La condanna culturale

berlusconiLa condanna di Berlusconi assieme ai due ultimi protagonisti dello scomparso quotidiano L‘Avanti, ha diversi significati. Quello giudiziario è il meno significativo; a novembre il reato sarà prescritto per cui il processo d’appello potrà solo registrare un nulla di fatto generale. Quello comunicativo, ha il solito suono sinistro dell’avvertimento, inviato a diversi livelli. A Berlusconi, in primis, che non può aspettarsi, come già sa, finchè vivrà ed oltre, nessuna requie della giustizia contro di lui, da ogni punto di vista possibile, privato o pubblico che sia. Ai protagonisti, comprimari e simpatizzanti della strana larga destra italiana, è dato sapere che anche i rapporti tra di loro o con persone del medesimo milieu ambientalculturale possono essere usati, piegati e distorti contro loro stessi. Il significato politico, l’asserita compravendita di parlamentari da parte della destra per far cadere il secondo governo Prodi, appare nell’immediato il più grave ed invece non lo è. Berlusconi è stato già condannato e, raro caso politico, cacciato dal Parlamento.

Pur restando uno dei più brillanti imprenditori che centra ancora grossi obiettivi malgrado la crisi, non è più il leader della destra, né più lo sarà. Il fango è stato già distribuito a piene mani con l’unico effetto di cambiare gli equilibri all’interno del blocco contrario al centrismo del partito burocratico di governo. Non di indebolirne la forza (al netto dell’enorme astensione che penalizza tutti). Il significato storico culturale è il più grave. La favola della caduta di Prodi ad opera di manovre corruttive si aggiunge alla lunga collana di fole che pesa come catena al collo del paese. Ne fanno parte l’illusione della guerra vinta, la farsa dello stato golpista, l’identificazione dei partiti conservatori con la criminalità. L’occidente rideva quando Stalin riscriveva la storia dei comunisti russi e del suo paese ad usum delphini. Dell’Italia non ride, perché ha smesso da tempo di seguirne i deliri burocratico-storiografici. Non vale troppo la pena ricordare come e quando cadde l’ex boiardo di Stato. Chi ha coscienza, ricorda lo scontro epocale tra l’allora ministro della giustizia e la magistratura. Il blocco della mistificazione è un tutt’uno con la brutta pratica dell’avvertimento. Pervade tutto dalla Rai ai premi aziendali.

A forza di mistificare, i giovani non sanno più chi furono veramente Gramsci e Mussolini, Togliatti e Secchia, Giolitti e D’Annunzio, De Gasperi e Saragat, Moro e Andreotti. Non a torto preferiscono una sana ignoranza alle lezioni dei cattivi maestri. Sicuramente non sanno chi furono gli scomparsi socialisti. Anche se, in un barlume di verità, intuiscono che siano spariti malgrado la presenza al governo di un cosiddetto segretario socialista. L’aspetto culturale più terribile della sentenza, da questo punto di vista, è l’ennesima frana di cemento gettata con il bulldozer su una massa di rovine, che già insistono su un cumulo di incaprettati cadaveri politici. I correi di Berlusconi, Lavitola e De Gregorio (quest’ultimo ha patteggiato) hanno retto infatti una delle varianti del quotidiano Avanti, uscita dopo il blocco giudiziario dell’originaria testata storica Psi; la variante dei socialisti e socialdemocratici che dopo Mani pulite scelsero la destra, nel forzato bipolarismo. I due non hanno sicuramente brillato, neanche in quell’operazione mediatica, pur non discostandosi troppo, malgrado le apparenze, dall’ambiente generale politico campano. All’operazione data, quel che importa, oggi come ieri, è la condanna globale della scelta destra di molti socialisti; condanna che rientra nel più generale anatema dell’essere socialisti ripetuto mille volte in vent’anni.

Il piano di eliminare l’Avanti c’era già ai tempi di Secchia che non poteva prevedere che a cascata avrebbe fatto fuori anche l’Unità. L’accanimento vive però di forza inerziale propria. Sembra spropositato ed invece ha le sue ragioni. A destra e sinistra, un po’ tutti hanno dovuto ricorrere alle tesi e soluzioni dei Saragat e Craxi che furono. Per poterle attribuire a chi le osteggiava, è sempre necessario ribadire l’infamia delle condanne. Il problema è tanto più vivo per tutte quelle forze che vorrebbero tutelare lavoratori, risparmiatori e pensionati, a partire di sindacati. Quando Landini cerca di mettere sullo stesso piano i condoni di Tremonti con il pareggio di bilancio costituzionale di Monti sa di mentire a se stesso. In tempi di Jobs Act anche Fassina, Civati e compagnia cantando, capiscono che il refrain su evasione e corruzione è senza uscita. A lungo ci si è crogiolati nell’idea che la giustizia avrebbe difeso i più deboli. L’esaltazione della legalità e dei suoi bracci armati sono serviti a tappare la bocca agli elettori ed a cacciare l’ultimo governo sociale, quello dell’erede di Craxi. Qualcuno finalmente ricorderà che la stagione dell’arricchimento generale degli italiani, fondamentale per uscire fuori dalla guerra civile anni ’70, si è fondata sul debito pubblico, ancora oggi benedetto dai più poveri. L’ex direttore del Manifesto Barenghi ha chiesto alla sinistra di chiedere scusa a Berlusconi per il 2011; dovrebbe farle chiedere anche a Craxi ed a tutta la trafila socialista, inclusi i peggiori seguaci. Crisi e clima culturale delle sentenze, strettamente intrecciate non fanno altro che far crescere in Italia ed in Europa i populisti, sostenitori della disubbidienza.

Terreno verso il quale va, ben oltre Berlusconi, l’esasperato blocco di centrodestra e cui per forza di cose, finiranno per rivolgersi anche i neoqualunquisti pentastellati e le oniriche coalizioni sociali. Di sentenza in sentenza, lo status quo prepara la sua rovina, E questa resta l’unica consolazione.

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1 Comment

  • marco Reply

    13 luglio 2015 at 1:33 pm

    “Rovina” perpetrata e condotta dalla sinistra che si è impadronita ed ha occupato ogni istituzione dello stato. Il “populismo” è una reazione sacrosanta all’imbecillità di questo stato centralista-burocratico-parassita che prima finisce e meglio sarà per tutti. Tranne che per “loro”.

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