Jan Sawicki, estensore della proposta di abolizione del Solve e Repete: “Norma per fare cassa”

10382168_10200507023714904_4109898976510417360_nJan Sawicki, nato a Roma nel 1968, è dottore di ricerca in Teoria dello Stato e istituzioni politiche comparate e docente di Diritto pubblico a Milano.
Quale è stato il percorso personale che ti ha portato ad accettare di redigere la proposta di legge per l’abolizione del Solve et repete?
Conosco e sono amico di Andrea Bernaudo da più di vent’anni. Anche se i nostri percorsi politici non sono stati identici – con lui direttamente impegnato molto più di me – alla fine sulle questioni importanti le nostre idee hanno sempre coinciso, e questo si sta verificando anche con la battaglia sul “Solve et repete”. Da tempo lui mi parlava dell’argomento, che io conoscevo genericamente, e così abbiamo cominciato a occuparcene in modo sistematico. Devo dire che una volta di più ha vinto il ‘fiuto’ politico, l’intuito di Andrea. Capivo la gravità teorica della questione, ma non immaginavo che l’iniziativa che poi è scaturita dalla nostra ricerca avrebbe riscontrato un interesse così diffuso.
L’iniziativa legislativa che abbiamo presentato è il frutto di una collaborazione anche con l’avv. Francesco Moretti, un esperto di diritto tributario. È di lui che ci siamo avvalsi per mirare con precisione ‘chirurgica’ alla normativa che più ci interessava, in parte molto risalente. Il mio compito specifico è stato quello di occuparmi soprattutto del drafting, o redazione del testo normativo. Una cosa che condivido profondamente con Andrea Bernaudo è questa: pur sapendo che si tratta di un tema, di una single issue molto importante, la battaglia sul Solve et repete va intesa come punto di partenza di un impegno politico più complessivo, in particolare sul fisco e in generale sui rapporti tra stato e cittadini a partire dai temi economici. Non bisogna avere la presunzione di cambiare da soli il sistema solare, ma al tempo stesso per me è importante non fare neanche la lobby per una piccola o grande ‘corporazione’ di interessi specifici, sia pure su un argomento davvero meritevole (di corporazioni l’Italia è strapiena e ne vediamo i risultati), ma ragionare in modo sistematico e nell’interesse generale. Con questa premessa, che condivido pienamente, la battaglia sul Solve et repete è un obiettivo simbolico di civiltà.

Per quale motivo una norma già disattesa da una sentenza della Corte Costituzionale e da un parere negativo della Corte di giustizia riesce ancora a trovare terreno fertile nell’ordinamento?
Per un motivo banale e brutale: fare cassa, immediatamente. Questo si sposa perfettamente con certe inclinazioni illiberali di fondo della statualità italiana, che affondano le proprie radici fino all’origine dello stato stesso, le quali paradossalmente, per quel che riguarda l’Italia, dovrebbero coincidere con l’epoca che prende la locuzione di “stato liberale”. La madre di tutte le norme che prevedevano il Solve et repete, infatti, risaliva alla famosa legge n. 2248 del 1865 per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia, nell’allegato E riguardante il contenzioso amministrativo. Questa norma specifica fu dichiarata in effetti illegittima dalla Corte costituzionale fin dalla sentenza 21 del 1961. Ma da essa si dipartivano, per così dire, una serie di norme-figlie che in ambiti tributari specifici riproducevano lo stesso (cattivo) principio, e anch’esse furono episodicamente colpite dalla Corte nei decenni successivi. Tuttavia il nostro legislatore ha insistito a lasciar sopravvivere l’istituto in forma subdola e un po’ sotto mentite spoglie, in base alla mentalità di cui dicevo e al sempre più folle bisogno, ai limiti della tossicodipendenza, di fare cassa subito e con brutalità. Questa esigenza è anzi aumentata con l’aggravarsi delle finanze pubbliche italiane, accentuato dalle vicende internazionali degli ultimi anni ma derivato in realtà dal dissennato governo della cosa pubblica che ha prodotto il male supremo e assoluto del debito pubblico. Essa, nella ricerca forsennata della cassa immediata, se ne infischia delle potenziali conseguenze distruttive per l’economia produttiva (con la chiusura di tante piccole aziende e attività produttive) proprio come un tossicodipendente non si cura degli effetti collaterali distruttivi sul proprio organismo per il tipo di sostanze che nelle condizioni date si trova ad assumere.
E’ per questo che nella relazione di accompagnamento al disegno di legge ci siamo cautelati, volendo prevenire qualsiasi facile chiacchiera in merito a problemi di copertura finanziaria. Basta guardare i dati ufficiali del MEF per riscontrare come nella maggioranza dei casi l’amministrazione tributaria risulti soccombente rispetto al contribuente. Se dunque ci sono delle entrate incamerate rapidamente grazie alla normativa illiberale in vigore, è altrettanto vero che buona parte di queste deve essere rimborsata in seguito. Le entrate dovute per accertamenti in effetti dimostrati in sede di giudizio seguiteranno ad esservi, solo con un piccolo rallentamento iniziale. Mentre quelle non dovute saranno compensate da minori uscite dovute alla restituzione di somme indebitamente riscosse in precedenza. Con la differenza che non avremo distrutto quelle attività produttive su cui in definitiva, non dimentichiamolo mai, si regge la vita stessa dello stato.

Cosa prevedi e speri per il prosieguo di questa iniziativa?
L’auspicio è che l’ottimismo della volontà prevalga sul pessimismo della ragione, per rifarsi a un classico. L’iniziativa è stata incardinata al Senato, dove ha preso la forma di un ddl grazie all’appoggio di ambienti, diciamo così, più ‘movimentisti’ all’interno di Forza Italia. Non importa il colore del gatto, verrebbe da dire seguitando a usare proverbi o metafore. Per marciare verso la vittoria, importa però che personalità come Andrea Bernaudo o movimenti come il Tea Party continuino a far sentire la propria voce sull’argomento. E’ necessario un supplemento di sollecitazione continua da parte dell’opinione pubblica, anche perché sappiamo quanto non sia facile il percorso delle iniziative legislative parlamentari.

Come vedi l’attuale dibattito politico in corso in questo paese?
Gli attuali equilibri politici sembrano obbligati, privi di alternative realistiche, di modo che Renzi gode in effetti come di una polizza di assicurazione. Non voglio dilungarmi su questo, ma mi limito a rilevare che il primo Renzi, quello fino alle primarie del 2012, aveva acceso alcune speranze che non potevano che essere in parte disilluse anche per motivi per così dire ‘ambientali’. Nel drammatico declino che affligge l’Italia, e che pare inarrestabile, si aprono ora dei piccoli squarci di opportunità che non sono colpa ma neanche merito di nessuno al governo in Italia. Finora ci siamo risparmiati errori aberranti o alternative apocalittiche, ma non ci si può accontentare in eterno di un male minore. Del campo opposto non voglio dare qui nessun giudizio né valutazione. Mi limito a riscontrare la totale assenza, in Parlamento come nella vita pubblica diffusa, di qualsiasi voce liberale e riformatrice, come mai era accaduto in passato, neanche in epoche peggiori (ricordo solo il fallimento, quasi sul nascere, di uno sfortunato tentativo cui presi parte, con le mie limitate forze, sul finire del 2012). E’ uno stato di cose innaturale e va al più presto superato.

Riccardo Ghezzi

Riccardo Ghezzi1205 Posts

Giornalista pubblicista, scrive di sport e politica su testate locali piemontesi. Appassionato di politica da sempre, ha un unico pregio: non essere mai stato di sinistra in vita sua

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1 Comment

  • Sandro Cecconi Reply

    11 marzo 2015 at 12:57 pm

    Egr. Ghezzi, per disgrazia di tutti i cittadini, ad eccezione di coloro che esercitano il potere per il potere (ndr politici e burocrati), si continua a disattendere i princìpi basilari del viver civile anche contravvenendo a precise sentenze espresse svariati decenni orsono, nella fattispecie nel lontano 1961.

    Questo è un male cronico tipico fatto di bizantinismi inverosimili che hanno completamente reso il nostro paese fuori dalla portata degli investitori italiani e internazionali soprattutto. I risultati a livello economico e del lavoro (che continua a mancare) lo stiamo verificando sulle nostre teste e a nostre spese.

    E pensare che questo è solo uno degli aspetti importantissimi del fenomeno dei non investimenti. Anzi, addirittura delle cause dei disinvestimenti da parte degli investitori che contano.

    Mah…….

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