La fine della Seconda Repubblica

storia-della-seconda-repubblica-in-italia_e3449ba61d645d8f779f40f3520b500bLa fine del 2011, con le dimissioni dell’ultimo governo votato dai cittadini e l’insediamento di Monti a Palazzo Chigi, ha costituito uno spartiacque nella vita politica di questo paese.
La fine della cosiddetta seconda Repubblica e l’inizio di un periodo di transizione che è tutt’ora in corso.

Tanti sono gli elementi e le tendenze che hanno caratterizzato questi 4 anni di riassestamento dell’assetto politico come veri e propri punti di non ritorno, dai quali, non è possibile prescindere per fare una valutazione dei possibili scenari futuri che non sfoci, fin da subito, in un ennesimo fallimento o nell’ennesima velleitaria azione che, invece di un cambiamento reale (seppure parziale, non esaustivo o ibrido come volete), porti soltanto a qualche scranno parlamentare da assegnare a qualche figurina politica delle solite funzionali allo status quo.

Proviamo ad elencarne qualcuno.

i) Con l’avvento di Renzi e l’inaugurazione del Patto del Nazareno il rapporto consociativo degli schieramenti tradizionali ha raggiunto il suo punto di massima coesione ai fini del mantenimento dello stato di cose esistenti.
La sua rottura, il segno inequivocabile che la coperta è sempre più corta e comporta l’impossibilità di mantenere le relazioni sussistenti tra gli elementi del vecchio sistema così come si sono configurate negli ultimi 20 anni.

Fuori dal fortino interno del partito della spesa pubblica rimangono esterni sia gli elementi più obsoleti del suo asset centrale, il PD, sia tutte quelle parti politiche che non hanno più convenienza ad aderire a tale modello di relazione con questo cuore pulsante del vecchio sistema.

Il sistema è più debole in quanto garantisce sempre meno persone e contenitori politici al suo interno.

Il vero terrore dell’establishment, infatti, non è più tanto l’opposizione di formazioni come il M5S, ma, piuttosto, la constatazione di come ormai le operazioni di puro restyling di facciata come quella di Renzi abbiano vita sempre più corta di loro.

Nel giro di un anno si è passati dal plebiscito delle europee, alla frana di voti delle regionali e ad un isolamento nel paese reale che è sempre più malcelato dagli organi di informazione filo-governativi.

L’isolamento del PD è un passaggio obbligato per ogni ipotesi di cambiamento reale che indicammo senza mezzi termini già dall’epilogo delle ultime elezioni europee ed oggi è talmente evidente che lo vediamo circondato anche da sinistra, non già da quelle forze minoritarie che vanno dai suoi dissidenti interni a SEL (e che rientrano in quella dinamica descritta appena sopra), ma da quelle fasce più basse del pubblico impiego che guardano al M5S come alternativa, piuttosto che confermare il loro storico appoggio alla sinistra mainstream. Da qui la tenuta del M5S alle ultime regionali.

Chiusa la fase nella quale il M5S, in assenza di altro, veniva visto come un possibile ariete anti-sistema, attualmente si configura come la forza istituzionale in grado di poter accogliere l’eredità di una sinistra non più consociativa dopo il crollo definitivo del PD.

La fine della seconda Repubblica o è la fine del consociativismo oppure non è nulla.

Lo tengano bene a mente coloro che, dall’altra parte della barricata dovranno prendersi la responsabilità di istituire un blocco elettorale unito e contrapposto del tutto alla sinistra, sia quella vecchia, che quella nuova.

Da quella vecchia lontani dal suo consociativismo di fondo, da quella nuova lontani per contenuti e visioni del futuro.

ii) In tutta questa dinamica in corso, in questi 4 anni, abbiamo anche potuto constatare, purtroppo, il velleitarismo e l’inconcludenza di tutta la base della società che spesso, troppo spesso, si è trovata così spaesata e poco adusa a camminare con le sue gambe e che ha fatto perfino rimpiangere, in tante occasioni, molte delle personalità e dei contenitori della vecchia politica che pure aveva tutto l’interesse a sostituire una volta per tutte.

Sempre, alla resa dei conti, alla mercè di qualche conventicola accademica, ideologica o del salvatore di turno, incapace di distinguere tra il piano della politica attiva e quello dell’impegno pre-politico e culturale di medio-lungo periodo.

Divorata e stremata dall’improvvisazione più inconcludente ed effimera, sia negli strati sociali di essa più fiaccati dalla crisi (e questo si può capire), sia in quelli con un retroterra politico-culturale più alto (e questo si può capire di meno).

Ce la farà, con quel poco di buono che si è visto finora, almeno a capire che l’unico obiettivo realistico alla sua portata in questo momento è soltanto quello di cercare di ridisegnare gli spazi del nuovo non come la vecchia politica vuole, ma almeno come la vecchia politica dovrà, alla buon’ora, rendercene conto?

E’ una battaglia difficile, ma è l’unica che valga la pena anche di perdere, è un braccio di ferro per chi ha deciso di rimanere nella trincea di questo inferno fiscale, non di chi ha già deciso, per motivi suoi, di andarsene all’estero, non di chi parla da dietro una cattedra al sicuro del suo stipendio statale, né di chi lo fa dai furori senili della sua pensione onestamente guadagnata tra un talk show di Bruno Vespa ed un’inchiesta di Report.

Questa è la battaglia di chi produce e lavora, ora, ed ha deciso di restarci con l’ottimismo che, qualora dovessimo essere battuti, in vent’anni, questo paese non sarà più lo stesso comunque, anche senza manfrine elettorali e partitini vari, anche senza inutili megafoni isolati a scaldare qualche poltrona parlamentare che non sono mai serviti a nulla ed ora servono ancora a meno.

Se andremo o ritorneremo a votare è per cambiare subito, almeno quello che è possibile cambiare, senza giri di parole, con le mani sporche proprio come decideremo di sporcarcele, senza nascondere nulla e senza far passare per il meglio, quello che invece è soltanto ciò che ci è possibile fare con le condizioni date, non con quelle che ci piacerebbero essere nella nostra testa.

Non abbiamo tempo da perdere, per noi ogni mese che si chiude in rosso è un vero problema!

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3 Comments

  • gbravin Reply

    14 giugno 2015 at 3:50 pm

    Non so se si può definire questo periodo: “Fine della II Repubblica”. Certamente viviamo il congelamento della nostra Costituzione in tutti i nostri diritti. Il Popolo non è piò SOVRANO. Monti, e il governo tecnico, non avendo elettorato a cui rispondere, dovevano applicare misure draconiane per ridurre il debito pubblico. L’unica cosa che fecero, fu salvare banche ed assicurazioni per garantire e dare certezze ai finanziatori stranieri che avevano prestato soldi all’Italia. Lo stesso fu fatto da Letta e attualmente da Renzi. Quello che capitò a Cipro, col prelievo forzoso, era un test. Ora, in Grecia si sta giocando una partita al cui tavolo NON siede l’Italia, creditrice della Grecia. L’Italia sarà la prossima…

  • Monica Cappellini Reply

    15 giugno 2015 at 5:31 am

    si resta si comabatte e si stringono i denti
    Tutto il resto è codardia

  • La fine della Seconda Repubblica | aggregator Reply

    16 giugno 2015 at 1:53 pm

    […] La fine della Seconda Repubblica […]

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