Le fusioni editoriali vanno solo quando non le fa Berlusconi

feltrinelliLa fusione di Rcs Libri – Rizzoli in Mondadori è una realtà. La polemica su Mondazzoli, però non recede, sostenuta dall’allarme degli scrittori timorosi del futuro predominio di Segrate sui grandi premi letterari. Pochi mesi fa Messaggerie e Feltrinelli, i due maggiori operatori nella distribuzione per conto di editori terzi, si sono unite prendendo il 60% per cento del relativo mercato. L’antitrust non ha avuto nulla eccepire. Fusioni sono avvenute in Francia e Spagna. Random House-Penguin, 10mila dipendenti e $4 miliardi di fatturato, ha fuso l’inglese Penguin, la statunitense Random e la tedesca Bertelsmann nell’editore più grande del mondo con 250 marchi. Ben meno del fatturato congiunto da 586 milioni di euro e del personale totale da 3576 persone di Rcs Libri (252 milioni e 453 dipendenti di cui 392 in Italia) e Mondadori (334 e 3123 dipendenti, di cui 2200 in Italia). In futuro, oltre quanti sottolineano il suo strapotere, Mondizzoli dovrà vedersela con il nuovo contesto determinato dal protagonismo di operatori come Amazon, l’editore distributore della e dalla rete, ultimamente number one dell’e-commerce sopra Microsot. Proprietaria di un gigantesco impianto di logistica da 70mila metri quadri a Castel San Giovanni Piacenza con mille dipendenti, Amazon  per ora paga 1,6 milioni di imposte come nel 2013 a fronte di qualche miliardo di fatturato in Italia, la cui dimensione non è però precisata, finendo nel mare magnum dei ricavi a livello europeo che nel 2013 erano di 14 miliardi. Da quest’anno Amazon terrà una contabilità nazionale dopo le tante proteste ricevute da tutti gli OTT per l’elusione fiscale. Molti, non a torto, dubitano che il libro digitale ed in particolare l’ebook possa nel breve termine superare la distribuzione tradizionale materiale. Amazon però oltre software, e-books ed altri servizi digitali, vende con meccanismi virtuali per poi consegnare, nel mondo materiale, libri stampati. Si collega alla disintermediazione avanzata di Uber e può intercettare l’autopubblicazione, sul modello della trasformazione del bricolage indotto da Ikea, che oggi coinvolge un milione di autori e che è i lavoro base di moltissimi piccoli editori. Viene a costituire per la platea dei 1500 editori indipendenti mediopiccoli che stampano il 24% dei libri e ne distribuiscono il 10% una grande piattaforma utilissima, per tanti nuovi servizi, dalla distribuzione sui devices mobili, alla stampa materiale, fino alla traduzione dei libri editi per l’accesso al mercato mondiale. Venditore diretto, editore, consulente, facilitatore di venditori ed editori terzi può intaccare le posizioni degli operatori tradizionali sia di edizione che di distribuzione. Con soli 3,5 milioni di effettivi clienti delle librerie, il riequilibrio dovrà essere cercato non tra i grandi brand tradizionali ma tra questi ed i marchi delle nuove modalità di fruizione.  L’oligopolio Mondadori era già una realtà prima della concentrazione con un gigante da 27% che surclassava di 2,5 volte la quota del secondo. Seguivano 4 piccoli grandi, tra cui c’era, assieme a Gems (Gruppo Editoriale Mauri Spagnol) di Stefano Mauri, controllata da Messaggerie, Feltrinelli e Giunti, intorno al 10%, anche Rizzoli all’11,7%. Cui ora bisognerà aggiungere Adelphi tornata indipendente al fondatore Calasso. Tutti integrando la filiera di editore, distributore, libraio, megastore multimediale e di negozio sul web. Ora si è arrivati al quadro di un gigante del 39%  (25% della scolastica, 40% del trade librario e il 70% dei tascabili) e 3 medi nel contesto più generale di 1.650 editori (di cui 200 grandi, 500 medi e 1000 piccoli) che stampano 62mila titoli (di cui 40mila novità) per 180 milioni di copie. I grandi 200 stampano il 76,2 % e distribuiscono il 90% dei libri proposti per una tiratura media di 3.500 copie ca.

I lettori

La concentrazione non nasconde che il mercato di cui si parla è circoscritto ad un pubblico di 3,5 milioni di lettori, considerati forti perché comprano un libro al mese, ciascuno per 360 euro di spesa annua. Poi a decrescere, ci sono i 3,6 milioni che spendono 300 euro, i 6 milioni che ne spendono 180, fino ai 10,7 milioni di lettori deboli che spendono 80 euro annui. Tra forti, medi e deboli, i 24 milioni di lettori spendono 3,2 miliardi. I grandi lettori non sono professori ma le ragazze tra gli 11 e i 24 anni il cui 60% legge un libro al mese. I 33,6 milioni che non leggono mai, aumentano ogni anno anche fra i laureati. L’Aie, Associazione italiana editori, di fronte a 2,6 milioni di lettori persi negli ultimi 4 anni ha lanciato la campagna #ioleggoperché, attraverso “messaggeri” incaricati di promuovere 24 nuove opere a scuola, all’università, al lavoro, sui treni locali, nelle biblioteche, nelle librerie. Oggi però la concorrenza non è solo tra editori o tra diversi consumi culturali, ma tra chi fa molto (legge, va al cinema, o a teatro o naviga in internet) e chi fa poco. Per gli habituè della lettura, i brand valgono più degli agglomerati d’impresa. Infatti, è stato evidenziato che è più differente un autore che pubblica per Marsilio rispetto a quello che esce con Rizzoli, malgrado i due siano brand della Rcs che quello edito da Mondadori rispetto al suo omologo in Rizzoli. L’autore Bompiani resterà distinto dallo scrittore Einaudi o Garzanti. Sperling & Kupfler è restato diverso da Einaudi pur sotto la comune Mondadori. Così Marsilio e Bompiani sotto Rcs.  Il marchio Adelphi è restato se stesso da indipendente, da Rcs e così resterà tornando autonomo. La distanza tra marchi all’interno di un gruppo resta notevole come dimostrato dalla convivenza di Mondadori ed Einaudi nello stesso gruppo. Le concentrazioni, in questo come in altri campi non sono autolesioniste, se lasciate a misurarsi sul mercato, e non uniformano il ventaglio d’offerta. Le teorie sulla trasformazione dell’editoria prossima ventura in una caricaturale offerta scadente dominata dal mercato ed in piccole nicchie squisite, da un lato centinaia di migliaia di copie di libri-gadget e dall’altro, pochi titoli all’anno dell’editoria indipendente dedicati ad una piccola quota di lettori, appartiene alla contingenza della contrarietà politica per l’acquisizione. In realtà il lettore comprerà in libreria, al supermercato, su Amazon e nel megastore guardando come sempre al rapporto qualità prezzo, al rispetto dei brand storici e nuovi, come anche alle offerte gratuite di scambio libri che stano spuntando fuori nei negozi e bar come negli uffici pubblici. L’esperienza insega che non è vero che il mercato e la qualità siano contrapposti, anzi. Gli autori resi forti dal mercato si impongono sempre. Il potere contrattuale più forte nei confronti di autori, editori e distributori è la domanda troppo povera per avvicinarsi ai prezzi elevati. Le gravissime difficoltà delle librerie, in calo vertiginoso, discendono dalla scarsità di clienti e non dalle concentrazioni che hanno l’interesse non a farle chiudere ma a rilanciarle.

La storia

Le due case editrici partivano con molto in comune. Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, nati nel 1889 e morti all’inizio dei ’70, ad un anno di distanza , giovani socialisti, poco alfabetizzati, furono dei tipografi divenuti durante il fascismo dei self-made men cumenda, molto diversi da editori come il conte Bompiani, Giulio Einaudi, figlio di un grande economista, e Giangiacomo Feltrinelli, di famiglia ricchissima. Mondadori divenne un grande editore generalista di gialli e di Pirandello, di Topolino e di D’Annunzio e dei grandi classici. Rizzoli pubblicava l’Enciclopedia Italiana, settimanali popolari come Novella, portava i libri nel cinema (Gotta e Dolce Vita) . Nel dopoguerra, Mondadori pubblicava Ungaretti, Quasimodo,  Montale, Hemingway  e la fantascienza; Rizzoli, il Don Camillo di Guareschi. Oggi nei due cataloghi Mondadori ha Calvino, Hemingway, Fabio Volo, D’alema, Saviano e Dan Brown; Rizzoli ha l’economista Piketty, Green,  le 50 sfumature e Severino. Renzi c’è in entrambi. L’acquirente Mondadori di Marina Berlusconi è più di 20 imprese per il 26,5% del mercato (Mondadori Libri dal 1912, quota del 12,3%, Electa, Sperling&Kupfer dal 1899, Piemme dal 1982, Einaudi dal ’33, M.Education, M. France, M.International, M.Retail, M.Store, M.Business, M.Pubblicità, M. Seec Advertising, Attica, Cemit Interactive Media, Piemme, Einaudi, Gruner + Jahr, Kiver, Mediamond, Le Monnier, Electa, Euroclub, Club Editori, Press-Di, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Anobii). Rcs Mediagroup è un gruppo di quotidiani (Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport ed El Mundo), periodici (Oggi e Amica), radio (Radio 105 e Montecarlo), tv digitale, pubblicità, servizi di distribuzione e libri (Rizzoli dal’27, Archinto, dall’85, Bompiani dal ‘29, Fabbri dal’47, Marsilio dal’61, Sonzogno, Flammarion, La Esfera de los Libros, Rizzoli Lizard e Bur). Ha ceduto la divisione Rcs Libri, secondo editore italiano con il 12,1% di quota, esclusa Adelphi riscattata da Calasso. I primi due gruppi editoriali italiani, hanno una storia sindacale interna diversa. In Mondadori la prima sigla è la Uilcom che nello stabilimento grafico di Verona viaggia al 33% dei consensi distanziando gli altri sindacati. In Rcs invece il predominio è di Cgil, l’unica a presentare una lista in Rizzoli produzione. Fin dall’anno scorso, alla notizia della fusione tra i due gruppi, dipendenti e sindacati Rcs Libri non si sono capacitati della decisione: presidii fuori dalla sede di via Rizzoli a Milano, scioperi, lettere al Cda contrarie alla fusione. Cgil ha condiviso le preoccupazioni sul quasi monopolio ma soprattutto sull’identità del Gruppo dominante, legato alla Mediaset di Berlusconi. Il grave indebitamento di Rcs Mediagroup è restato in secondo piano. Eppure ai sindacati, il management Rcs si era presentato con il capo cosparso di cenere, con tanto di una seconda riduzione volontaria dei propri compensi, dopo quella del 2013. Causa un quadro fosco di 470 licenziamenti evitabili solo con la solidarietà e 30 milioni di riduzione del costo del lavoro. In Mondadori tutto è rimasto più tranquillo non solo perché si trattava del gruppo acquirente. Il segretario della Uilcom veronese Ivano Zampolli ha espresso soddisfazione per le vittorie di rappresentanza che hanno “nonostante il momento critico dell’economia, privilegiato scelte concrete sempre in difesa dei diritti del lavoro.” Il  Segretario nazionale Uilcom, Roberto Di Francesco, ha visto ne “l’acquisto di RCS Libri da parte di Mondadori, la creazione del più grande editore di libri in Italia con il 35% del mercato del settore. I 127,5 milioni pagati da Mondadori serviranno a RCS per ridurre il debito (526 milioni a fine giugno) e all’AD Scott Jovane a rilanciare il Gruppo con investimenti nel core business, nello sport e nella digitalizzazione, operazioni che porteranno risultati positivi sull’economia del Settore“. Nel frattempo Scott Jovane ha ricevuto il benservito in favore della nuova AD Laura Ciolli. In soldoni, l’opinione della Uil si è fondata sulla prospettiva, meglio garantita dall’opzione fusione, di stabilità e occupazione per i lavoratori. D’altronde le diverse reazioni di Uil e Cgil sono figlie della diversa evoluzione dei brand Mondadori e Rizzoli. Il primo caratterizzato, dopo la guerra di Segrate tra Berlusconi e De Benedetti, da 25 anni di stabilità sostenuta dalle sinergie del gruppo Fininvest e di crescita culminati nella fusione di ottobre. Il secondo, all’incontrario, rimasto influenzato negativamente dai rapporti con l’Editoriale Corriere della Sera e con il mondo Fiat. L’acquisto ai primi ‘70 del Corrierone da Crespi, Moratti e Agnelli fece affondare la Rizzoli, che in un decennio tornò in casa Fiat, tramite Gemina, divenuta poi nel ‘97 HdP e nel 2003 Rcs MediaGroup, con azionisti principali l’ex automotive torinese (16,73%) e Mediobanca (10%) dopo l’uscita di Della Valle (7,3%) e l’entrata di Cairo de La7 (3%). L’influenza della ex Fiat ha trascinato la Rizzoli fino alla sua trasformazione in semplice divisione Libri della Rcs MediaGroup, assieme ai marchi Bompiani, Fabbri, Sonzogno ed altri, raccolti dall’ex Fiat fin dal 1972. Al contrario di Fininvest, gruppo tutto insediato nei diversi filoni della comunicazione, quello che è stato per un secolo il primo nome dell’automotive e dell’economia privata italiana non ha mai né dovuto, né voluto integrare le sue attività nel ruolo di editore, sia del giornale di famiglia, La Stampa controllato fin dagli anni ’20 dagli Agnelli (da poco fuso con il quotidiano ligure Il secolo XIX) che del primo quotidiano del paese. Cui deve aggiungersi il quotidiano di Confindustria, Il Sole 24h, rimasto ipersensibilissimo alla moral suasion dell’ex gruppo torinese. E la stessa La Repubblica, il cui fondatore nel ’76, era genero del ventennale rifondatore de La Stampa. Le attività economiche di autocostruttore e di editore non sono mai state né sinergiche, né confrontabili per volumi e fatturati, al punto che quando l’italiana Fiat è divenuta l’anglolandese-americana Fca, il nostrano comparto editoriale non ne ha ricevuto contraccolpi, come a mantenere il suo autonomo ruolo di condizionatore dell’opinione pubblica italiana. Mondadori nel nuovo assetto ha sviluppato la sua identità d’impresa. Rizzoli è rimasta stritolata dalla sorte del megaquotidiano, caratterizzato dal continuo scambio di figure apicali tra i principali giornali del nord, generalisti ed economici. Ed i risultati ne hanno patito. La Cgil non vi ha badato, privilegiando il supporto politico megaquotidiano alle sorti dell’occupazione. Ai motivi squisitamente politici antiberlusconiani, e non alla posizione dominante, si devono le proteste di molti scrittori e rappresentanti, incluso il ministro della cultura Franceschini, gli autori Bompiani-Rcs capitanati da Eco. I comitati di redazione giornalistici hanno invece protestato giustamente per la reductio della Rcs a mero editore di quotidiani.  A chiunque oggi continui a gridare al rischio di perdere libertà d’espressione e di stampa, basterebbe far notare che l’impero editoriale ex Fiat nel settore press è stato a lungo molto più pervasivo di qualunque altra concentrazione. L’esperienza ricorda il pluralismo massimo esercitato  dai gruppi editoriali e televisivi attenti soprattutto alle preferenze del pubblico. Lo stesso non si può dire della concentrazione politicamente impostata a mezzo stampa che pur di ribadire determinate posizioni e alleanze, ha censurato spesso e volentieri, ha giustificato oggi quello che condannava ieri, magari in nome del realismo e del senso di responsabilità e badato assai meno ai risultati.

@giuseppemele

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1 Comment

  • Limo Reply

    21 novembre 2015 at 8:18 am

    Non capisco l’articolo: un editore ha un ruolo diverso da un distributore. L’editore decide quali libri pubblicare, in pratica finanzia direttamente la cultura secondo una propria linea, modifica il gusto popolare, può distorcere il pensiero comune.

    Amazon è un distributore che vende tutto quello che il mercato gli mette a disposizione. Può mettere in evidenza un testo invece di un altro, ma questo “altro” potrebbe non essere mai scritto se l’editore non l’ha finanziato.

    Perché accostare questi due temi?

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