La situazione sindacale in Rai

RAI_—_Radiotelevisione_italiana_(logo).svg La Rai sta rinnovando il suo volto sindacale. Tra la nomina del nuovo coordinamento dei rappresentanti dei lavoratori di inizio dicembre e le elezioni generali di febbraio, i lavoratori Rai parteciperanno al cambiamento generale che già investe l’azienda dopo l’avvento dei nuovi presidente, direttore generale e CdA e le ormai prossime modifiche ai relativi poteri.

Anche in Rai come in altre aziende si è assistito al difficile ma continuo confronto tra i sindacati più moderati e la direzione mentre la categoria Cgil ha preferito, tra sbalzi di pressione, abbandonare i tavoli all’ultimo minuto. Giusto un anno fa UilCom Rai si chiedeva quali fossero le intenzioni di Cgil di fronte al baillame di comunicazioni intervenute sullo sciopero nell’azienda televisiva del 12 dicembre 2014. La domanda era “Dilemma: in RAI e’ il coordinatore nazionale SLC-CGIL ad abdicare al ruolo confederale oppure la SLC-CGIL nazionale?” In quell’occasione Cgil e Snater avevano cercato di appropriarsi, cambiandone motivi e ordine del giorno, della protesta avviata da UilCom, Ugl e Libersind. E come sempre più spesso avviene nelle principali aziende del paese, si era arrivati a manifestazioni separate.

Dunque il sindacato che rappresenta circa 9mila lavoratori Rai, oggi di fronte al DG Dall’Orto, ieri all’ex Gubitosi è, da tempo, il blocco di sigle UilCom, Cisl, Ugl e Libersind. A loro si devono i 3 milioni di investimento sui passaggi di livello e la stabilizzazione dei precari (TD di bacino e 50 “atipici”, dopo i 1600 avviati dalla DG Lei), nel percorso degli accordi di luglio 2013, dicembre 2014 e febbraio 2015 che Cgil ha contrastato con una critica strutturale di stampo autonomo.

Da un decennio l’esistenza di due blocchi tra i lavoratori, divisi, da un lato, tra Uil, Ugl e Libersind (cui nell’ultimo anno si è aggiunta la Cisl), e Cgil e Snater dall’altro è stata oscurata dal dominio culturale esercitato da Usigrai e Articolo 21 sui 1800 giornalisti TV. La voce del lavoro Rai, all’esterno, si è identificata nelle espressioni più di sinistra, vicine all’ideologizzata Rai3 ed agli esponenti sindacali dei giornalisti poi eletti in parlamento nel Pd e Sel. Cgil, associatasi alle loro battaglie, ha accantonato le lotte concrete su paghe, sviluppo e posti di lavoro preferendo le campagne sulla libertà di stampa, conflitti politici tra operatori Tv e difesa delle testate aziendali più politicizzate.

Nell’ultimo anno però Cgil è andata in shock anafilattico di fronte al rovesciamento della storica politica del Pd, ora partito al governo, verso la Rai. Con una clamorosa inversione ad U, il partito della sinistra ha tolto ogni sostegno politico al partito Rai, quello del “Riprendiamoci la Rai” di Usigrai, Rai3, Articolo 21, Adrai, Precarai, Cgil e Snater, che nel passato CdA trovava riferimento nell’ex magistrato Colombo e nella Tobagi. Simboli dell’inversione, l’uscita dal Pd di due nomi storici del “partito Rai3” come Mineo, già direttore Rainews24 e come Freccero, ex direttore Rai4, i cui accenti sempre più antigovernativi gli hanno offerto un seggio nel CdA Rai, addirittura per conto del movimento grillino. Così il sindacato di Corso d’Italia, ha finito per assumere nella Tv di Stato un atteggiamento paraFiom, allargando quell’area sempre più vasta di Cgil che va abbandonando i temi del concreto confronto sindacale per scegliere un terreno di scontro politico sistemico. Ciò infatti che preoccupa di più nella Cgil Rai è l’incombente unificazione della News Room, che sancirà la fine dell’antica divisione delle redazioni telegiornalistiche per le anime politiche democristiana, socialista e comunista. Spariti da più di vent’anni Dc, Psi e Pci, non risultano Tg Rai orientati dal centrodestra e dal movimento grillino. L’unificazione della News Room, che consentirà grandi risparmi senza le attuali ridondanze delle tante redazioni, annullerà anche l’ultima divisione di orientamento politico ancora presente che riguardava le due anime del Pd, quella renziana e quella di sinistra. E Cgil, ultuma sigla a poter contare su un sostanzioso sostegno politico ed una grossa rappresentanza parlamentare, teme di perdere il suo canale preferenziale.

Le elezioni di febbraio si terranno secondo le regole generali sulla rappresentanza del 2013; quindi conteranno i viti e gli iscritti e non ci saranno vantaggi per le sigle storicamente più grandi. Si vota dopo 3 anni dalle tormentate consultazioni del 2012 che avvennero tra contrasti e seggi elettorali divisi, che penalizzarono soprattutto i risultati di Saxa Rubra. Si tratta di un voto che evidenzia la centralità della presenza romana della Rai. La prima impresa culturale italiana eleggerà ben 81 rsu a Roma su un totale di 209 per 21 città, quando Milano, Napoli e Torino ne esprimeranno soltanto 18, 12 e 30. L’ultimo voto del 2012, su cui i 4400 elettori si spaccarono quasi a metà, diede alla delegazione trattante 36 Rsu (11 a UilCom, 10 a Cisl, 10 a Ugl, 5 a Libersind) e 34 a quella opponente (Cgil 25 rsu e Snater 9); 57 componenti degli organismi al primo blocco e 48 al secondo. Gli iscritti medi, tre anni fa in totale erano 4.442 divisi tra Cgil (1.177) e Snater (640) e tra Uilcom (756), Cisl (830), Ugl (880), Libersind (250). Molte cose da allora sono cambiate. I giornalisti sono divisi alla luce dello scontro tra Fnsi e Ordine. Non esistono più figli preferiti dalla politica. E come tutta Roma anche Rai di tutti i suoi lavoratori soffre. E’ tempo di maggiore sinergia sindacale perché la Rai non è più l’isola felice di un tempo staccata da tutto e tutti.

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1 Comment

  • Giovanni Bravin Reply

    30 novembre 2015 at 12:26 pm

    Un vecchio slogan pubblicitario, diceva:
    “RAI, di tutto, di più!…..”

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