L’affaire VolksWagen, ovvero come tramutare in caciara un mero illecito industriale

volkswagen-logoLa notizia, ormai, è stata assimilata da tutti.
Quello che sul web è già chiamato il “dieselgate” è entrato nell’immaginario collettivo creando diverse fazioni opposte di “opinionisti” da tastiera: i “ben gli sta ai crucchi” e i “tu guarda, gli USA attaccano la Germania per…” con in mezzo gli “antitaliani” che sentenziano che “se è successo a VolksWagen figurati a Fiat”, eccetera.
Cosa sia successo veramente, però, è passato un po’ in secondo piano, anche per la sintesi imposta dagli spazi nei notiziari, e il clamore suscitato dalla vicenda unito al nome, prestigioso, coinvolto ha contribuito ad annebbiare i fatti a fronte di interpretazioni quasi mitopoietiche.
Sarebbe bene, innanzitutto, sottolineare che si sta parlando di automobili alimentate a gasolio, spinte da quei motori common rail che hanno fatto la fortuna di questa categoria di autovetture negli ultimi vent’anni. La tecnologia utilizzata è tutta di origine italiana, dei laboratori Fiat, per intenderci, che idearono e svilupparono il sistema di propulsione per, poi, cedere il brevetto per l’industrializzazione a Bosch che lo distribuì a tutti i maggiori produttori di motori al mondo.

Fu così che, subito dopo il JTD Fiat, montato inizialmente sull’Alfa Romeo 156, arrivò il TDI VW.
La storia riferibile allo scandalo che si sta osservando in questi giorni, però, non dipende dalla base tecnologica dei motori e, soprattutto, non è cosa nuova ma risale a diverso tempo fa.
Fin dal 2009 Volkswagen pare abbia inserito un particolare codice, nelle centraline dei suoi veicoli, per rilevare la sequenza dei movimenti di pedali e sterzo solitamente effettuati da chi realizza i test per le emissioni. Qualora il software rilevasse la sequenza prevista, il sistema ridurrebbe le prestazioni del motore e altri parametri per fare risultare le emissioni in linea con i dettati di legge, rendendo un risultato difforme da quello che, effettivamente, si otterrebbe con una prova su strada
In questo modo i controlli sono stati elusi per anni, permettendo notevoli risparmi nello sviluppo di sistemi meno inquinanti e consentendo, perciò, maggiori margini di guadagno su ogni nuovo modello.
Tutto questo è durato finché una serie di test, effettuati da un gruppo indipendente, l’International Council on Clean Transportation, unitamente ai ricercatori della West Virginia University con lo scopo dichiarato di raccogliere dati per spingere i legislatori europei a emulare i severi standard americani sulle emissioni di monossido di azoto, ha permesso di scoprire che il modello esaminato, una VW Jetta, emetteva quantità di ossidi di azoto 35 volte superiori ai limiti di legge, ben di più di quanto rilevato in laboratorio.

Nel maggio dello scorso anno, lo United States Environmental Protection Agency (EPA, da noi, sic, divenuta celebre con il film dei Simpson) informò Volkswagen del problema e impose di indagare sul caso e di risolverlo.
Nonostante la Casa tedesca avesse indicato la ricezione della segnalazione e la successiva risoluzione del problema; nuovi test condotti su diversi modelli di successo sul mercato USA e venduti nello scorso quinquennio hanno condotto ai medesimi risultati delle prove precedenti. Inizialmente l’Azienda attribuì i problemi a degli inconvenienti tecnici ma, in seguito, ammise che alcuni sistemi di bordo falsavano i test sulle emissioni nocive.
Venerdì 18 settembre scorso, quindi, l’EPA ha formalizzato le sue accuse nei confronti di Volkswagen, accusando la casa di Wolfsburg di montare sui suoi modelli più venduti un software in grado di contraffare i test per mascherare emissioni tra le 10 e le 40 volte superiori rispetto ai limiti imposti.
Questo è quanto è successo finora e nulla più.
Si tratta, evidentemente, di una frode industriale per aggirare leggi che imporrebbero costi di produzione molto più elevati rispetto a quanto effettivamente sostenuto finora e l’obbiettivo finale potrebbe essere solo quello di massimizzare il MOL aziendale e di lì ottenere un vantaggio sia per le casse di VolksWagen sia per gli shareholders, non c’è alcun complotto in merito da parte della Germania, che pur possedendo circa il 20% del pacchetto azionario tramite il Land della Bassa Sassonia, rappresenta un socio di minoranza dell’Azienda, stabilmente in mano alla famiglia Porsche-Piëch. Un peccato per chi già pensasse a tentativi egemonici di un ventilato IV Reich.
Un dispiacere similare coglierà gli strenui difensori del mondo teutonico, poiché il caso è stato scoperto quasi per caso, come indicato poc’anzi e già segnalato per tempo all’Azienda per porre rimedio a un eventuale problema tecnico, cosa che non era in effetti. In più nel corso degli anni sono stati sanzionati diversi gruppi dai Bureau a stelle e strisce, cosa che esclude un’eventuale mossa per ricattare lo stato tedesco per un qualsivoglia motivo.
Ricordiamone qualcuno, giusto a titolo di cronaca:

-nel 2008 Ford dovette richiamare 12 milioni di autoveicoli per un problema di surriscaldamento dell’interruttore;
-nel 2012 Toyota fu obbligata a richiamare 10 milioni di autoveicoli perché il tappetino delle auto bloccava l’acceleratore (!);
-nel 2014 General Motors, per problemi al sistema di accensione, fu costretta a richiamare oltre 7 milioni di veicoli
-nel 2014 a Hyundai e Kia fu somministrata una sanzione di 750 milioni per aver dichiarato dati fasulli sui consumi dei loro prodotti.

Questi sono i casi più recenti e coinvolgono due case americane, una giapponese e due sudcoreane, chi potrebbe sospettare un complotto anti tedesco, quindi?
Domanda retorica, basta fare un giro sul web per trovarne a iosa in compagnia dell’altra fazione già indicata qualche riga fa. Siamo in Italia, infatti, e insieme agli CT del dopo partita abbiamo anche i politici da bar ma questa è una storia già narrata.
Un ultima precisazione, però, andrebbe fatta su questo caso.

In alcuni commenti, anche autorevoli, che circolano sulla vicenda si vuole indicare VW come una vittima di regolamentazioni assurde e dell’azione fin troppo invasiva dello stato in campo economico industriale.
È vero che la normativa sulle emissioni inquinante sia piuttosto penalizzante per i produttori, sia in USA sia in Europa, come è vero che, probabilmente, si è giunti al limite tecnologico che impedirà ulteriori miglioramenti nell’emissione dei gas di scarico da un motore a combustione ma è anche altrettanto vero che in un mercato concorrenziale, esistendo delle regole valide su tutti i competitor, queste vadano rispettate e bisogna che siano fatte rispettare, punendo i trasgressori.
Se VW avesse imbrogliato, così come se qualsiasi altra Casa produttrice l’avesse imitata, deve essere sanzionata e duramente. Se, invece, i trasgressori fossero tutti i competitor allora sarebbe la norma ad essere errata, perché, probabilmente, imporrebbe degli standard impossibili, e dovrebbe essere cambiata ma non pare sia questo il caso.

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1 Comment

  • Monica Cappellini Reply

    8 ottobre 2015 at 8:04 am

    bastardi

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