John il jihadista scomodo anche per l’ISIS. Di chi si fiderà ora il boia?

emwazi-comboJohn il Jihadista, vittima della sua stessa “popolarità”. Il boia che il mondo ha imparato a conoscere, quell’uomo vestito di nero, con indosso una maschera ed armato di coltello seghettato che utilizza per sgozzare le vittime in nome dello Stato Islamico, potrebbe iniziare ad essere scomodo per lo stesso Califfato.
Dopo gli attentati dell’undici settembre, si riteneva plausibile l’utilizzo di rudimentali armi di distruzioni di massa per colpire le metropoli occidentali, ma in pochi immaginavano che un uomo armato di coltello ed una regia video avrebbero potuto seminare il terrore in tutto il mondo.
Quel giudice e carnefice, è stato l’incubo occidentale fin dalla sua prima esecuzione. Quel diabolico personaggio, adesso ha un nome e non è più un mistero: Mohammed Emwazi, jihadista borghese di 27 anni.
Ma perché, quell’uomo vestito di nero che ha ben servito il Califfato, potrebbe adesso diventare scomodo alla causa?
Per prima cosa perché tutti i servizi segreti del mondo sanno chi è e la sua foto è di dominio pubblico.
Quel ragazzo con indosso un berretto dei Pittsburgh Pirates, non fa più cosi tanto paura ed anche per lui potrebbe venire il momento di uscire di scena.
Insomma, quel ragazzo di cui ormai si sa tutto, ha perso l’effetto sorpresa. Inoltre, ora che le autorità sanno chi è, non c’è dubbio che diventerà il bersaglio di un attacco missilistico qualora Stati Uniti e Gran Bretagna dovessero rintracciare la sua posizione.
È uno degli uomini più ricercati del Medio Oriente e su di lui pende la vendetta giurata di almeno quattro nazioni con gruppi d’assalto specificatamente inviati nella regione per terminarlo.
Mohammed Emwazi poi, non può farsi prendere vivo perché rappresenta un’importante fonte di dati, motivo per cui, i militanti dello Stato Islamico potrebbero pensare di farlo uscire di scena il prima possibile e porlo ai margini dell’organizzazione.

Ma i problemi per John e per quello che potrebbe causare ai suoi amici terroristi non sono certamente finiti. Ogni jihadista al telefono con Emwazi, sa di essere un bersaglio di un drone ed in tal senso tutte le missioni ‘Hunter Killer’ sono state autorizzate dal Pentagono. Perché se è vero che i terroristi possono nascondersi in terreni a loro congeniali, non possono nulla contro la rete satellitare USA.
Da rilevare poi, che l’Isis sta infondendo due sentimenti particolari nel mondo: rabbia e speranza. Rabbia per le esecuzioni spietate e quel modus vivendi che offende qualsiasi riferimento al Corano e speranza perché proprio l’identificazione del boia, trasmette al pubblico la certezza che quest’incubo finirà.
Vivo o morto, poco importa. E questo è importante per le famiglie delle vittime che vogliono solo la sua eliminazione.
L’Isis, quindi, continuerà a tenere tra le proprie fila, un uomo su cui pende una sentenza di morte che non scadrà mai?
Il Califfato continuerà a ritenere fondamentali “I Beatles” (i quattro inglesi carcerieri degli occidentali rapiti) in considerazione del fatto che sono bersagli di primo livello?
Senza considerare, infine, che il ventisettenne potrebbe rappresentare un serio pericolo per l’Isis.
La vicenda Emwazi, intanto, continua a dividere gli inglesi anche se sotto accusa sono proprio i servizi segreti di Sua Maestà, rei di aver permesso ad una possibile minaccia letale di diventare reale, arrivando in Siria.

Da sottolineare che la radicalizzazione è un fenomeno che sta prendendo campo in Francia, Belgio, Danimarca e altri paesi dell’Europa occidentale, anche se in Gran Bretagna ci sono i casi più particolari.
L’ultimo episodio, tre settimane fa, riguarda tre studentesse di Londra fuggite dalle loro case per divenire “spose jihadiste” in Siria.
Quasi la metà dei musulmani britannici, intervistati in un sondaggio della BBC pubblicato la scorsa settimana, ha affermato che gli inglesi stanno diventando sempre meno tolleranti nei loro confronti, mentre il partito politico UKIP sta guadagnando consensi per frenare l’immigrazione.
Questa maggiore polarizzazione era chiaramente uno degli obiettivi della campagna islamica. La scelta di reclutare Emwazi non è stata causale, ma un potente promemoria: il nemico era in mezzo a loro. Non una persona lontana che parla arabo, ma un ragazzo cresciuto a Londra. Le demistificazione del boia, però, potrebbe aver ridotto l’effetto propaganda per lo Stato Islamico.
Oggi è solo un assassino, come gli altri. E’ anche vero, però, che se il mondo è “abituato” a John, ciò non significa che i fondamentalisti non potrebbero trovare altri metodi per scioccare il pubblico. “Io sono John” Mohammed Emwazi, è un ventisettenne nato in Kuwait, cresciuto nei sobborghi di Londra, e programmatore informatico presso l’Università di Westminster.
La trasformazione di Emwazi, descritto come un uomo gentile e pacato, ha riproposto il problema del fascino dell’estremismo spietato ed il ruolo della Gran Bretagna come un incubatore di militanti islamici. Emwazi, sarebbe stato tenuto d’occhio dai servizi segreti prima di lasciare la Gran Bretagna per la Siria.

Chi lo conosce, descrive Mohammed come un “ragazzo estremamente gentile, educato, molto pacato”. La sua prima apparizione risale allo scorso mese di agosto, quando decapitò il giornalista americano James Foley. Emwazi avrebbe poi giustiziato il giornalista americano Steven Sotloff, l’operatore umanitario britannico David Haines, il tassista inglese Alan Henning e l’operatore umanitario americano Peter Kassig.
Emwazi è stato arrestato una prima volta nel 2009, in Tanzania, dove si era recato per un safari dopo la laurea con due amici (un tedesco convertito all’Islam di nome Omar e un altro uomo, Abu Talib). In realtà, le autorità inglesi sospettavano già una sua affiliazione verso il gruppo terroristico Shalab, attivo in Somalia. Atterrati presso l’aeroporto di Dar es Salaam, in Tanzania, nel maggio del 2009, sono stati arrestati dalla polizia e trattenuti una notte prima di essere espulsi. Fu allora che i servizi segreti britannici avrebbero chiesto ad Emwazi di diventare un informatore. Emwazi, dopo il suo ritorno forzato dalla Tanzania, si trasferisce in Kuwait ed inizia a lavorare per un certo periodo come programmatore di computer.
Nel 2010, ritorna due volte in Gran Bretagna per visitare la famiglia, ma quando tenta di ritornare in Kuwait, gli viene respinto il visto. Emwazi, allora, tenta di cambiare il proprio nome all’anagrafe. Cosa che ottiene nel 2013, quando cambia legalmente il proprio nome in Mohammed al-Ayan. Fu allora che compra un nuovo biglietto per il Kuwait, ma anche questa volta è nuovamente bloccato ed interrogato dai servizi segreti. Una settimana dopo, Emwazi lascia la casa dei suoi genitori per sempre.
Quattro mesi dopo, la famiglia denuncia la sua scomparsa. La polizia londinese, risponde loro che il figlio si è recato in Siria tra le fila dei terroristi.

Franco Iacch per Difesaonline

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