“La fabbrica degli scandali”. Martina Bernardini ci racconta la Roma del malaffare

bernardini“Roma, la fabbrica degli scandali”. Il titolo del libro (Newton Compton Editori) della giovane cronista romana Martina Bernardini non sembra concedere attenuanti alla Città Eterna.
Mafia capitale, banda della Magliana, speculazioni edilizie, misteri irrisolti. Roma è davvero questo oppure media e social network hanno assunto un ruolo determinante nel dipingerla così?
Qual è la vera faccia di Roma? E quale la percezione dei romani?
Di questo ed altro abbiamo parlato con l’autrice.

Martina Bernardini, in tempi di “Mafia capitale” il tuo libro calza a pennello. Perché Roma è una “fabbrica degli scandali”?
Roma non è certo l’unica città italiana che ben potremmo definire “fabbrica degli scandali”, come le cronache, ahinoi, ci raccontano quasi ogni giorno. Quel che accade a Roma, però, essendo questa Capitale di Italia, ma anche – per dirla con le parole del magistrato Capaldo nel suo libro Roma mafiosa: Cronache dell’assalto criminale allo Stato – «il punto di riferimento nazionale in ambito economico-finanziario» e il centro «della vita mondana e poi di quella culturale», è destinato ad assumere una rilevanza e un’eco maggiori. Credo che corruzione e malaffare siano componenti endemiche alla pubblica amministrazione, non perché sia questa ad essere sbagliata, ma perché a sbagliare possono essere gli uomini che la rappresentano – e quindi, per questo, non credo sia un fenomeno prettamente nazionale. Come società (sedicente per molti versi) civile, abbiamo però il dovere di arginarla o di punire i colpevoli: questo sì. Roma non è più “fabbrica degli scandali” di quanto potrebbero esserlo altre città: a Roma, semplicemente, sono concentrate le sedi di tutti i poteri; Roma, come Capitale, è molto più esposta di altre città anche in riferimento ai cosiddetti “Grandi Eventi”: molteplici, dunque, sono le occasioni in cui questa “fabbrica degli scandali” può mettersi in moto.

Nell’introduzione del libro si parla di “museo degli orrori che sembra arricchirsi giorno dopo giorno, come se la Città Eterna si fosse trasformata nella città più degradata del mondo”, sottolineando il ruolo dei media e dei social network. Secondo te c’è stata enfatizzazione?
Senza dubbio. Prendiamo ad esempio la parabola di Ignazio Marino alla guida del Campidoglio: nel libro, scrivo che si tratta del “sindaco dei record”. E questo è tanto più vero se si considera che ogni settimana del suo mandato è stata scandita da una polemica, resa ancor più vibrante da giornali e social network. Diciamoci la verità, senza entrare nei meriti o demeriti del sindaco in questo caso, la campagna mediatica contro Marino non ha precedenti nella storia di Roma. Il ruolo che social network e giornali hanno poi in queste vicende è ancora più amplificato dal rapporto diretto dei cittadini che, tramite Facebook o Twitter, interagiscono molto più di quanto non facessero qualche anno fa. Ma la stessa politica si serve di questi strumenti: sempre in riferimento al caso Marino, tutti ricordiamo gli hashtag che hanno contraddistinto, ad esempio, le giornate dei nubifragi romani, o quelli che hanno scandito le ore che hanno preceduto le dimissioni dell’ex primo cittadino. La piazza fisica è stata sostituita da quella virtuale.

Il tuo libro scava nel passato. Si parla anche dello “scandalo Montesi”. Fu una storia di festini, coinvolgimenti politici, misteri irrisolti, ma anche malagiustizia e mostri sbattuti in prima pagina. Hai trovato analogie con il presente? E soprattutto, hai scoperto qualcosa di nuovo?
«La vicenda di Wilma Montesi incise profondamente nella società italiana, sulla politica e sull’informazione», osserva il giornalista Maurizio De Luca, recentemente scomparso, perché, proprio con la morte della ventunenne di via Tagliamento, nel quartiere romano dei Parioli, fa il suo ingresso scenografico, nel panorama politico e dell’informazione, la parola «scandalo». Questa è un’osservazione che trovo perfettamente calzante rispetto a tutta la vicenda Montesi, e che per questo motivo riporto anche nell’introduzione al libro. Quello di Wilma Montesi è un giallo irrisolto: se pensiamo a questo, le analogie col presente, più o meno recente, sono tante. Anche altri casi di cronaca nera sono rimasti, ancora oggi, senza soluzione e senza colpevoli: penso ad Emanuela Orlandi, per dirne uno. Allora, all’epoca di Wilma Montesi, era un fatto rivoluzionario che i giornali entrassero nelle Aule di Tribunale; oggi, al contrario, è una costante, che ci ha abituati a fare i processi ed emettere sentenze di condanna prima ancora che quelli reali si siano conclusi. Chi sia il colpevole della morte della povera ragazza, ancora non lo sappiamo e no, purtroppo non sono riuscita a scoprirlo io. Il pericolo che non dobbiamo correre, però, è quello di lasciarsi affascinare da tesi che, per quanto suggestive, possono rivelarsi un buco nell’acqua. Anche quando la verità apparente risulta poco credibile – come, almeno secondo me, nel caso della Montesi – eccessi di dietrologia e complottismo potrebbero mettere in pericolo e compromettere la fama e la reputazione di altre persone.

La Banda della Magliana, resa quasi “epica” da romanzi, film e serie tv ad essa ispirati, ha un ruolo centrale nel libro così come negli intrecci romani. Immaginiamo che i protagonisti siano un po’ diversi da quelli reinventati da scrittori e registi. Che cosa ci puoi anticipare in proposito?
Immaginate bene: il romanzo, da cui tutto ebbe origine, è liberamente ispirato alla reale epopea della Banda della Magliana. Esigenze di copione non permettono di addentrarsi troppo nei dettagli, né di smitizzare eccessivamente alcuni tra i protagonisti di una delle più brutte pagine della storia romana: la realtà è stata ben peggiore della finzione. Permettetemi di prendere nuovamente in prestito le osservazioni di Capaldo nel suo libro: il magistrato descrive la Banda della Magliana come un gruppo malavitoso nato “nel clima di illegalità e di violenza che negli anni Settanta si afferma nel Paese e in particolare nella città di Roma, all’epoca teatro di rapine eclatanti, sequestri di persona, disordini di piazza, attentati e azioni terroristiche”. Come è noto – sia per chi si sia informato documentandosi, sia per chi abbia visto film o serie tv – la Banda della Magliana era principalmente, ma non esclusivamente, dedita al traffico di stupefacenti. Non si deve però credere che risieda tutto in questi traffici il suo potenziale: la vera forza è stata la rete di contatti, secondo Capaldo “basati sulla corruzione”, che via via si è creata ad aver permesso alla Banda di occupare la scena capitolina così a lungo, con ruolo quasi egemone, tanto nella realizzazione delle attività criminali, quanto nel ruolo di interlocutore del mondo istituzionale ma anche di quello dell’eversione.

Tu sei romana e cronista. Conosci bene la città. Se dovessi raccontare Roma nel suo insieme, come la descriveresti? Ti soffermeresti sugli scandali o daresti la priorità ad altro?
È più difficile rispondere a questa domanda che mettersi a scrivere un altro libro. Sono sinceramente innamorata di Roma, della sua bellezza, della sua storia, della sua originalità. Ma la detesto, anche. Roma ti divora, giorno dopo giorno. Roma è una città perennemente sospesa tra l’ambizione di essere una Capitale all’avanguardia e la constatazione che tanto chi la vive quando chi la comanda non riusciranno mai a darle il ruolo che merita. Metaforicamente, potremmo paragonarla ai cantieri per la realizzazione della Metro C, la terza linea metropolitana: promesse di grandiosità che si infrangono e restano disattese. Oggi come oggi, alla luce degli ultimissimi fatti di cronaca – da “Mafia Capitale” alle dimissioni di Marino – altre parole non trovo se non quelle di Filippo La Porta, in “Roma è una bugia”: Roma, più che “città eterna”, sembra “eternamente terminale”.

A tuo parere i romani come vivono la loro città? Hanno percezione di questa “fabbrica degli scandali”, del sottobosco di malavita e potere?
Credo che “Mafia Capitale” abbia scosso, e non poco, l’opinione pubblica. Credo quindi che i romani abbiano percezione, ora, di quel che accade nella loro città: se abbiano già metabolizzato ed intimamente elaborato gli eventi, fino a maturare una certa coscienza, questo non lo so. Generalizzare, in questi casi, sarebbe sbagliato: da qualche anno a questa parte, anche a Roma, sono nati e si sono sviluppati fenomeni come quello del “Retake” che cercano di migliorare Roma partendo dal basso. Quindi c’è qualcuno che non si rassegna a guardare dalla finestra, o dal proprio profilo Facebook, l’evolversi degli eventi. Certo è che, al di là dei fatti di “Mafia Capitale” di cui evidentemente i romani non hanno colpa, se la città è invivibile, non è solo demerito di un’amministrazione debole, ma anche di romani che per primi non la rispettano. So di attirarmi delle antipatie dicendo quel che sto per dire, ma c’è una caratteristica dei romani che è al tempo stesso grande virtù ma anche grande difetto: qualunque cosa accada a Roma, comunque sia ridotta Roma, anche se i romani la criticheranno, altro Dio non avranno all’infuori della loro città. Alla fine, a noi, basta il Colosseo per riconsolarci subito.

Quanto hai lavorato per ricostruire gli scandali e i misteri della capitale? E, soprattutto, perché hai voluto farlo?
Il lavoro, completo di revisione e correzione, è durato quasi un anno: la stesura è iniziata agli inizi del 2015 e si è conclusa all’incirca nel giorno in cui l’ex sindaco Marino ha rassegnato le sue dimissioni (inizio di ottobre 2015). È stato un lavoro a ritmi serrati, non mi sono state concesse molte distrazioni, anche perché mentre scrivevo altre notizie emergevano e quindi gli scandali di Roma avrebbero rischiato di “seppellirmi” se non avessi corso con tutto il mio fiato.
Questa è stata un’occasione, ma anche un banco di prova: sin da piccola scrivo, soprattutto racconti, che custodisco gelosamente nella memoria del mio computer. Nel corso degli anni, poi, ho scelto di studiare legge, in funzione della mia ambizione a voler svolgere la professione di giornalista, e di iniziare la mia attività di cronista a partire dalla città di Roma: il tema, quindi, era quasi dovuto. Sembra una frase fatta, ma non sono stata io a scegliere il libro, ma lui a scegliere me. Anche per questo, non smetterò mai di ringraziare chi, qualche mese fa, ha scommesso su di me.

Hai in mente di scrivere altri libri sullo stesso filone? Ci sono anche tanti misteri romani irrisolti: via Poma, Emanuela Orlandi…
Per ora altri progetti in cantiere non ce ne sono. Certo è che mi auguro che questa esperienza, e il duro lavoro, si rivelino fruttuosi. Mi piacerebbe, non nego che la voglia sia tanta. Ma per il momento mi godo la soddisfazione. Poi, vedremo.

Come ultima domanda, consentici la più banale: perché comprare il tuo libro? Puoi rivolgerti separatamente a romani e non!
Perché secondo mia madre è il più bel libro che abbiano mai scritto, vale come risposta? Scherzi a parte, ai più giovani (romani e non!), o almeno a molti di loro, ne consiglio la lettura perché credo che molti degli eventi narrati non appartengano alla loro memoria storica. Il libro va comprato e letto anche perché molte delle sfide che abbiamo affrontato anni fa, penso a Italia ’90 o ai Mondiali del 2009, ci si ripropongono oggi più che mai attuali, visto che Roma è candidata alle Olimpiadi del 2024. Ma c’è molto altro: ci sono gli scandali legati all’abusivismo edilizio, per esempio: avere un’idea di come si sia sviluppata la nostra città e della direzione che sta prendendo non può che farci bene.

Se l’intervista vi ha incuriosito, cliccate qui per saperne di più sul libro

Riccardo Ghezzi

Riccardo Ghezzi1205 Posts

Giornalista pubblicista, scrive di sport e politica su testate locali piemontesi. Appassionato di politica da sempre, ha un unico pregio: non essere mai stato di sinistra in vita sua

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