L’orientamento dei banchieri centrali nell’ultimo meeting di Jackson Hole

Federal Reserve Vice Chairman Stanley Fischer attends the Federal Reserve Bank of Kansas City's annual Jackson Hole Economic Policy Symposium in Jackson Hole, Wyoming August 28, 2015. REUTERS/Jonathan Crosby
Federal Reserve Vice Chairman Stanley Fischer attends the Federal Reserve Bank of Kansas City’s annual Jackson Hole Economic Policy Symposium in Jackson Hole, Wyoming August 28, 2015. REUTERS/Jonathan Crosby
Il meeting di Jackson Hole è un po’ il figlio, anzi il nipote, del meeting di Bretton Woods che nel 1944 ha deciso la politica monetaria del mondo a venire. Meglio è, ovviamente, una versione più “edulcorata”, con più interventi accademici che politici e grande attenzione a non creare attriti troppo palesi fra i membri, che si risolvono di solito nelle segrete stanze.
Eppure la conferenza che, dal 2010, si tiene ogni anno nella pittoresca valle del Wyoming, è un laboratorio importante per capire le dinamiche delle politiche pubbliche che i giganti dell’economia mondiale intendono adottare. In particolare quest’edizione è forse ancora più significativa delle altre, in quanto dedicata alle “dinamiche dell’inflazione e alla politica monetaria”. Due argomenti di grande importanza in un contesto in cui un’economia globalizzata è sempre più dipendente dalle scelte compiute dalle banche centrali che, attraverso l’offerta di moneta, possono regolare l’inflazione e le dinamiche di mercato.

Nei primi drammatici anni dopo il 2008 l’orientamento delle banche centrali si è diviso in due tronconi: da una parte la Fed di Ben Bernanke, convinta della necessità di contenere gli effetti del crollo delle borse e spingere l’economia attraverso l’acquisto dei titoli tossici e una continua iniezione di denaro; dall’altra la Bce di Jean-Claude Trichet, convinta che fosse meglio evitare queste operazioni per non spingere l’inflazione verso l’alto. Un terrore che, come noto, ha sempre spaventato e spaventa ancora i tedeschi che hanno ancora bene in mente quel decennio drammatico di novant’anni fa in cui si andava – letteralmente – a fare la spesa con la carriola colma di contanti.

A qualche anno di distanza le due politiche si sono ammorbidite. La Bce di Mario Draghi, in particolare da un anno a questa parte, non è più la “roccaforte del rigore” (posto lo sia mai stata) dell’era Trichet, ma anzi una banca centrale disposta a promuovere politiche più accomodanti di quantitative easing. D’altra parte neppure la Fed di Janet Yellen è in alcun modo paragonabile alla banca dell’era Bernanke del famoso piano di 90 miliardi di dollari al mese per sostenere l’economia: gli aiuti ci sono ancora, per carità, ma non negli stessi termini. Il risultato di questa maggiore convergenza delle politiche monetarie ha portato l’euro e il dollaro a guadagnare quasi la parità: dopo la progressiva caduta dal picco di 1,38 dell’aprile scorso, oggi un euro si scambia a circa 1,12 dollari, con una previsione (Forex) di 1,05 a settembre e parità a fine anno.

A scorrere la lista degli invitati al meeting di Jackson Hole pare che gli unici due sostenitori di politiche fiscalmente più rigide siano il presidente della Banca centrale svizzera Thomas J. Jordan (Paese che nel febbraio scorso ha visto una grande rivalutazione della propria moneta) e quello della Banca del Cile Rodrigo Vergara, allievo di José Piñera, economista liberista padre della riforma pensionistica cilena. Gli Stati che contano sul piano globale, invece, sembrano ormai aver adottato una linea più accomodante.
Con quale risultato? Dirlo è forse prematuro. Se è infatti vero che gli Stati Uniti sono riusciti a crescere negli ultimi anni e l’Europa nel 2015 sta finalmente vedendo aumentare il proprio Pil di qualche punto percentuale (da prefisso telefonico, intendiamoci) non è tanto merito delle politiche statali quanto di fattori esterni. Gli Stati Uniti, nello specifico, hanno un’economia talmente florida e in continua evoluzione da essere in grado di riassorbire, in qualche anno, ogni crisi finanziaria. L’Europa invece, che purtroppo non gode delle stesse caratteristiche, ha potuto però beneficiare della diminuzione del costo del petrolio.

In entrambi i casi l’impulso dato dalle banche centrali non sembra altamente rilevante nella ripresa, specie per quanto riguarda la sua solidità a lungo termine. D’altro canto l’intervento statale presenta due rischi concreti: l’eccessiva inflazione che agisce come stealth tax sui patrimoni (più aumenta il costo della vita meno valgono i depositi in banca) e la dipendenza dell’economia dal sussidio e dall’aiuto statale.
Se si vogliono davvero migliorare le prestazioni dell’economia a lungo termine si dovrebbe, piuttosto, puntare a rendere più semplice, veloce e meno onerosa (leggi meno tasse e burocrazia) la procedura per la creazione di un’impresa. In un’economia che funziona davvero si dovrebbe addirittura poter aprire un negozio nel tempo richiesto dall’istallazione dell’insegna. Gli aiuti e gli aiutini possono servire a qualcosa nel breve termine. Ma se ci si affida solo ad essi, nel lungo periodo, si rischia solo di farsi solo del male.

FOTO REUTERS

Commenta con il tuo account social

1 Comment

  • gbravin Reply

    31 agosto 2015 at 5:49 pm

    Sig. Borghi condivido! In tutte le Banche centrali c’e’ lo zampino dei Rotschild, le uniche eccezioni sono> Iran, Islanda e Nord Corea.

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti:

Realizzato da You-Com.it