L’Ue avvertì Modi: “Nessun accordo se i Marò restano in India”. Ma lui ha fatto l’indiano

maròPer quello che si può facilmente immaginare e stando a quanto riferisce la stampa indiana, Narendra Modi, il premier che guida l’attuale governo di New Delhi, non l’ha presa per niente bene. Ci riferiamo alla dura decisione di Bruxelles di rinviare a tempo indeterminato la chiusura dell’accordo di libero scambio (Fta: Free-Trade Agreement) tra Ue ed India, ormai arrivato in dirittura d’arrivo dopo 8 anni di intense fasi di negoziazione, o comunque di metterlo in naftalina almeno sino a quando non si sarà intravista e concordata una soluzione equa e soddisfacente del caso Marò. Pare che il premier si sia letteralmente infuriato con l’Europa per essere stato tradito sul più bello in merito ad un provvedimento di vitale importanza per l’India – che riversa in Europa il 15 % di tutte le sue esportazioni e riceve dall’Europa oltre un quarto di tutto quello che importa – un’intesa che sarebbe importante sì, ma non vitale per l’Europa, e di essere stato colpito alle spalle in modo proditorio e senza nessun avvertimento. Tradito? Nessun avvertimento? Vediamo un po’ se è vero, limitandoci a considerare solo gli avvenimenti di quest’anno e lasciando perdere, almeno per il momento, quanto accaduto nei quasi tre anni precedenti su cui stendiamo il più pietoso dei veli, cosa di cui gli indiani dovrebbero esserci grati e riconoscenti.

E’ il 16 gennaio di quest’anno quando il Parlamento Europeo approva una risoluzione nella quale chiede ufficialmente al governo dell’India l’immediato rilascio di Max Latorre e Salvo Girone perchè possano rientrare in Italia. Immediata la reazione stizzita ed offensiva degli indiani, i quali invece di entrare nel merito e giustificare la loro inaccettabile posizione sulla vicenda, rispondono definendo “insensata” la risoluzione e sottolineando provocatoriamente che del caso si stava occupando la Corte Suprema dell’India “che ha concesso tre mesi di convalescenza” a Latorre colpito da ictus, ed ha “confermato per Girone i domiciliari presso l’ambasciata italiana di Delhi”, anzichè lasciarlo a marcire in un fatiscente carcere indiano. Ma come sono stati buoni! Però in questa loro replica gli indiani dimenticano che i Marò sono trattenuti da ben tre anni contro la loro volontà e vedendosi calpestare i loro più elementari diritti umani. Se gli indiani vogliono provare come si sta ai domiciliari noi saremmo ben lieti di prendere un paio di loro e confinarli nella loro ambasciata di Roma per 5 o 6 anni. Poi lo proverebbero sulla loro pelle se è così divertente come affermano, quasi accusando i Marò di essere dei privilegiati ingrati, che stanno ben e si lamentano.

Passa un mese esatto, è il 16 di febbraio, e Barroso si ritrova a New Delhi dove è stato invitato a partecipare ad una sessione della Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile. Nel corso di una affollata conferenza stampa, tra le altre, vengono rivolte all’ex Presidente della Ce due domande con oggetto l’Fta. Alla prima, se è possibile arrivare rapidamente alla conclusione di un accordo che appare ormai pressochè definito in ogni dettaglio, Barroso risponde un po’ evasivamente:”Nella mia carriera di Presidente della Comunità ho siglato accordi commerciali con la Corea del Sud, con il Canada e diversi Paesi del Sud America. Altri ne ho avviati, quello con gli Usa (congelato da irritatissimi premier europei quando si sono accorti che Obama li faceva intercettare, ndr) e con il Giappone. Solo con l’India abbiamo incontrato, per varie ragioni, difficoltà impreviste che hanno fatto ritardare una positiva conclusione del negoziato per l’Fta”. A questo punto un altro giornalista ha preso il coraggio a quattro mani ed ha rivolto una domanda diretta, cioè se il contenzioso scoppiato tra Italia ed India per il caso Marò possa aver influito sui tempi dell’accordo. “La vicenda dei marines italiani ha sicuramente logorato i rapporti bilaterali tra le parti in causa. Francamente, si tratta di una questione cui si è molto sensibili, e l’Europa è molto preoccupata da questo caso (Barroso si riferisce alla possibilità che quanto accaduto ai due fucilieri potrebbe in futuro succedere a qualsiasi altro cittadino europeo in analoghe circostanze, ndr)”. Ha poi aggiunto :”So che ci sono contatti tra i due Pesi, non so quanto efficaci. Penso che, nel pieno rispetto delle leggi dell’India e del suo sistema giudiziario, dovrebbe essere possibile trovare una appropriata e soddisfacente soluzione”. E’ sottinteso che altrimenti l’accordo diventa una chimera e Barroso non avrebbe potuto essere più esplicito di così.

A quel punto, che l’Europa si aspettasse un passo indietro dell’India nel caso dei Marò e che ulteriori progressi nelle intese commerciali fossero subordinati al raggiungimento di un accordo sulla sorte dei nostri militari era palese e ben evidente a tutti. Infatti, ancora un mese dopo, era il 16 marzo, sul sito di uno dei network indiani di notizie h24, cioè il canale NDTV, appare un editoriale emblematico dei rischi che l’Fta corre, e dal titolo eloquente: “Il caso dei marines italiani addensa nubi sul viaggio di Modi in Europa”. Tra l’altro, in quell’articolo si ammette, sottolineandola, l’illegalità del comportamento di tutte le autorità indiane coinvolte nel caso, e si afferma testualmente che “…i due marines italiani sono detenuti da oltre tre anni perchè sospettati di avere sparato ed ucciso due pescatori mentre erano impegnati in una missione antipirateria a bordo di un cargo che incrociava al largo di Kochi (Kerala, ndr). Tuttavia, ancora oggi e nonostante la detenzione nessuno ha formalizzato precise accuse nei loro confronti”. Quindi si sapeva, era noto a tutti, specialmente in India e nell’ambito della Comunità Europea, che c’era un grosso problema nei rapporti tra Ue ed India, e che l’Europa era molto risentita per l’arbitraria ed illegale gestione del caso Marò messa in atto dall’India. Nell’articolo richiamato, si pone in risalto anche come la deprecabile situazione dei due fucilieri del battaglione San Marco abbia irritato la Ue al punto da non indicare alcuna data per un vertice conclusivo sull’Fta, nonostante le pressanti richieste del governo indiano.

Malgrado l’irritante strafottenza degli indiani, con un ultimo gesto di buona volontà che nelle pratiche diplomatiche non si nega a nessuno, l’Ue spedisce in India l’europarlamentare britannico Geoffrey van Orden a capo di una qualificata commissione del Parlamento europeo, per accertare l’esistenza delle condizioni per poter organizzare a Bruxelles un summit tra i vertici politici dei 28 Paesi dell’Unione e quelli dell’India, centrato sull’Fta. Negli incontri che ne seguono, Narendra Modi neanche accenna al caso Marò, però si impegna ad illustrare in ogni dettaglio il suo tour in Europa, in visita di stato in Francia e Germania, prima di approdare in Canada. E’ in questo viaggio che Modi si aspetta che si svolga il summit conclusivo per l’Fta. A malincuore, la delusa delegazione europea rientra da Delhi con un pugno di mosche in mano, convinta della insussitenza dei presupposti per ridurre l’India alla ragione e vederla comportarsi come un Paese degno di stare con pari dignità nel consesso delle nazioni civili e democratiche.

Stando così le cose, di che si può lamentare adesso Narenda Modi e di cosa può accusare l’Europa? Se la prenda con se stesso ed i suoi predecessori se la situazione è arrivata quasi al limite di rottura su tutti i fronti. E si chieda perchè il suo sistema giudiziario si rifiuta di processare due militari italiani impegnati in una di quelle missioni antipirateria svolte sotto l’egida dell’Onu e sollecitate proprio dall’India, incapace di assicurare con propri mezzi la sicurezza della navigazione nei suoi mari infestati dai pirati. I Marò si sono limitati a fare il proprio dovere di soldati ed a svolgere con diligenza il compito loro assegnato di scorta di una nave civile e del relativo equipaggio, inclusi 19 marinai indiani, rispettando alla lettera regole e procedure di ingaggio. E non li possono processare perchè gli indiani non hanno alcuna prova della loro presunta colpevolezza, perchè se l’avessero li avrebbero trascinati in tribunale e li avrebbero condannati già due o tre anni fa, invece di esporsi al pubblico ludibrio sul proscenio internazionale. Nella circostanza, l’India si comporta come una nazione canaglia, dove non vigono regole e tutto è lasciato all’arbitrio di giudici e funzionari corrotti o compromessi. E’ per questo che l’Europa ha detto basta, perchè si è arrivati al punto in cui la difesa dei principi e dei sani valori di una società civile, libera, democratica, che fa della legalità un dovere e non un optional, garantista e trasparente, vale di più e deve prevalere sulle ragioni di convenienza ed opportunità alle quali, evidentemente, si richiama invece l’India, nonosante le sue velleità di “più grande democrazia del mondo” e poco credibili atteggiamenti da grande potenza.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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3 Comments

  • giuseppe Reply

    11 giugno 2015 at 8:52 pm

    Almeno in questo caso la UE ha dimostrato di non essere un accozzaglia di tecnocrati alla Monti.

    • Rosengarten

      Rosengarten Reply

      12 giugno 2015 at 9:16 am

      Gent.le sig.r Giuseppe, si, l’Europa sinora, e non mi riferisco alla vicenda dei Marò, è stata ben lontana da quella vagheggiata dai padri fondatori, con un ruolo determinante dell’Italia che da sempre s’è dimostrata più realista del re nella costruzione della casa comune degli europei. Un’Europa bildeberghiana, vista quasi sempre dai singoli membri come un’opportunità da sfruttare per tutelare i propri interessi particolari, e non per perseguire obbiettivi comuni di cui poi tutti potessero beneficiare. Giorni fa è passato a mjglior vita il prof John Nesh, premio Nobel per l’economianel 1995, nonostante la sua grave forma di schizofrenia con la quale aveva imparato a convivere, il quale, come si racconta nel film cult “A Beautiful Mind” aveva rivisitato, correggendole, le teorie di Adam Smith, prima di lui ritenute la Bibbia dell’economia. Smith affermava che in un ambiente competitivo, il miglior risultato conseguibile da un gruppo organizzato di individui è quello ottenuto quando ogni membro del gruppo esprime il massimo delle sue potenzialità raggiungendo l’obbiettivo migliore per se stesso. Questa è stata sinora la filosofia individualista adottata nella Comunità. Ma Smith, come dimostrò Nesh, si sbagliava, perchè il miglior risultato per il gruppo si ottiene quando ogni membro raggiunge un obbiettivo che è il massimo possibile per se stesso e per il gruppo preso nel suo insieme. Sembra un gioco di parole, ma invece è una grande verità. Che senso ha, per esempio, stare a disquisire se la Grecia deve stare dentro o fuori l’Euro? Dove si è mai visto un club che quando un proprio membro sta in difficoltà ed in un momento di estremo bisogno invece di aiutarlo lo espelle (dalla moneta unica) abbandonandolo al proprio destino? E’ facile andare d’accordo quando si è ricchi e le cose vanno bene per tutti, ma le alleanze servono proprio ad affrontare insieme i momenti difficili facendo fronte comune. Nel suo piccolo, questo vale anche per i Marò, dei quali per lungo tempo la Ue, per colpa della sottovalutazione del caso da parte dell’Italia, ignorava persino che fossero al centro di una vicenda così drammatica. Per cui, prima di prendersela con la Comunità, dovremmo guardare in casa nostra. Cosa ha fatto l’Italia sino ad adesso per i suoi soldati sequestrati? Nulla, tranne che pagare un “riscatto” di 300mila euro alle famiglie delle vittime, col che hanno fatto apparire come se Latorre e Girone avessero comprato la loro liberazione, ergo come fossero dichiaratamente colpevoli. Riscatto peraltro andato a vuoto visto che le vittime del sequestro di persona stanno ancora in mano ai loro rapitori. Ha fatto qualcosa per loro Renzi durante il semestre di presidenza italiana della Ue? No. Se mai un giorno i Marò verranno liberati, lo dovremo a un tedesco, due inglesi, una indiana naturalizzata svizzera ed al sottosegretario d stato Usa John Kerry, gli unici che in questi 40 mesi di prigionia hanno spezzato una lancia a favore dei Marò e dimostrato la loro indignazione agli indiani per la loro persecuzione. Rosengarten

  • nicola Reply

    12 giugno 2015 at 3:57 pm

    Penso che Merkel e Hollande come al solito, non dovevano incontrarlo….. ma gli affari sono affari, altro che Unione Europea.

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