L’Europa rinuncia alle proprie tradizioni per non “offendere” gli immigrati musulmani

preghiera_musulmaniOgni Nazione possiede un patrimonio di tradizioni e feste religiose che la rappresentano. In Germania una di queste si celebra in onore di S. Martino (11 Novembre), un festa cristiana che vede coinvolti soprattutto i bambini che, partendo dalle proprie parrocchie, si uniscono in processione con una lanterna colorata in mano, fino ad arrivare alla piazza dove verrà acceso un enorme falò chiamato ” Martinsfeuer” .

In un articolo su “Epoch Times” veniamo a sapere che in alcune città tedesche questa festa religiosa verrà trasformata in una semplice e laica “Festa delle lanterne” per i bimbi della scuola dell’infanzia e primaria, evitando così di offendere i molti immigrati musulmani che vivono in Germania. Non pensate sia un evento sporadico, sono molto frequenti nei paesi europei queste “attenzioni” che tendono a neutralizzare le tradizioni, privandole del loro più intimo significato, soprattutto se hanno connotazione religiosa.

Società multietniche che dovrebbero preservare le loro radici nell’intento di ampliare il bagaglio culturale dei singoli, scelgono invece  di annullarle. Un livellamento verso il basso, la negazione della propria identità per un’ipotetica facile integrazione. Da molto tempo sociologi e antropologi parlano del rischio che si incorre nell’abbattere le diversità. Un processo forzato ed innaturale, operazione estetica ma pericolosa.

Pensate ad una casa. La sua solidità dipende dalle fondamenta. Su queste viene eretta, piano dopo piano. Intaccarle dopo aver finito di costruire, significa renderla insicura. Le tradizioni (religiose o meno) sono fondamenta, un popolo in queste si riconosce e su queste fonda le proprie certezze. È pronto ad ospitare il nuovo arrivato, se non comporta l’annientamento dei propri punti fermi. In caso contrario subentra l’innata autodifesa che può sfociare in bieco rifiuto (in Germania stanno aumentando sensibilmente fenomeni di vero e proprio razzismo)

L’immigrazione e la successiva integrazione non necessitano di abbattimenti  e negazioni ma condivisione e accettazione. Rileggendo il politologo Giovanni Sartori (Corriere della Sera 2009) sembra impossibile poterla trovare in alcune fasce migratorie.

«Inghilterra e Francia – scrive – si sono impegnate a fondo nel problema (integrazione) eppure si ritrovano con una terza generazione di giovani islamici più infervorati e incattiviti che mai. Il fatto sorprende perché cinesi, giapponesi, indiani, si accasano senza problemi nell’Occidente pur mantenendo le loro rispettive identità culturali e religiose. Ma – ecco la differenza – l’Islam non è una religione domestica; è invece un invasivo monoteismo teocratico che dopo un lungo ristagno si è risvegliato e si sta vieppiù infiammando. Illudersi di integrarlo “italianizzandolo ” è un rischio da giganteschi sprovveduti, un rischio da non rischiare».

E per non rischiare si sta incautamente scegliendo di neutralizzare i valori delle nazioni ospitanti per rendere più agevole l’integrazione degli ospiti, scontentando entrambi. Qualcuno dirà che è la globalizzazione. A noi viene naturale rispondere che l’incapacità dei governanti sceglie di cancellare piuttosto che rispettare, difendere e sostenere democraticamente ciò che caratterizza una nazione: l’identità.

@PgGrilli

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2 Comments

  • gbravin Reply

    5 novembre 2015 at 6:32 pm

    Oppure fare come fanno gli USA, dove un campione di boxe, Cassius Clay ha voluto diventare musulmano.
    Benissimo, si fece chiamare Mohamed Ali’, ma continuo’ a rispettare le Leggi americane. Mentre in Europa, ci si cala le braghe o gonne….

  • Frank Reply

    12 novembre 2015 at 1:51 pm

    Adesso ho finalmente capito cosa intendono gli umanisti strappalacrime quando parlano di integrazione: siamo noi a doverci integrare adattandoci ai loro costumi! E che costumi!
    Invece di blaterare a caso, la pletora di progressisti pro-immigrati dovrebbe riferirsi alla realtà che è molto meno romantica di quanto loro vorrebbero farci credere. L’Africa ed il Medio Oriente (con trascurabili eccezioni) sono dominati dalla superstizione, sia religiosa che pagana, e dalla pratica di costumi tribali, spesso aberranti e anche sanguinari. Per avere una pallida speranza che si adeguino ai criteri di vita occidentali occorrono almeno tre generazioni ininterrottamente vissute in occidente, sempre che la voglia di adeguarsi sia tra i loro traguardi. Lo dico perché vivo e lavoro in Africa da oltre trent’anni e posso affermare che gli africani e gli espatriati, che come me vi risiedono, vivono in due universi completamente separati. Non per un becero impulso discriminatorio, ma semplicemente perché non esistono punti di contatto. Non abbiamo cultura comune, gusto estetico condiviso e analoghi valori morali. Chi si prende un raffreddore, qui, non può imputarlo a un fatto casuale, tipo colpo di freddo, ma deve sempre assumere che è stato vittima di un sortilegio ai suoi danni. In tutta franchezza non mi interessano le erudite e noiose concioni sociologiche che spiegano le ragioni di queste insanabili diversità. Mi interessa che si prenda atto della loro esistenza e che si agisca di conseguenza perché non ci arrechino danno.

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