Marò, India senza pudore: ora accusa l’Italia di “uso improprio delle procedure legali”

Non contenta di avere infierito con deliberata imagecrudeltà mentale sui nostri Marò per oltre tre anni e mezzo nel corso dei quali ha fatto scempio di ogni norma del diritto internazionale e persino di quello indiano, ha violato una serie impressionante di diritti fondamentali dell’uomo riconosciuti da tutti i Paesi civili i cui vigano legalità, democrazia e libertà, ha usato violenza sulla coscienza degli uomini liberi, adesso l’India passa al contrattacco e dichiara le sue intenzioni di mettere in stato d’accusa l’Italia. E’ quanto emerge da un articolo apparso sull’Economic Times, cioè l’edizione dedicata ad economia e finanza del più diffuso quotidiano indiano di lingua inglese, il The Times of India, dal titolo: “Italian marines case: MHA to ask MEA to protest against Italy’s “abuse” of legal process”, cioè :” Caso dei Marò italiani: il Ministero degli Interni chiederà al Ministero degli Esteri di elevare una protesta contro l’Italia per uso improprio di procedure legali”. Nell’articolo si rivela che l’India sta valutando la possibilità, data per scontata, di “piantare una grana” nell’arbitrato internazionale pendente da qualche tempo presso la Corte di Giustizia dell’Aja, perchè nonostante la Corte Suprema dell’India abbia accettato la procedura di arbitrato avviata dall’Italia, quest’ultima sarebbe ricorsa al tribunale internazionale con un evidente abuso, cioè con una deliberata forzatura, delle procedure legali.

Secondo gli indiani, l’iniziativa italiana è stata attuata senza “avere dapprima esaurito ogni possibile opzione esistente a livello biraterale per risolvere il caso”, una “conditio sine qua non” questa espressamente richiesta dal Diritto Internazionale, una pregiudiziale da superare per potere avviare l’arbitrato. Ergo, gli indiani si appresterebbero ad inviare all’Aja una protesta ufficiale da allegare agli atti, sostenendo che l’Italia ha fatto un uso improprio delle procedure internazionali perchè ha trascinato l’India in un arbitrato senza prima avere esperito le opzioni offerte dal sistema giudiziario indiano, secondo quanto disposto dall’art. 295 dell’Unclos, la Convenzione Onu per la Legge del Mare che è la legislazione applicata per risolvere il contenzioso tra Italia ed India dalla Corte internazionale.

Qui, prima di qualsiasi commento, si possono fare due osservazioni. La prima che, come è ovvio, qualora l’Aja accogliesse le argomentazioni dell’India di ab-uso (alla latina) italiano, la procedura di arbitrato verrebbe invalidata e si ritornerebbe al punto di prima, con i due contendenti che tornerebbero a litigare nelle aule dei tribunali indiani nei rarissimi momenti di incontro tra un rinvio e l’altro. La seconda, che se invece l’Aja non accoglierà le ragioni indiane ritenendole infondate, come appare pressochè scontato, l’India solleverà il precedente dell’incidente che avvenne nel 1927 tra il vapore francese Lotus, ed il piroscafo turco Boz-Kourt. In quell’incidente, in cui persero la vita 8 cittadini turchi, l’Alta Corte internazionale permanente di giustizia fu investita della questione se la Turchia potesse avere la giurisdizione per rinviare a giudizio l’ufficiale francese che era di turno sulla nave Lotus che speronò quella turca Boz-Kourt. In effetti, in quel caso la Corte dette ragione alla Turchia, ma solo perchè la Francia sbagliò la linea di difesa e nelle sue motivazioni addusse pratiche in uso nelle legislazioni nazionali che nulla avevano a che fare con la legislazione internazionale.

Ci dispiace ora dare una delusione agli indiani, ma fu proprio quella astrusa ed abnorme sentenza che nel 1928 dette ragione alla Turchia e che sollevò un vespaio giuridico a livello mondiale ed un mare di polemiche al vetriolo, che la questione della legislazione del mare fu profondamente revisionata, dando luogo alla Conferenza di Ginevra del 1956, che portò alla promulgazione della legislazione UNCLOS I (United Nations Conference on the Law of the Sea, prima versione) del 1958. Era come se, per fare un esempio, un cittadino francese, dopo aver ucciso un cittadino turco in Francia, fosse stato estradato in Turchia per essere là processato sulla base di indagini svolte in Francia soltanto da inquirenti e magistrati turchi in trasferta che avessero tenuto all’oscuro del fatto le autorità inquirenti francesi. Era troppo per la ragione ed il diritto, e si cambiò mettendo nero su bianco nell’Unclos I. Poi se ne tentò una revisione, la Unclos II negli anni 60, prima di arrivare alla versione attualmente in vigore, la Unclos III emanata a New York nel 1982, ma divenuta efficace solo nel 1994 dopo essere stata ratificata da un numero sufficiente di Paesi. Al momento, 166 paesi e la Ue hanno ratificato la Unclos III, non gli Usa che vi si oppongono da sempre per una questione di principio, non vedendo la necessità di definire un diritto del mare laddove esistono solo due tipi di sovranità: quella dei Paesi entro le proprie acque territoriali, e quella dello stato di bandiera delle navi che applicano legislazioni nazionali nelle acque internazionali. A che serve tutto il resto?

Nella sua attuale versione, le ragioni dell’Italia risiedono nei versetti dell’articolo 11 comma 1 e 3 della Unclos. Il primo afferma che “…..nel caso di qualsiasi incidente nel corso della navigazione in acque extraterritoriali……nessun procedimento penale o disciplinare può essere intentato contro persone ritenute responsabili se non dalle autorità amministrative o giudiziarie del paese di bandiera della nave su cui si è commesso il reato o del paese di cui quelle persone hanno la nazionalità”. Ora, i Marò stavano su una nave italiana, in acque internazionali ed hanno la cittadinanza italiana: spetta quindi all’Italia indagare sul loro conto ed eventualmente processarli. Nel terzo comma, l’art. 11 è lapidario: “Nessuna autorità che non coincida con quella di bandiera, può disporre il fermo od il sequestro di una nave (e del suo equipaggio), neanche come misura presa al solo fine di svolgere indagini”. Invece, la polizia portuale e quella ordinaria del Kerala si arrogarono il diritto, in aperta violazione della convenzione Unclos per quanto all’art. 11 comma 3, di tenere sotto sequestro, e per più di due mesi, la Enrica Lexie, periodo durante il quale fu fatta oggetto di innumerevoli sopralluoghi e di capillari perquisizioni, tutti illegali.

Ritornando allora alle strategie di attacco di cui alle proteste indiane in quel dell’Aja, se si rifaranno al precedente Lotus -Boz Kourt saranno affondati facilmente, perchè si appelleranno ad una legislazione di un secolo fa, non più in vigore e sostituita da una molto più recente, l’Unclos del 1994. Se invece si atterranno a questa, non sarà un’impresa complicata per la difesa italiana richiedere la letterale interpretazione dei due commi accennati dell’art. 11 che dà piena ragione all’Italia sull’attribuzione di girisdizione. Rimane in piedi l’abuso, l’uso improprio delle procedure legali. Qui gli indiani dimostrano ancora una volta una faccia di bronzo che permette loro di sproloquiare senza arrossire per quello che dicono. In ordine sparso:

– hanno catturato e sequestrato la Lexie con l’inganno e non avrebbero potuto farlo, per cui hanno commesso una serie infinita di atti illegali di cui dovrebbero vergognarsi;

– hanno disatteso ogni diritto della difesa, nascondendo i referti autoptici, balistici e ricognitivi forensi del relitto, per cui sarebbe molto meglio per loro che tacessero;

– hanno oscillato tra l’omicidio preterintenzionale e quello volontario, tra l’omicidio colposo e l’attentato terrirostico, senza mai formalizzare un preciso capo di accusa, in mancanza del quale si comprende bene che è praticamente impossibile potersi difendere, altra vergogna inusitata;

-non hanno indagato su tutta una serie di elementi e di circostanze, come ad esempio, quando sono morti i pescatori (manco questo si sa), con chi si è scontrata la nave greca Olympic Flare, chi ha in uso nell’area proiettili compatibili con le ogive rinvenute sul St Antony e nei due cadaveri che sono diverse da quelle in uso negli eserciti Nato, perchè Freddy Bosco ha cambiato versione trasformando il buio pesto con il pieno sole, come si rileva dai filmati delle sue interviste in TV;

– hanno rimbalzato l’istruttoria dal Kerala e New Delhi, ma senza alcun aggiornamento od integrazione dell’istruttoria fai-da-te della polizia keralese, piena di incongruenze, buchi e palesi contraddizioni;

-hanno perso 5 mesi per tradurre i documenti, altri 6 per decidere a chi affidare il caso, hanno dato luogo a 37 rinvii di udienze, tra i quali almeno una decina riguardavano il ricorso alla Corte Suprema dell’India in merito alla richiesta di riconoscimento della giurisdizione italiana, nonchè della libertà di due indagati di nulla accusati dopo 40 mesi di prigionia in India, aggravata da una detenzione cautelare senza indicazione dei termini di scadenza (proscioglimento o processo per i Marò), nonostante l’istruttoria sia stata chiusa un anno e mezzo fa. In quale Paese si chiude un’istruttoria e dopo un anno e mezzo non si esplicita un capo di accusa per il rinvio a processo, nè in mancanza di elementi probatori certi, si procede al proscioglimento degli indagati? Pensiamo solo in India.

Secondo gli indiani tutti questi fatti non sono sufficienti a dimostrare la loro malafede nella conduzione del caso Marò. Secondo loro c’era ancora spazio per “discuterne”, “vagliare opzioni”, “concordare i passi successivi”. Secondo loro l’Italia non ha esaurito tutte le possibilità che il diritto le concedeva, per cui non c’erano i presupposti per attivare la procedura di arbitrato cui l’India si è accodata, ma solo per avere la possibilità di difendere le proprie ragioni. Ora gli indiani fanno le vittime, come faceva il lupo con l’agnello di Fedro, con una spudoratezza superata solo dalla disgustosa e vigliacca arroganza del prepotente che si fa forte di un ostaggio, il fuciliere Salvatore Girone, attualmente detenuto senza motivo alcuno nelle carceri indiane. Vogliono agire in punta di diritto? Facciano pure, noi non chiediamo di meglio, e da tre anni. Siamo convinti che se avessero avuto non una prova, ma mezzo indizio di accusa, i Marò li avrebbero processati da un bel pezzo. Ora siamo al punto che agli indiani glielo spiegheranno bene all’Aja perchè andrebbero espulsi da qualsiasi consesso internazionale ed isolati dalla comunità civile del mondo.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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4 Comments

  • marco Reply

    17 luglio 2015 at 2:54 pm

    …”Paesi civili i cui vigano legalità, democrazia e libertà,…”? Di certo non state parlando del belpaese!

  • Monica Cappellini Reply

    17 luglio 2015 at 3:48 pm

    e allora dentro tutti gli indiani abusivi che gironzolano qua e a ghigliottina

  • sverin Reply

    19 luglio 2015 at 4:43 pm

    Ad onor del vero, fortunatamente, sapevo che il Marò risiede nell’Ambasciata italiana, non in carcere.
    Auspico un blitz militare per liberare Girone, per rispondere alla vigliaccheria indiana ed alla loro sconfinata faccia da culo.
    Ma l’Italia è ostaggio dei “pacifinti” anarchici e non riesce a fare una nazione degna di tale nome!!!

  • Paolo Reply

    20 luglio 2015 at 10:32 am

    Seguo da molto tempo tramite i suoi articoli lo sviluppo di questa questione riguardante i nostri due fucilieri, e ribadisco una volta di più che sono disgustato da tutto; si parla tanto di diritti umani (in ispecie quando si tratta di difendere veri e propri criminali) e non si batte ciglio per la vera, autentica tortura da “Camera 101” che questi due disgraziati militari stanno subendo da anni. E’ una vergogna, uno schifo da addebitare in primo luogo all’ india, che è tutto fuorchè un paese civile, divisa tra una arroganza incredibile ed un comportamento degno di un paese feudale e medievale quale, culturalmente e socialmente è rimasta con ogni evidenza (alla salute di quelle anime buone che si incaponiscono nel definirla “faro di civiltà”); in secondo luogo vergogna all’ italia ed ai nostri governi, che sono pronti a mille piagnistei nei confronti del peggiore dei criminali e non muovono un dito per soccorrere due cittadini, due soldati rei soltanto di essersi trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato per compiere il loro dovere; infine il mondo tutto che, come dicevo prima, blatera tanto di diritti umani, e non muove un solo dito al cospetto di questo schifo!!!

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