L’Italia blinda Latorre, ma Girone? Intanto spunta un’altra prova della loro innocenza

Il peschereccio St.Antony, la barca "maledetta" in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Il peschereccio St.Antony, la barca “maledetta” in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Sabato scorso, con uno scarno comunicato privo di qualsiasi dettaglio, la Farnesina ha dato l’annuncio dell’avvio della procedura unilaterale per un arbitrato internazionale per dirimere la vicenda in cui sono coinvolti i due fucilieri del Reggimento San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, che facevano parte del gruppo di sei militari di scorta armata della nave italiana Enrica Lexie. La notizia segue le indiscrezioni anticipate lo scorso 8 maggio da Qelsi che dava per scontata questa mossa, peraltro assai tardiva, del governo italiano dopo che Renzi aveva preso atto che il suo atteggiamento cameratesco, allegro e scanzonato con gli indiani non attacca, per cui neanche in mille anni di scambi di messaggi amichevoli ed ammiccanti sarebbe riuscito a scalfire l’intransigenza degli stessi. Cosa succederà adesso? Dipende. Gli scenari possibili sono molteplici e la loro effettiva attendibilità pratica dipende dalle condizioni al contorno che però la Farnesina non ha voluto fornire e tiene gelosamente custodite, chissà mai perchè. Non è stato neanche rivelato presso quale corte sarà indirizzata la richiesta del concordato, anche se riteniamo che, trattandosi di un arbitrato nell’ambito della Convenzione Unclos (United Nations Convention on the Law of the Sea) ratificata da entrambi i Paesi, in concreto esistano solo due possibilità: l’International Tribunal for the Law of the Sea con sede in Germania, ad Amburgo; l’International Court of Justice con sede in Olanda, all’Aia.

In linea ipotetica, si possono immaginare due situazioni antitetiche e ben caratterizzate: la più favorevole è quella (scenario A) in cui India ed Italia, al di là delle dichiarazioni di facciata, sono d’accordo sulla necessità di considerare l’arbitrato come la strategia di uscita più onorevole ed indolore per tutti, senza vincitori, nè vinti, a parte i Marò per i motivi di cui diremo. La seconda eventualità, scenario B, è quella, che potrebbe rivelarsi dura e drammatica, in cui l’India non è d’accordo sull’arbitrato che andrebbe avanti unilateralmente, con una parte contumace e tutt’altro che collaborativa, che potrebbe sollevare montagne di cavilli giudiziari e far rinviare ogni decisione alle calende greche. Sinora da parte indiana non c’è stata alcuna reazione all’iniziativa italiana per l’arbitrato ed un portavoce del governo di Narendra Modi s’è limitato a dichiarare che si è preso atto della cosa. Noi ricordiamo che Modi dopo la risoluzione Ue di gennaio di quest’anno per la liberazione immediata dei Marò dichiarò che il caso era completamente in mano alla magistratura, che è l’unico organo istituzionale ad essere titolato a condurlo in porto in un modo o nell’altro.

Sappiamo che nonostante tutto, questo scarico della politica, del tutto legittimo e costituzionalmente ineccepibile, non ha impedito ad emissari dei governi delle due parti di continuare ad incontrarsi a fari spenti. Sappiamo pure che lo scorso marzo Renzi ha inviato al governo indiano un documento di cui pochi conoscono il contenuto, ma che da qualche parte è stato definito come una “seria proposta italiana per un’amichevole conclusione del caso”. Ma qui ritorniamo al punto iniziale dell’impossibilità al momento di stabilire in quale quale dei due scenari tra A e B ci muoviamo. Le azioni sottotraccia di Renzi, che non hanno prodotto alcun risultato per una soluzione politico-diplomatica del caso, potrebbero però aver ottenuto almeno il consenso indiano per l’arbitrato (scenario A), od oppure neanche quello e l’avvio della procedura è avvenuto all’insaputa degli indiani che potrebbero prenderla come un braccio di ferro da non potersi permettere di perdere (scenario B). Non ci vorrà molto, comunque, per capire che aria tira. Il prossimo 14 luglio è prevista l’udienza in Corte Suprema per entrare nel merito del ricorso dei Marò che chiedono di essere prosciolti, od in via subordinata, di vedere riconoscere la giurisdizione italiana sul caso giudiziario che li riguarda.

Cosa succederà adesso? Cominciamo dall’udienza presso la CS. In genere gli indagati od imputati non partecipano mai a queste udienze, perchè non si entra nel merito penale, ma ci si limita a fissare i picchetti del perimetro entro il quale inserire il procedimento giudiziario e come configurarlo. In questa occasione, però, c’è una questione di fondo che va ben al di là di semplici schermaglie procedurali, che è quella della competenza giurisdizionale del caso che Italia ed India rivendicano entrambe. Ma qui ci troviamo di fronte ad un pericoloso incrocio giudiziario che potrebbe rivelarsi pregiudizievole per i Marò, perchè crea una grande incongruenza di fondo tra la richiesta italiana del parere della CS sul ricorso dei due marinai e l’arbitrato. In linea teorica, ma neanche tanto, con l’avvio dell’arbitrato l’Italia ha di fatto negato di riconoscere la giurisdizione indiana sul caso Marò, per cui diviene perfettamente inutile avere una sentenza della CS in questo merito. In altri termini, l’udienza del 14 luglio potrebbe durare 2 minuti e 12 secondi, laddove la CS indiana, preso atto della procedura di arbitrato per il riconoscimento della giurisdizione avviata dalla parte ricorrente, si dichiarasse non più coinvolta nel caso affossando come inammissibile il ricorso dei Marò. Della serie che se non riconosci la mia autorità perchè vieni a chiedere proprio a me di dirimere un contenzioso giuridico che ti riguarda? Tra l’altro, l’udienza è stata fissata un giorno prima della scadenza del permesso per convalescenza accordato a Max Latorre, cosa che poteva interpretarsi come un gesto distensivo e di buona volontà della CS per deliberare sul ricorso prima che si accertasse e si formalizzasse il mancato ritorno in India di Latorre. Ma adesso?

Sul piano procedurale l’India ha un mese di tempo per aderire alla richiesta di arbitrato (scenario A). Se ciò avverrà, si dovrà scegliere il quintetto di giudici chiamati a valutare il caso, di cui due giudici scelti uno ciascuno dalle parti e gli altri tre designati dal tribunale. Appena costituita la corte giudicante, questa potrà come primo atto deliberare per il rilascio immediato dei Marò, od in via subordinata che vengano trattenuti in regime di libertà vigilata in un Paese terzo sino alla decisione della giurisdizione. Qui le cose si complicano, perchè Girone sta in India, mentre Latorre è stato blindato qui in Italia e, grazie all’arbitrato che sospende ogni azione giudiziaria di parte, l’Italia potrà rifiutarsi di trasferirlo in India sino a sentenza del tribunale internazionale. Quindi Latorre sta in salvo, ma a Girone cosa potrà succedere? Nella migliore delle ipotesi occorrerà aspettare almeno 4 o 5 mesi prima di una decisione del tribunale internazionale nello scenario A. Ma se invece l’India si pone in un duro muro contro muro, potrebbe intanto succedere che la CS, la quale quasi due anni fa si prese la responsabilità della custodia cautelare dei due Marò per sottrarli alle grinfie dell’antiterrorismo e disporne i domiciliari, adesso potrebbe affidare la custodia di Salvo Girone ad un corpo di polizia diverso dalla NIA che li vuol morti, ad esempio alla polizia federale della Cbi, la quale per prima cosa deciderebbe per la traduzione del nostro Marò in un fatiscente carcere indiano.

Per quanto tempo? Se non fosse una tragedia ci sarebbe da ridere alle velleitarie dichiarazioni della Farnesina, secondo le quali nel frattempo che l’arbitrato va avanti si farà in modo di riportare Girone in Italia. Come se l’arbitrato non si fosse reso (in apparenza) necessario proprio per il fallimento di tre anni di trattative e di azioni giudiziarie inutilmente volte a riportare i Marò in Italia. Qui si entra su terreni inesplorati ed è quasi impossibile fare previsioni. Abbiamo cercato di informarci presso chi ne sa più di noi e le stime vanno dai 2 ai 3 anni. Però spulciando tra casi assimilabili a quello dei militari italiani abbiamo trovato un precedente che riguarda proprio l’India. Anche allora c’era una disputa di sovranità e di acque territoriali in ballo tra l’India ed il confinante Bangladesh. In quel caso l’arbitrato fu chiesto dalle due parti in accordo tra loro. L’avvio delle procedure su iniziativa di Dhaka avvenne l’8 ottobre del 2009, ma nonostante nessun ostacolo procedurale posto sull’iter giudiziario, la sentenza finale dirimente arrivò il 7 luglio del 2014, ovvero dopo 5 anni. Ma non è tutto. Anche nel caso in cui il tribunale internazionale disponesse per la scarcerazione di Girone, l’India potrebbe a sua discrezione accettare la decisione del tribunale, ma anche respingerla (scenario B) senza che nulla o nessuno possa obbligarla a rispettarla sino a conclusione del processo arbitrale. Ergo, con la situazione attuale Girone rischia di trascorrere non ai domiciliari, ma in carcere, tra i 4-5 mesi ed i 5 anni, e neanche come imputato in attesa di giudizio, ma come semplice indagato!

Ecco quindi che non è tutto oro quel che luccica e che nel caso in oggetto il ricorso così tardivo all’arbitrato rischia di nuocere a Girone perchè collide con il ricorso alla CS. Ma può nuocere anche a Latorre, seppure nella molto più fortunata situazione di piena libertà in Italia, restituito alla sua casa, alla sua famiglia, al suo lavoro che gli concede l’avvio della procedura arbitrale. Perchè bisogna chiarire una cosa importantissima: l’arbitrato non entra nel merito penale del caso, delle indagini e delle eventuali responsabilità degli indagati. Alla fine dell’iter arbitrale non sarà stabilito se i Marò sono colpevoli, innocenti od estranei agli atti contestati dalla polizia keralese, ma verrà solo stabilito chi ha la giurisdizione del caso, ovvero chi tra Italia, India o persino una giurisdizione terza, sarà chiamata a giudicare i Marò. Quindi tre anni e quattro mesi sono già passati, altri 4-5 rischiano di passarne per concludere l’arbitrato, poi bisogna assumere almeno un paio di anni per rifare perizie, indagini, sopralluoghi, ascoltare le versioni e le testimonianze, tradurre in italiano tutti i documenti scritti in hindi ed inglese, e ricomporre ex novo una attendibile istruttoria al termine della quale, se tutto va bene, ci potrà essere o il rinvio a giudizio, altri sei o sette anni per i tre gradi salvo complicazioni, od oppure, come siamo certi che avverrebbe, il proscioglimento dei Marò per non avere commesso il fatto. Ecco, solo per arrivare a questo punto, per rispettare il diritto dei Marò a difendersi ed a dimostrare che non sono degli assassini ci vorranno dai 10 ai 16-17 anni. Valeva la pena arrivare all’arbitrato proprio in questo momento? E se la CS tra due settimane avesse deciso di assegnare la giurisdizione del caso all’Italia ed i Marò fossero stati liberi subito? Abbiamo aspettato tanti anni, avremmo potuto aspettare due settimane in più e non per l’arbitrato, ma eventualmente per isolare politicamente l’India qualora avesse ancora rinviato l’udienza, o per denunciare al mondo che detiene due indagati da tre anni, quattro mesi ed 11 giorni senza alcun capo di accusa nei loro confronti.

E stiamo parlando di due persone estranee ai fatti contestati dagli indiani. Sfogliando gli atti dell’istruttoria sulla base della quale vorrebbero processare i Marò in India abbiamo trovato una deposizione che gli inquirenti ritengono favorevole all’accusa, ma che invece si dimostra una delle più solide prove per la difesa dei Marò. Una “nuova prova” che in effetti stava agli atti da sempre, ma alla quale nessuno aveva fatto caso in mancanza di un procedimento giudiziario. Un’altra prova che va ad aggiungersi a tutte le altre che abbiamo sempre elencato, dalle incongruenze circa gli orari, alle prove balistiche sul peschereccio. Tra l’altro è proprio per questo che gli indiani sinora non hanno fatto il processo, perchè non hanno nessun elemento per accusare Latorre e Girone, mentre ce ne sono tantissimi, ed evidenti, che ne suggeriscono l’innocenza. In molti casi gli indiani non hanno neanche indagato su circostanze di enorme interesse probatorio, per evitare di trovare ulteriori elementi per la difesa, piuttosto che per l’accusa. Ne citiamo una a mò di esempio, prima di rilevare una clamorosa smoking gun, una prova regina che dimostra l’innocenza dei Marò.

Secondo alcuni testimoni dell’obitorio presso il quale fu effettuata la necroscopia dei cadaveri dei due pescatori uccisi a bordo del St Antony, questi appena arrivati erano flaccidi, molli e non presentavano alcun segno di rigor mortis. Questa condizione di rigidità cadaverica si verifica in media dopo tre ore dalla morte e dura, a seconda delle condizioni ambientali, dalle 24 alle 36 ore. In Kerala, nel sud dell’India dove fa tanto caldo, diciamo che l’irrigidimento scompare dopo 24 ore. Secondo la deposizione di Freddy Bosco, il comandante-proprietario del St Antony, l’uccisione era avvenuta tra le due e le tre ore prima dell’attracco del peschereccio nel porto di Kochi. In effetti Bosco ha fornito due versioni sull’orario dell’incidente : nella prima, fornita a caldo, alle 21.00-21.30, cioè di notte, nella seconda alle 16.30 circa, cioè di giorno. In entrambi i casi, alle 24.00 i cadaveri avrebbero dovuto essere rigidi, invece non lo erano. L’unica spiegazione possibile, perchè non ce ne possono essere altre, è che l’uccisione dei due pescatori fosse avvenuta il giorno prima, il 14 febbraio, quando la Lexie stava ancora a Singapore. Una circostanza che avrebbe meritato la dovuta attenzione degli inquirenti per essere chiarita e verificata, ma sulla quale invece non si indagò mai. Una circostanza che dà credito alla versione dei Marò e di tutti i testimoni presenti sul ponte della Lexie che il St Antony non era il peschereccio pirata venuto a contatto con la Enrica Lexie e con i Marò.

A questo proposito agli atti c’è una deposizione di Bosco che risolve in maniera definitiva questo dubbio, era o non era il St Antony, senza alcun bisogno di ulteriori indagini o di elementi probatori aggiuntivi. Secondo le dichiarazioni dei Marò, sostenute dai dati strumentali registrati, l’allerta a bordo scattò quando il natante, la cui traccia era già apparsa sul radar della Lexie, fu segnalato dal sistema di rilevazione automatica anti-collisione. Se non si fosse intervenuti, la strumentazione dava per certa la collisione tra il battello sul radar, ormai anche in vista, e la nave italiana scortata dai Marò. Cosa per cui, trovandosi in mari a rischio pirateria, questi dettero avvio alle procedure di dissuazione secondo procedure standard, almeno per evitare la collisione, se non un tentativo di abbordaggio. Andato a vuoto il reiterato tentativo di contatto radio, si passò alle segnalazioni luminose, alle sirene di bordo, sino agli spari di avvertimento in acqua, solo dopo i quali, il peschereccio a bordo del quale c’erano uomini dotati di micidiali armi automatiche, fece una brusca inversione di rotta allontanandosi a tutta velocità.

Cosa dice invece la versione del Bosco? Afferma che lui si era allungato a dormire sul pavimento nella cabina di pilotaggio, accanto alla barra del timone governata da un membro dell’equipaggio. Ad un certo punto, mentre era appisolato, è stato svegliato da un sordo tonfo. Ha sollevato la testa ed ha visto il timoniere esanime a terra con un foro di proiettile in testa, dal quale usciva copioso il sangue. Prima di potersi rendere conto dell’accaduto, il peschereccio è stato bersagliato da raffiche di mitra protrattesi almeno per un minuto e mezzo. In quel lasso di tempo, il Bosco si è rintanato per quanto possibile, evitando di esporsi ai colpi che piovevano da tutte le parti. Al termine delle raffiche, il Bosco ha cercato di soccorrere il malcapitato timoniere, mentre richiamava l’attenzione dei compagni sottocoperta, tra i quali un altro era purtroppo morto nella toilette per un unico colpo al cuore. Sin qui la versione del comandante. Tralasciamo le decine di contestazioni che si potrebbero fare a queste affermazioni, ma la vera domanda è : chi e come ha evitato la collisione con la Enrica Lexie?

L’oggettività della strumentazione ci dice che al momento della presunta aggressione da parte della Lexie il St Antony distava 85 metri dalla murata della nave. La velocità di avvicinamento del peschereccio era stata misurata in quasi 14 nodi, ovvero oltre 25 km/h. A questa velocità si percorrono 7 metri al secondo, per cui quando è morto il timoniere mancavano solo 12 secondi all’impatto. Considerato che per almeno un minuto e mezzo, cioè 90 secondi, la barra del timone è rimasta libera senza che nessuno la potesse ruotare per cambiare rotta, il St Antony senza timoniere si sarebbe dovuto inesorabilmente schiantare contro la Lexie. Invece questo non è avvenuto. Come mai? C’era un solo modo per il peschereccio investitore di evitare la collisione con la Lexie: dare vita ad una brusca inversione di rotta, operazione per la quale il timoniere non solo doveva essere ben vivo e vegeto, quindi i Marò non l’avevano ammazzato e si conferma che spararono in acqua e non addosso a lui, ma anche molto abile per effettuare la manovra in 12 secondi, per poi allontanarsi precipitosamente dalla Enrica Lexie e dai mitra dei Marò.

Quindi, il peschereccio venuto a contatto con i Marò non poteva essere il St Antony, ma era un altro peschereccio. Conclusione che combacia con il fatto che i pescatori del St Antony potevano essere stati uccisi il giorno prima, quindi non dai Marò che stavano a Singapore, ed anche con il fatto che il battello descritto sul libro di bordo della nave italiana in tempi non sospetti, cioè prima che i Marò fossero arrestati, era indicato di colore blu, mentre il St Antony, come abbiamo più volte mostrato prima che lo demolissero (bella pure questa, prima di un processo si distrugge la scena del crimine), era di colore bianco con due sottili bande laterali nere lungo le murate. Ma di che parlano gli indiani?

Rosengarten

Rosengarten663 Posts

Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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3 Comments

  • Alberto Mario D'Alessandro Reply

    2 luglio 2015 at 4:05 pm

    Ma dell’armatore e del comandante dell’Enrica Lexie non si parla mai ? Perché? Forse non hanno alcuna responsabilità?

  • Alberto Mario D'Alessandro Reply

    2 luglio 2015 at 4:09 pm

    Ma dell’armatore e del comandante dell’E.Lexie non si parla mai….perché? Forse non hanno responsabilità?

  • L’Italia blinda Latorre, ma Girone? Intanto spunta un’altra prova della loro innocenza | aggregator Reply

    2 luglio 2015 at 7:02 pm

    […] L’Italia blinda Latorre, ma Girone? Intanto spunta un’altra prova della loro innocenza […]

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