggi sul totale maggiore dellla percentuale di voti effettivamente ottenuta. Pertanto, anche senza la legge Scelba, un partito che avesse conquistato il 50% dei voti avrebbe comunque potuto contare tra il 55 ed il 60 % dei seggi. Ma perchè ciò accadesse avrebbe dovuto raggiungere l’ampio consenso di un italiano su due, non di uno su quattro. Dove stava allora la truffa se non nelle menti distorte dalla ideologia di Nenni e Togliatti?

Un’altra censura della Consulta riguardava le liste bloccate previste dal Porcellum, le quali alterano il rapporto di rappresentanza tra elettori e parlamentari eletti e coartano la libertà degli elettori nell’elezione dei propri rappresentanti, condizioni che pertanto “rendono la disciplina in esame non comparabile né con altri sistemi caratterizzati da liste bloccate solo per una parte dei seggi, né con altri caratterizzati da circoscrizioni elettorali di dimensioni territorialmente ridotte, nelle quali il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire l’effettiva conoscibilità degli stessi e con essa l’effettività della scelta e la libertà del voto”. Si è ritenuto di risolvere questa eccezione introducendo nell’Italicum liste corte di 6/7 nomi, nelle quali il nome del capolista è bloccato mentre si possono esprimere preferenze per gli altri candidati. Noi sul dilemma preferenze sì o preferenze no vediamo una questione di lana caprina, simile a quella che pone lo stabilire se un bicchiere riempito a metà sia mezzo pieno o mezzo vuoto.

E’ chiaro che se esistesse un modo il più lineare ed obbiettivo di tutti per l’elezione dei candidati tutti propenderebbero per quello. La possibilità di esprimere preferenze concede agli elettori la libertà di optare per i candidati preferiti, cosa invece negata con le liste bloccate su nomi scelti dai partiti. Però è anche vero che con le preferenze libere ci siamo ritrovati con un Parlamento farcito di ladri, mafiosi che si compravano i voti, gente con la fedina penale lunga dodici pagine, pornostar, squillo, ex campioni dello sport o rappresentanti dello spettacolo semi-analfabeti e quant’altro, per cui per quanto ci riguarda preferiamo che siano i partiti ad assumersi la responsabilità di garantire per i candidati che presentano, mettendo a rischio la propria immagine e credibiltà politica. Ma detto che sulle preferenze ci sono pro e contro in qualunque sistema, quello che hanno fatto con l’Italicum è una vergogna di oscena mostruosità. Ci riferiamo alla possibilità di presentare un capolista in 10 differenti collegi elottorali. Questo fatto è una vera provocazione ed una presa in giro degli elettori, perchè in 9 collegi su dieci si vedrà eletto non il candidato proposto come capolista, ma un altro deciso dal partito. E’ questo il sistema di preferenze rispettoso della libertà di scelta degli elettori escogitato dal premier fiorentino?

In conclusione, la legge elettorale firmata ieri dal Presidente della Repubblica perchè venga presto promulgata è un’offesa recata all’intellingenza degli italiani, in quanto largamente peggiorativa del Porcellum cancellato dalla Corte Costituzionale e mirata più che alla governabilità, alla blindatura di un sistema a democrazia ridotta e controllata, autoreferenziato e con evidenti derive autoritarie al quale persino la rossa Consulta ha detto: “basta, qui si esagera”. Qualche inguaribile ottimista sperava che Mattarella non la firmasse e la rinviasse alle Camere per una nuova lettura. Noi ci saremmo accontentati che il Presidente la firmasse, ma con note poste a margine per sottolinearne incongruenze e sospetti di incostituzionalità, cosa che rientra nelle prerogative del Colle. Se la Corte Costituzionale sarà coerente con se stessa, cosa che ci pare scontata, tra un anno o due dovrà nuovamente sentenziare l’incostituzionalità dell’Italicum e ci ritroveremo punto ed a capo. Nel frattempo, però, Renzi avrà avuto modo di gongolare in diretta TV a reti unificate ed annunciare Urbi et Orbi, cioè a Roma ed al Mondo: “Habemus Italicum”. Tra due anni, poi, in ossequio alla rigorosa pianificazione renziana per il varo delle riforme, “chi vivrà vedrà” e pazienza se l’Italicum sarà bocciato e cancellato, basta che “stiate sereni”.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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4 Comments

  • giuseppe Reply

    7 maggio 2015 at 8:20 pm

    Ottimo articolo a parte il discorso sulla fuga del Re d’Italia:
    1- Re Vittorio Emanuele III, con il Governo dell’Italia libera, partendo da Roma per recarsi a Brindisi, salvo’ la Capitale dalla distruzione totale, come aveva promesso Hitler. La parola fuga, venne usata prima dai fascisti che avevano fondato la R.S.I. e poi a fine guerra dai comunisti.
    Bush nel 2001 venne fatto imbarcare a forza nell’AirForce One per sfuggire ai terroristi, oppure al governo francese nel 1916 che si sposto a Bordeaux per sicurezza visto che i tedeschi erano a 70Km da Parigi, oppure quando le truppe del criminale napoleone invasero gli stati italiani le Famiglie Reali dei Borbone, dei Savoia, degli Asburgo-Lorena(Toscana), che i Duchi di Parma e Piacenza, Reggio e MOdena, ed anche il Papa, cercarono di trasferire le loro truppe in posti piu’ sicuri (i Savoia in Sardegna, i Borbone in Sicilia ecc.), mentre il Papa venne arrestato ed esibito come trofeo e costretto a firmare quello che napoleone il criminale voleva.
    Altri esempi nella Storia te ne posso elencare as centinaia, anche stalin stava per lasciare Mosca all’avanzata delle truppe di Hitler, per ripararsi dietro gli Urali, impara dalla Storia che i centri di comando vengono evacuati, non per viltà ma per continuità dello Stato, che sia malefico come l’Urss o benefico come gli Usa nel 2001 e in Italia nel 1943.
    Bisognerebbe ricordare che Casa Savoia ha dato i Natali al Principe Eugenio che fu uno dei salvatori dell’Occidente dai Turchi nel 1683 e sconfisse le armate islamiche nella grandissima Battaglia di Zenta. Carlo Alberto I di Savoia ando’ in esilio perché era stato sconfitto dagli austriaci nelle battaglie per unificare la nostra Patria, lo stesso Vittorio Emanuele II rischio grosso, e ricordiamoci che Vittorio Emanuele III durante la 1^G.M. era sempre in prima linea, tanto che venne coniata la frase del Re soldato.
    Ecco alcune dichiarazioni di esponenti non certo filo-monarchici:
    – Sergio Romano (Corriere della Sera, 23-06-06):
    debbo chiedermi cosa sarebbe successo se il Re fosse rimasto nella capitale e fosse caduto, com’era probabile, nelle mani dei tedeschi. Vi sarebbero state nei mesi seguenti un’Italia fascista governata da Mussolini e un’Italia occupata dagli alleati, priva di qualsiasi governo nazionale.
    La fuga, fra tante sventure, ebbe almeno l’effetto di conservare allo Stato un territorio su cui sventolava la bandiera nazionale. Non è poco.
    – Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente della Repubblica:
    il Re ha salvato la continuità dello stato (il governo italiano colmò l’incombente vuoto istituzionale, imponendosi agli alleati quale unico interlocutore legittimo).
    – Lucio Villari (Corriere della Sera, 09-08-2001):
    Sono, in proposito, assolutamente convinto che fu la salvezza dell’Italia che il Re, il governo e parte dello stato maggiore abbiano evitato di essere afferrati dalla gendarmeria tedesca e che il trasferimento (il termine “fuga” è, com’è noto, di matrice fascista e riscosse e riscuote però grande successo a sinistra) a Brindisi gettò, con il Regno del Sud, il primo seme dello stato democratico e antifascista ed evitò la terra bruciata prevista, come avverrà in Germania, dagli alleati.
    Invio un link, dove si puo’ leggere piu’ approfonditamente la vicenda:
    http://monarchico.blogspot.it/2013/09/armistizio-8-settembre-1943.html

    2- Il Partito Liberale Italiano si é sempre collocato al centro-destra dello schieramento politico, solo con la segreteria Zanone (ora del PD), il glorioso PLI scivolo’ verso il centro-sinistra, le correnti minoritarie di Destra che si ispiravano alla Destra Storica, erano rappresentate da Egidio Sterpa, Raffaele Costa, Antonio Martino

    Per il resto condivido l’articolo.

    • giuseppe Reply

      7 maggio 2015 at 8:24 pm

      volevo scrivere: “imparare dalla Storia che i centri di comando” e non “impara…”

    • Rosengarten

      Rosengarten Reply

      8 maggio 2015 at 8:39 am

      Caro sig.r Giuseppe, lei ha ragione e prendo atto delle sue precisazioni che condivido pienamente. Il mio era solo un modo di dire sarcastico, riprendendo il frasario utilizzato nelle sue strumentalizzazioni dalla sinistra dell’epoca.Pensavo si capisse, ma col senno di poi mi rammarico di non aver virgolettato quell’allocuzione. Del resto anch’io penso che il Re sia stato costretto dagli eventi a lasciare il trono per evitare che il Paese sprofondasse in una nuova guerra civile, visto che il referendum si era risolto per una manciata di voti a favore della Repubblica, magari grazie anche a qualche “aiutino” degli scrutatori. Andandosene ha fatto la figura del signore anteponendo gli interessi del Paese ai propri. Pensavo che l’ironia dell’articolo trasparisse evidente, come il “disegno reazionario” di De Gasperi, o l’epiteto “legge truffa” che ovviamente non condivido. Ma che ci vuol fare, con la sinistra è sempre stato così. Se il Re rinuncia al trono, cosa che comunque la si pensi è un grande sacrificio, per loro non abdica, ma “scappa”. Forse erano rimasti delusi e furenti dal non poter applicare ai Savoia il metodo Romanov, quello con il quale i bolscevichi sterminarono la famiglia dello Zar, mentre loro si sono dovuti accontentare di trucidare Mussolini e la Claretta Petacci e di consumare qualche vendetta personale contro presunti fascisti. Se De Gasperi introduce il sistema elettorale maggioritario è un bieco reazionario, se lo fanno loro della sinistra è una legge moderna che garantisce stabilità e governabilità. Pure se la “loro legge”, l’Italicum, è un abominio inguardabile, che peggiora la legge che va a sostituire proprio nei punti definiti non costituzionali dalla Consulta. La ringrazio per la preziosa puntualizzazione. Rosengarten

      • giuseppe Reply

        8 maggio 2015 at 10:08 pm

        difatti la “legge truffa” non era legge truffa!
        per quanto riguarda Re Umberto II, si andandosene sarà stato un Signore, non facendo precipitare l’Italia nella guerra civile, ma lo scrivo e lo dico da monarchico, doveva restare, e smascherare “qualche “aiutino” degli scrutatori” cioé i 3milioni di voti spariti o bruciati per ordine di Togliatti-Romita, ma questa é un altra Storia e forse non avremo avuto l’ingombrante presenza del partito comunista piu’ forte dell’itero Occidente, causa della non alternanza e di molti mali anche attuali.
        A proposito a quando un referendum per abrogare questa legge truffa? questa si che é veramente brutta e inconcepibile, come scrive “un partito può ottenere la maggioranza assoluta del Parlamento con solo il 25-26% dei voti espressi!” senza apparentamenti.

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