Le debolezze della società civile

società-civileViviamo in un paese nel quale i suoi abitanti sono ancora troppo simili a quelli di 50 anni fa.
Il risultato è che ci troviamo ad affrontare enormi problemi di tipo economico e sociale con una mentalità del cittadino medio del tutto inadeguata alla loro risoluzione.
Questa è la vera paralisi che affligge ogni proposito di riforma strutturale del paese, compresa quella relativa al ricambio della classe politica.
Vi è consistente identità tra il politico italiano e l’avente diritto al voto che lo ha eletto.
L’elettore è, in potenza, carico degli stessi difetti che il personale politico ha rappresentato, in atto, nella maggior parte dei casi attinenti alla storia repubblicana degli ultimi decenni.
Il mondo cambiava mentre un intero sistema-paese rimaneva fermo al dopoguerra ed agli impianti ideologici che ne avevano caratterizzato la nascita.
Tutto il velleitarismo che ha contraddistinto, dal 2011 ad oggi, ogni ipotesi politica di soluzione civile ai problemi che assillano questo declinante paese sono spiegabili a partire da questo assunto: la società civile di cui facciamo parte tutti quanti non è migliore della classe politica che la ha governata per tutto questo tempo con il suo consenso diretto ed indiretto.

È affetta dallo stesso gap tecnologico, dagli stessi limitanti pattern ideali di riferimento, dalla stessa logica clientelare con la quale la classe politica ha espresso, tendenzialmente, ogni sua relazione con l’amministrazione della cosa pubblica.
Non esiste un solo punto dove la società civile esprima, allo stato attuale, dei valori medi superiori a quelli della sua classe politica.
Non sarebbe stato possibile arrivare proni fino a questo punto, neanche di fronte alla peggiore classe politica degli ultimi 150 anni, senza una società civile, nel suo complessa, priva di ogni residuo orgoglio vitale.
Ci troviamo nella paradossale situazione dove, a fronte di necessarie operazioni di riforma profonda dell’insieme-paese, non esiste il materiale umano adatto a sostenerle o comunque è del tutto insufficiente di numero a supportarle, non solo idealmente, ma, anche, purtroppo, in via del tutto pratica.
Da questo dato di fatto occorre ripartire, non è nascondendo le proprie debolezze che si viene a capo dei relativi problemi o soltanto si prova a darne una soluzione.

Si parla, ad esempio, di politica a basso costo, ma essa è possibile solo a partire da un uso evoluto della tecnologia e gli abitanti di questo paese sono ben lungi da esserne anche solo approssimativamente al livello minimo necessario.
Se la politica non può essere a basso costo significa che ancora per molto tempo debba essere di professione, con tutto ciò che comporta nel mandare a benedire chi si auspicava un modo diverso di intenderla.
Ed una volta che sia acclarato che debba essere di professione qualcuno ci deve spiegare per quale motivo una persona, mediamente capace di guadagnare con altro nella vita, vi si debba cimentare al gratis o per il bene comune del paese.
Già rinunciare a questa retorica del salvatore della patria o del disinteresse del politico sarebbe un grosso passo in avanti verso quel processo di maggiore consapevolezza dei fatti e della loro reale natura di cui la nostra società civile abbisogna in modo impellente, per ritrovare se stessa ed un guizzo che possa costituire il primo passo per il riscatto totale dal sonno che la obnubila.

Questi piccoli passaggi di maturità nella mentalità del cittadino medio, questa non paura di chiamare le cose con il loro nome, comprese le proprie debolezze, sono l’unico viatico in grado, con il tempo, di trasformarlo in un soggetto capace di non essere più democristiano della classe politica della quale si lamenta, invano.
Un paese di democristiani, questo siamo, una comunità dove piuttosto che dire in faccia a qualcuno la scomoda verità siamo disposti ad edulcorarla, a farla passare per ciò che non è e non può essere allo stato attuale del livello medio di pensare.
E nella società civile, questa forma di servaggio intellettuale, non è minore che nel suo establishment.
Uomini con le palle più simili a capocchie di spillo che a normali testicoli non possono pretendere altro, rispetto a quello che abbiamo davanti agli occhi, da anni, tutti i giorni.

C’è una guerra di mezzo persa a giustificare questo prostrante stato di cose, c’è stata l’illusione di non dover più essere alle prese con i problemi quali la scarsità di beni e di lavoro ad illudere la generazione dei nostri padri, ma almeno noi avremmo il dovere di dire ai nostri figli che era solo un’illusione di cui loro stanno pagando il conto salato.
La politica a basso costo, di puro servizio, la potrebbero fare solo i vecchi di questo paese, ma come mettere in mano tanta responsabilità a coloro che hanno in gran parte determinato la narcosi civile che ammorba la società nel suo insieme?

Sono quelli che, quand’anche siano ancora nel pieno delle loro forze, da una parte parlano di crisi profonda della società e delle istituzioni e dall’altra si esaltano per una lenzuolata del Renzi di turno o per un lieve abbassamento contabile della pressione fiscale dello zero virgola propagandato dal governo.
Cosa vuoi mettere in mano a questa gerontocrazia diffusa?
Peggio di loro sono soltanto i venticinquenni che ragionano allo stesso modo, pochi per fortuna (almeno una cosa positiva c’è in questo malandato paese).
È impressionante, soprattutto nelle regioni ad alto residuo fiscale, vedere le file interminabili di over50 fare la coda davanti agli uffici dell’erario il giorno del pagamento del balzello di turno. Non sia mai che non si paghi in tempo utile.

Ancora più desolante la compagine sociale dei cosiddetti rivoluzionari, spesso disoccupati cronici, con un sacco di tempo che non sanno come impiegare ed un anelito ad ottenere un sussidio che li pervade speranzosi, ingolfati di improbabili ed improponibili soluzioni ai drammi economici e sociali della società, cresciuti a pane&gabanelli, così come gli over50 sono cresciuti a pane&brunovespa.
Chi è vessato veramente ha sempre due problemi mai uno. Il primo è quello prodotto dallo stato di vessazione che li affligge, il secondo è quello di chi gli propina le false soluzioni al problema.

È un’altra fortuna quella di non avere il bisogno di dover accattare voti, capiamo la difficoltà, da parte di chi ha invece questa necessità, di poter dire liberamente le cose che abbiamo appena scritto.
Ma è possibile che in un paese ridotto come il nostro c’è ancora qualcuno che possa avere paura della destra radicale giovanile?
Quella che non ha esitato, dopo il terremoto dell’Aquila, ad andare volontaria a soccorrere gli abitanti dei paesini sperduti dell’Abruzzo con intere vite di sacrifici e qualche persona cara rimaste sepolte sotto un cumulo di macerie, mentre qualcuno si leccava i baffi per l’affare che sarebbe stato ricostruire il tutto.
No, non possono essere la mala politica e le mafie il primo male di questo paese ed anzi, se continueremo di questo passo, dovremo raccomandarci a quest’ultime qualora venissimo ad essere interessati ad un conflitto con quelli che stanno sull’altra sponda del Mediterraneo, sempre che a Gomorra non torni più utile venire a patti con un califfo piuttosto che con degli zombie come noi.

La bonifica di 10 milioni circa di parassiti ci separano da quello che attualmente è la nostra vergogna ed un domani potrà essere considerato un lontano passato da non più ripetere, se ci diamo una svegliata e raccogliamo quell’ultimo rimasuglio di energie rimasteci prima del definitivo oblio di un intero, variegato, sistema di popoli, quali eravamo, prima che diventassimo una massa indistinta di anonimi aventi diritto al voto, una volta ogni cinque anni, o giù di lì …

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