La start-up è una cosa seria: ecco gli errori da evitare

240_F_54913858_DAWH81xykHACDMUU9qqh5xJhKnEfdUQh (1)Si fa presto a dire “startup”.
Startup è, letteralmente, l’avvio di un’attività, tipicamente imprenditoriale, e di recente sembra essere diventata la panacea di tutta la congiuntura economica negativa. Soprattutto, il numero di startup di un paese viene interpretato come un fortissimo ed inequivocabile segnale di ripresa.
A maggio 2015, l’Osservatorio Cerved – Italia Startup sull’imprenditoria annunciava che, dopo tre anni di calo, il numero delle nuove imprese tornava in crescita. In totale a oggi sono 275mila (+2,3% rispetto al 2013) e in particolare è in aumento il numero delle start up innovative che sono 171mila, mille in più rispetto al 2013 (+36%).
In particolare, fanno molta sensazione le cosiddette “startup innovative”, ovvero la PMI che, tra le altre cose, commercializza prodotti altamente innovativi, investe almeno il 15% del proprio profitto in ricerca e che ha almeno un terzo dei dipendenti in possesso di un dottorato. Insomma delle startup da Silicon Valley.
Esse sono registrate in una sezione particolare del Registro della Camera di Commercio e beneficiano di vantaggi fiscali e di agevolazioni ad hoc.
Sempre il Cerved sottolineava che nel 2014 le nuove startup innovative erano state ben 1.256.
In realtà in economia non esistono segnali inequivocabili e c’è sempre necessità di un’interpretazione sistematica con le altre tendenze micro (nel senso di riferite al singolo individuo fisco o giuridico) e macro (nel senso di tendenze di sistema ) economiche.

La numerosità di startup (come del resto anche il numero di nuove partite IVA e comunque di nuove attività autoimprenditoriali) non è necessariamente un segnale di ripresa, ma può essere un estremo tentativo di ricerca di un’occupazione (anche, ed anzi soprattutto nelle fasce dei più giovani) in mancanza di posti da lavoratore dipendente.
Si pensi, solo per fare un esempio, all’aumento delle Partite IVA italiane registrate tra novembre e dicembre 2014: non si trattava di un fiorire di creatività e di spirito imprenditoriale, ma piuttosto di una corsa a registrare la propria attività entro fine anno al fine di poter usufruire del regime agevolativo dei minimi con tassazione secca al 5%, che poi sarebbe dovuto passare al 15% col nuovo anno (in realtà è stato poi scelto un doppio binario permettendo la convivenza dei due sistemi ancora per un anno).
Molto più significativo sarebbe, piuttosto, il tasso di sopravvivenza delle startup a due anni dalla loro fondazione e, ancor meglio, i loro tassi di stabilità e di indebitamento, ovvero quanto esse riescano a mantenere un conto economico positivo nel medio lungo termine con mezzi finanziari propri, senza ricorrere a fonti di finanziamento esterne, che siano prestiti o incentivi.
Attorno alle startup si è infatti creata un’impalcatura di sistema molto utile, anche in buona fede, ai fini propagandistici e promozionali del Paese, ma che spesso si rivela essere uno specchietto per le allodole che rischia di illudere giovani di belle speranze che passano, nel giro di un paio d’anni, da disoccupati a disoccupati indebitati.

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Ai giovani startupper è infatti dedicata tutta una complessa rete di aiuti e agevolazioni (come lo Smart&Start del Ministero dello Sviluppo Economico, che finanzia con un mutuo senza interessi le spese di avvio) e di incubatori, ovvero di ambienti protetti in cui consulenti e trainer accompagnano gli startuppatori nella loro avventura) anche privati, come quello gestito da Telecom (TimWCap).
Sia chiaro: il fine ultimo di queste righe non è demolire l’istituto della startup o spegnere le speranze dei giovani italiani che vogliano cimentarsi in una nuova attività: ben vengano, e anzi lodi a chi non si arrende e porta il proprio spirito d’iniziativa all’estero.
Ma è necessario rendersi conto della pesantezza economica e gestionale della gestione d’impresa e di quanto sia necessario assicurare fin da subito la sostenibilità dell’intrapresa.
Altrimenti il rischio è quello di ripetere la bufala delle SrL ad un euro che si potevano, sì, creare senza spese (venivano annullate addirittura quelle notarili), ma poi le spese di gestione e, soprattutto, il carico fiscale era identico a quelle di una qualsiasi SrL e molti hanno poi scoperto solo poi di non essere in grado di sostenerle, chiudendo e magari creando qualche nuovo disoccupato.

È necessario un percorso che prenda il via da molto prima dell’avvio della startup, che cominci magari durante l’ultimo anno di scuola superiore, anche nei licei, (dando così un minimo concretezza a quella necessità di incontro scuola – lavoro tanto sbandierato da tutti i Governi degli ultimi 10 anni).
Imprenditori non ci si improvvisa, non basta, anche se è ovviamente fondamentale, una buona idea, ma occorrono strumenti e conoscenze tecniche che solo un serio percorso formativo può dare, come la conoscenza di cos’è un business plan e di come si legge un bilancio, e, soprattutto, la consapevolezza dei costi che si andranno ad affrontare e che molti di essi saranno sunk costs, ovvero costi secchi, non recuperabili, da cui non si ha un ritorno economico.
E serve anche la coscienza che, spesso, agevolazioni e finanziamenti non sono a fondo perduto, ma si tratta di mutui e prestiti. Agevolati e spalmati nel tempo, certo, ma sempre di somme che vanno poi restituite e che graveranno sul conto economico.
Detto tutto questo non bisogna perdersi d’animo, anzi bisogna conoscere tutte le opportunità di finanziamento che sono disponibili e avere il coraggio di sbattere i pugni sui tavoli delle amministrazioni, anche quelle locali, per averle: scandalosamente noto è il caso dei fondi europei strutturali (ovvero quelli erogati dalla Commissione Europea ma gestiti dai Paesi membri e, in Italia, dalle Regioni) che nel nostro paese vengono utilizzati per uno scarso 60%, con una ricorsa continua all’impegno di spesa.

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Ed è notizia recente che rimangono inutilizzati milioni di euro che sarebbero messi a disposizione in Europa dai business angels, ovvero dagli investitori privati pronti a finanziare e diventare soci di idee interessanti (salvo poi scoprire molti talenti italiani che si presentano ai business angels della trasmissione Shark Tank, a dimostrazione della poca fiducia di molti start upper verso i canali tradizionali di finanziamento).
Vero è anche che, spesso, le intraprese italiane non trovano appeal dai finanziatori esteri non per propria colpa, ma a causa dell’ambiente fiscale e burocratico in cui vivono: serve allora, di contro, un ambiente più snello, che non si limiti a prevedere sgravi e agevolazioni, ma un percorso premiante, basato sull’efficienza dell’impresa e sulla sua capacità di creare reddito e poti di lavoro nel tempo: è dello scorso novembre il Libro Bianco delle Startup a opera di IBAN, la maggiore associazione italiana di business angels, con cui si chiede, tra l’altro, al Ministero dello Sviluppo Economico di non tassare i redditi reinvestiti nell’attività (sul modello della vicina Malta, verso cui molti startuppatori italiani dirigono le proprie imprese), e di permettere la non applicazione dell’articolo 18.

Non si può, del resto, pensare che un modello di impresa innovativo e basato sulle nuove tecnologie e sulla ricerca applicata come la startup, e in particolare quella innovativa, possa proliferare in un ambiente vecchio e statico come quello italiano, in cui, solo per fare un esempio, molte pratiche vanno presentate ancora via fax o dove i click-days si risolvono sempre in un sistema impallato e nella perdita di tempo ed informazioni.

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