Marò: un altro schiaffo all’Italia, a Renzi, alla Giustizia

maròLa Corte Suprema dell’India ha deciso di esaminare solo dopo le prossime vacanze estive il ricorso con il quale Latorre e Girone chiedono di essere rimessi in libertà e denunciano i soprusi ed i depistaggi posti in atto dalla NIA, l’agenzia antiterrorismo indiana, per giustificare dolosamente il provvedimento restrittivo cui sono sottoposti da tre anni, tre mesi e 14 giorni. Per chi non ha dimestichezza con le consuetudini degli indiani, ricordiamo che le vacanze estive nell’ambito giudiziario di quell’ameno Paese vanno da metà maggio a fine giugno, dopo di che i togati per riposarsi delle fatiche accumulate durante le vacanze sono soliti prendersi dei periodi di ferie, perché nella penisola indiana a luglio ed agosto fa caldo, ma tanto caldo. Per cui quanto ipotizzato da alcuni organi di stampa italiani che l’udienza per i Marò si svolgerà il prossimo 1° luglio è un pio desiderio non realizzabile, perché quella rappresenta solo la data dopo la quale il ricorso dei nostri fucilieri potrà essere esaminato. Dopo, sì, ma dopo quanto?

La scusa addotta dai disinvolti magistrati di New Delhi è che la Corte ha un’agenda zeppa di ricorsi di condannati a morte, per cui la calendarizzazione delle udienze ha fatto scivolare in coda, cioè a dopo le ferie, un caso “non urgente” perché non della stessa gravità degli altri. Non urgente? Una banale menzogna, perché mentre i ricorsi pendenti e non esaminati fanno sospendere esecuzioni già passate in giudicato, per cui non danneggiano, anzi fanno il gioco dei condannati, nel caso dei Marò si tratta di un provvedimento restrittivo della loro libertà personale che va avanti da 3 anni e 2 mesi senza alcun addebito legalmente formalizzato nei loro confronti, cioè di un inaccettabile arbitrio. Si tratta in effetti dell’ennesima presa in giro da parte di inquirenti, magistrati e politici indiani, resa possibile dallo scarso peso politico del nostro Paese in ambito internazionale, che Renzi ha contribuito ad avallare con la sua inettitudine e la sua irresponsabile latitanza dal problema.

Da neopremier aveva annunciato che avrebbe fatto fuoco e fiamme, che avrebbe trascinato l’India in un arbitrato internazionale, ha implorato stampa, TV, opinion makers, addetti ai lavori dello stivale di osservare un basso profilo sulla questione, di non esagerare con accuse e critiche verso Governo e Magistratura dell’India per non farli irritare esasperando una situazione delicata mentre il governo italiano tesseva a fari spenti la tela alla ricerca di una soluzione amichevole. Persino noi di Qelsi per mesi ci siamo diligentemente allineati alle richieste del governo Renzi, sperando che ciò servisse alla causa dei Marò. Invece non è successo niente e la tela tessuta da Renzi e compari di esecutivo è solo servita a ricoprire il caso ed a farlo scivolare nel dimenticatoio.

Così gli indiani ci prendono in giro e si fanno beffe di noi tutti, ma quel che è peggio, anche dei due fucilieri del San Marco e di ogni sentimento di giustizia che alligna, che dovrebbe allignare, sotto tutti i cieli ed a tutte le latitudini. E’ di oggi la notizia che un tribunale olandese ha sentenziato che i caschi blu dell’ONU a Srebrenica, soldati dell’esercito olandese che non mossero un dito per impedire il massacro di 8mila bosniaci ed erzegovini, uomini, anziani, inabili, donne e bambini trucidati e gettati in fosse comuni, non sono passibili di alcuna azione giudiziaria. E si noti che lo ha deciso un tribunale olandese, non un tribunale della Bosnia-Erzegovina, proprio perché i soldati erano del Paese dei tulipani.

Noi invece dobbiamo sopportare l’ignominia che due nostri soldati siano stati sequestrati dalle autorità indiane che in 38 mesi non sono state neanche in grado di produrre un capo d’imputazione in base al quale eventualmente processarli, e che se anche ce l’avessero non hanno la giurisdizione per poterli giudicare. E per trattenerli in cattività non possono neanche accampare la scusa di condurre ulteriori indagini od accertamenti, perché la chiusura della fase istruttoria è stata dichiarata da un anno e mezzo. Si chiude l’istruttoria senza che poi sulla base delle sue risultanze sia presa alcuna decisione nel merito : rinvio a giudizio con relativa formalizzazione dei capi di imputazione, o proscioglimento. Qua non abbiamo né l’uno, né l’altro e gli indiani vogliono trattenere i Marò in stato di reclusione solo perché secondo loro potrebbero essere colpevoli, ma ancora non ci hanno riflettuto bene sopra.

In quale Paese del mondo si possono tenere in galera per così lungo tempo indagati non imputati di alcunchè? In India lo fanno, ma solo con l’Italia, perché in situazioni analoghe con Francia e Stati Uniti hanno fatto finta di nulla. Eppure i parà francesi avevano effettivamente ucciso per errore due civili indiani scambiati per terroristi nella Repubblica del Centro Africa e nel Golfo di Aden la US Navy ha ammesso di aver sparato su un peschereccio indiano che non si era fatto riconoscere uccidendo un pescatore e ferendone altri tre, di cui due hanno riportato invalidità permanenti. Non solo la US Navy ha ammesso l’accaduto, ma il Pentagono ha inviato una dura nota di protesta a New Delhi per il comportamento piratesco del peschereccio indiano, che col suo fare ha obbligato la Marina statunitense ad un uso altrimenti non necessario della forza. Con l’Italia, invece si permettono di arrogarsi il diritto di tenere in stato di sequestro, e lasciamo perdere che attualmente Latorre è in permesso per malattia in Italia, riservandosi in un futuro non meglio precisato di sottoporli a giudizio senza averne la giurisdizione secondo quanto affermano tutte le norme del diritto internazionale.

Tra l’altro c’è l’aggravante di una crudele ed inspiegabile persecuzione nei confronti dei due fucilieri, perché è stato ampiamente dimostrato che tutte le prove sulla base delle quali gli indiani ritengono Latorre e Girone responsabili della morte di due pescatori indiani a bordo del peschereccio St Antony risultano false, o frutto di manipolazioni di elementi obbiettivi di riscontro favorevoli all’innocenza dei Marò, od inventate e costruite dolosamente di sana pianta. In questi 38 mesi e mezzo abbiamo più volte confutato puntualmente e con dovizia di dettagli tutti i depistaggi e le falsificazioni perpetrate dagli indiani. Di queste ne menzioniamo solo tre giusto per dare un’idea di quanto e di come il castello accusatorio indiano sia stato prefabbricato sulla base di un teorema inconsistente, pieno di contraddizioni, di false prove e di clamorose incongruenze.

Un paio di queste manipolazioni riguardano il peschereccio teatro del crimine ed il suo proprietario Freddy Bosco. Mentre era sotto sequestro giudiziario il St Antony è stato occultato dalla polizia del Kerala. Non c’era più, era scomparso, nonostante le rimostranze della difesa del Marò cui era stato impedito di procedere alla sua ricognizione ed alla raccolta di qualsiasi rilievo balistico sulla scena del crimine. Dopo oltre un anno, il peschereccio, che era stato esposto alle intemperie senza alcuna protezione in un remoto angolo dell’immenso porto di Kochi è miracolosamente riapparso, ma ridotto ad un relitto fatiscente, tutto arrugginito e ricoperto di spesse incrostazioni che avevano cancellato qualsiasi traccia od indizio di rilevanza forense, tanto da essere demolito. Eppure, anche in quelle condizioni di estremo decadimento tutti i vetri della cabina di pilotaggio erano ancora intatti ed al loro posto. Allora qui si pone un rebus: come avrebbero potuto i Marò, sparando dal bordo della Enrica Lexie, cioè da 30 metri dal pelo del mare, uccidere il timoniere senza rompere alcun vetro? Tra l’altro con la polizia del Kerala i Marò e tutti i testi, anche gli indiani che erano a bordo della Lexie, hanno sempre parlato di scontro con un natante di colore blu, dato regolarmente registrato sul libro di bordo in tempi non sospetti, prima cioè che scoppiasse il caso. Invece, il St Antony era bianco con due striature nere lungo le murate, come tutti hanno potuto constatare. Occorrono commenti?

Poi c’è il Bosco che in quel maledetto 12 febbraio del 2012 manda un radiomessaggio alla Capitaneria di Kochi denunciando di essere stati aggrediti a colpi di armi da fuoco, da non si sa chi perché erano circa le 21,30 ora locale, per cui era buio pesto e non si vedeva niente. Due ore dopo, alle 23.30 ora dell’India, il St Antony attracca nel Kerala dove era atteso da giornalisti ed operatori delle TV locali. Nell’intervista rilasciata a caldo in lingua Tamil, il Bosco conferma che erano stati attaccati un paio d’ore prima e di non avere idea di chi possa aver loro sparato addosso perché era troppo buio per discernere qualcosa di indicativo. Tutti hanno sentito il Bosco, esistono i filmati della sua intervista. Dopo tre giorni passati nei locali della polizia keralese, Bosco cambia versione, il buio diventa luce e l’attacco dalle 21.30 viene retrocesso alle 16.30, ora in cui s’era ancora in pieno sole, tanto da poter leggere il nome della nave assalitrice, guarda caso l’Enrica Lexie. Ma non era successo tutto alle 21.30? E come ci si può confondere scambiando il giorno con la notte a poche ore di distanza da un evento così tragico?

Un’altra clamorosa contraffazione degli indiani riguarda le perizie balistiche sulle armi dei Marò. A parte che a tutt’oggi gli inquirenti indiani non hanno ancora pubblicato il rapporto finale dei periti balistici e si sono limitati ad inviare alla Marina Militare italiana loro soggettive conclusioni, peraltro prive di qualsiasi argomentata documentazione, in un primo momento il diametro rilevato per i proiettili attribuiti alle armi dei due fucilieri non erano compatibili con le armi in dotazione agli eserciti Nato, incluso quello italiano. A dimostrazione di questo fatto c’è il lungo sequestro della Lexie nel porto di Kochi, oltre due mesi durante i quali la nave di bandiera italiana è stata oggetto di sopralluoghi e di meticolose ricognizioni quasi a cadenza giornaliera. Si saprà dopo che la polizia keralese era alla ricerca di altre mitragliette non Nato, che fossero compatibili con le ogive rinvenute sul St Antony e nei cadaveri delle vittime. Queste ricerche a bordo ebbero esito negativo, per cui non potendo trovare le armi, si cambiò il calibro dei proiettili. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere, perché le correzioni avvennero a mano, correggendo le cifre originalmente scritte a macchina dai periti balistici.

Ci sono molti altri elementi a scagionare i Marò e che testimoniano non solo della loro innocenza, ma della loro completa estraneità agli accadimenti che provocarono la morte dei due pescatori indiani. Ma invece di fare fuoco e fiamme in tutte le appropriate sedi internazionali l’Italia, pur disponendo di tutte le ragioni per farlo, tace supinamente adagiata, accettando di essere maltrattata e derisa da un manipolo di fuorilegge che arrivano sino dentro il governo di New Delhi. E Renzi scalpita, s’infuria e s’indigna? No, telefona. Stando ad una nota della Farnesina, in cui ci si dichiara preoccupati (ci sono voluti 38 mesi per cominciare a preoccuparsi per la sorte dei Marò) e ad al solito demenziale tweet del premier, Renzi avrebbe telefonato in India a Girone ed in Itali al convalescente Latorre per “tranquillizzarli” che non saranno abbandonati. Ma chi al posto dei Marò, presi tra la tracotanza indiana ed il pressappochismo menefreghista italiano potrebbe sentirsi tranquillo?

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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16 Comments

  • Frank Reply

    30 aprile 2015 at 12:33 pm

    Giudicare il comportamento indiano è inutile. L’Africa, dove io vivo, subito dopo aver ottenuto l’indipendenza dall’Europa, è diventata loro terra di conquista. Vi hanno portato corruzione, discriminazione e sopruso, anche se adesso devono vedersela con una Cina spregiudicata e agguerrita ben intenzionata a soppiantarli. Entrambi questi novelli “conquistadores” sono infidi, bugiardi e dediti alla doppiezza, quindi; non soprendiamoci per ciò che stanno facendo ai nostri Marò, ma infuriamoci per l’imbelle atteggiamento del nostro governo che mostra sempre più i tratti di una pavidità intollerabile che gli italiani non meritano.
    Perché Renzi non pretende a gran voce una dura presa di posizione da parte dell’Europa, della NATO e dell’ONU? Possibile che dobbiamo far parte di questi costosi organismi solo per farci salassare e per ricevere continue bacchettate sulle dita?!
    Che immane vergogna!

  • Carlo Lauletta Reply

    30 aprile 2015 at 9:03 pm

    Questa volta dissento completamente. Noi dobbiamo respingere coloro che pretendono di entrare in Italia senza passaporto e visto, ma qui è l’opposto. Siamo andati noi in casa d’altri. Il caso è opinabilissimo. Non so quante persone in Italia conoscano i fatti sufficientemente bene per esprimere un parere motivato, forse nessuna. Circa la questione basilare ossia quella della giurisdizione, avendo a suo tempo studiato diritto internazionale marittimo in tre università di tre diversi paesi,
    propenderei per la tesi della competenza dell’India, dato che il fatto è avvenuto in acque internazionali, il presunto reato si è consumato su una nave indiana e le vittime erano indiane. Ho detto “propenderei” giacché ignoro anch’io alcune circostanze che mi parrebbero rilevanti. In tale situazione, penso che le nostre autorità si siano condotte malissimo, ma per il motivo opposto a quello indicato dall’articolista. Invero, che cosa hanno fatto? Si sono mosse presso il governo indiano affinché, in pratica, intervenisse presso la magistratura, esercitando pressioni. Così agendo, hanno offeso sia il potere esecutivo, istigandolo a un comportamento illegittimo anzi criminoso, sia, al tempo stesso, il potere giudiziario, mostrando di considerarlo influenzabile. A mio avviso, il comportamento giusto, signorile e fors’anche produttivo sarebbe stato quello di designare due difensori di valore e dire fin dall’inizio “Abbiamo piena fiducia nella Giustizia dell’India e ad essa ci rimettiamo”. Questa dichiarazione non sarebbe stata per nulla adulatoria dal momento che l’India non solo è paese di grande civiltà ma ha anche eccellenti istituzioni politiche. Quanto, infine, all’aspetto personale, cioè alla situazione dei due fucilieri (gli italiani che in tutta la vicenda si sono comportati nel modo più degno), essi non languono in una prigione africana ma soggiornano nell’ambasciata italiana di Nuova Delhi, dove in molti vorremmo stare, e, suvvia, non corrono alcun rischio effettivo.

    • Rosengarten

      Rosengarten Reply

      4 maggio 2015 at 1:13 pm

      Gentile sig.r Carlo, per quanto mi riguarda non mi è proprio possibile concordare con lei. E la cosa mi appare alquanto strana per l’esperienza che lei può vantare in diritto internazionale. Io nel mio piccolo mi accontento di frequentare ad Harvard, ma non alla Law School percorsa a suo tempo da Obama qui a Boston, ma alla facoltà di Economia. Ciò nonostante ho sostenuto gli esami di Diritto Internazionale e di quello Diplomatico. In punta di giurisprudenza il caso in oggetto si potrebbe dirimere con l’applicazione dell’art 97 della Convenzione di Montego Bay 1982, cosa però contestata dagli indiani che, riprendendo una interpretazione di un noto esperto indiano dil Diritto di Navigazione, il prof Yoghesh Pai, adducono l’interpretazione che quell’art. regoli solo gli incidenti in mare intesi come collisioni, speronamenti, incendi, affondamenti e non altri tipi di delitti come l’omicidio. In effetti l’art. 97 recepisce un diritto riconosciuto e rispettato da secoli dalle marinerie di tutto il mondo che conta, cioè che la giurisdizione per gli “incidents” accaduti a bordo va riconosciuta allo stato di bandiera quando la nave in oggetto naviga in acque internazionali. In effetti, essendosi l’incidente Lexie- St Antony verificato a 22,5 miglia dalla costa del Kerala, cioè oltre il limite delle 12 miglia, si deve riconoscere che la Lexie si trovava in acque internazionali. Quindi gli indiani sollevano due questioni: con la prima mettono in discussione l’applicabilità dell’articolo 97 di Montego Bay, con la seconda affermano che la Lexie era sì oltre il limite delle 12 miglia, ma che comunque stava entro la extended zone con limite a 200 miglia. Sulla prima questione si può discutere, anche se nella fattispecie si può chiaramente rilevare la malafede degli indiani. Infatti, nel caso di divergenza interpretativa la prassi tra Paesi civili, per di più alleati sotto l’Egida dell’ONU nella lotta alla pirateria, si può procedere secondo la prassi definita dall’art 288 per ottenere l’esercizio della giurisprudenza esclusiva delle parti, cioè almeno quella territoriale in riferimento alla condotta (nave italiana) ed all’evento (nave indiana) e quello della nazionalità del reo (italiana) e delle vittime (indiane). Sempre secondo l’art 288 di Montego 1982 gli Stati possano chiedere – ed ottenere – che una decisione vincolante sull’interpretazione delle norme rilevanti sia assunta da uno degli organi indicati all’art. 287 (Tribunale Internazionale per la legge del mare; Corte internazionale di Giustizia; tribunale speciale arbitrale). Perchè ciò accada, occorre che entrambi gli Stati depositino presso il Segretariato generale delle Nazioni Unite, una dichiarazione che li vincola alla decisione dell’organo internazionale e di accettarne le sentenze.
      L’Italia lo ha fatto, indicando, con dichiarazione depositata all’atto della ratifica dell’adesione (26 febbraio 1997) al Tribunale internazionale, mentre l’India, con la ratifica del 29 giugno 1995, di è ‘’riservata ‘’ di farlo, ma non lo ha mai fatto per cui tuttora non accetta un meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie.
      Sulla extended zone l’India commette un sopruso perchè l’applicabilità della giurisdizione indiana su navi di qualsiasi bandiera sino a 200 miglia riguarda solo 4 casi esattamente definiti: attività terroristiche, contrabbando di armi, immigrazione clandestina e traffico di droga, in nessuno dei quali ricade il caso Marò. In effetti, c’è stato il tentativo di rubricare il caso come atto di terrorismo (sparatoria indiscriminata in mare per uccidere e distruggere solo per motivazioni terroristiche) , ma siccome ciò avrebbe comportato il rischio di condanna a morte dei Marò, gli indiani stessi hanno capito che la mela stava rotolando ben lontana dall’albero da cui era caduta ed hanno soprasseduto.
      Ma le tesi indiane naufragano di fronte a due istituti del Diritto Internazionale apertamente e arrogantemente violati dagli indiani: l’mmunità personale, che si riconosce per particolari qualità personali, ad esempio ai capi di stato, e l’immunità funzionale, che viene generalmente riconosciuta per tutti i funzionari pubblici nell’esecizio delle funzioni loro specificamente affidate dallo Stato di appartenenza. La stragrande maggioranza degli Stati civili e democratici fondono in un tutt’uno entrambe le immunità secondo quanto previsto in Diritto Diplomatico dalla Convenzione di Vienna. Pertanto, per il caso dei Marò, l’India se la può prendere con l’Italia,non con due suoi funzionari che esercitavano le loro funzioni nell’ambito della missione loro affidata, peraltro in ossequio alle raccomandazioni di due Risoluzioni dell’Onu del 2011, approvate su sollecitazione dalla stessa India per organizzare la lotta alla pirateria. L’India si è avvalsa dell’immunità funzionale per 47 suoi soldati, caschi blu dell’Onu, che nella Repubblica Democratica del Congo si erano macchiati di orribili delitti, incluso il traffico di armi, di preziosi, di stupri di gruppo di donne e bambine molte delle quali sono state ritrovate uccise, e traffico di medicinali e di viveri. Molti dei responsabili rischiavano la condanna a morte, altri pesanti pene detentive se giudicati da un tribunale congolese a morte, altri. Ma chiedendo il riconoscimento del diritto di immunità funzionale, accordato nonostante non ne ricorressero gli estremi perchè i caschi blu non sono inviati Dall’Onu in Congo ad ammazzare, rubare e stuprare, li sottrassero al giudizio riuscendo a far rimpatriare quei 47 soldati, che poi in patria furono tutti assolti, tranne tre condannati a 6 mesi con la condizionale.
      A parte le questioni di diritto in mare, lei, sig.r Carlo ha uno strano concetto della giustizia. Intanto accetta che si possa essere trattenuti in custodia a tempo indeterminato non in attesa di processo, ma solo da indagati e senza formalizzati capi d’imputazione. Immagini un po’ se passasse questo principio: chiunque potrebbe essere messo in galera senza motivo per anni, come sta accadendo ai Marò. Il fatto di vedersi privare della libertà calpesta un diritto fondamentale dell’uomo. Ma a lei starebbe bene stare vent’anni in una ambasciata italiana all’estero, lontano da casa, dalla famiglia, da affetti, amici, lavoro ed interessi? E poi chi lo deve decidere se starsene in India od in Italia, gli indiani, lei o i Marò?Ed invece di condannare gli indiani che tengono sequestrate due persone le se la prende con queste perchè si lamentano di dover continuare a vivere coattamente in quel fatiscente e violento Paese? Last, but not the least, i Marò, come io con altri abbiamo dimostrato, sono non soltanto innocenti, ma estranei all’uccisione di quei due pescatori. E non si rende giustizia a quelle due povere vittime se si mettono in galera due colpevoli costruendo false accuse per trovare due capri espiatori e non “i colpevoli”. Lei lo sa che gli inquirenti indiani in merito alle perizie balistiche hanno concluso sulla base dei loro test, che a sparare non furono i mitra di Latorre e Girone, ma quelli di altri due dei sei Marò che erano a bordo della Lexie? Allora se pure loro sanno che Latorre e Girone sono innocenti, perchè li trattengono? Ed a lei tutto questo va bene? Rosengarten

      • Carlo Lauletta Reply

        12 maggio 2015 at 4:01 pm

        Non riesco a rispondere alla dottoressa ROSENGARTEN. Da lei, comunque, discordo sul piano tecnico-giuridico. Rispetto a FRANK e a PAOLO, invece, temo che il dissenso sia insanabile. Io, infatti, sono tra coloro per i quali quella indiana è “une civilization dont l’humanité peut s’enorgueillir” (Pierre Amado). Sulla sostanza di questa civiltà, condivido il pensiero di Schopenhauer ; quanto agli indiani comuni (con esclusione dei convertiti all’islam) mi piace richiamare uno scritto di Pier Paolo Pasolini “L’odore dell’India”. Fatti di sangue? Beh, in un paese tumultuante di un miliardo e duecento milioni di persone . . . Prendo atto che
        c’è tra noi chi assimila gli indù ai selvaggî che sbarcano a Lampedusa: io non ricambio espressioni violente, mi limito a dire che lo ritengo in grave errore.

  • Paolo Reply

    4 maggio 2015 at 5:36 pm

    La contro-risposta della Sig.na Rosengarten, a proposito delle obiezioni mosse dal Sig. Lauletta è talmente esaustiva che non occorre aggiungere alcunché, se non questa mia spontanea e sincera osservazione; come si fa, alla luce dei fatti, ad avere il coraggio di definire l’ India “un paese di grande civiltà”, e dotato di “eccellenti strutture giudiziarie”?

    Al di là dei precisi riferimenti legislativi, mi limito a sottolineare che :

    a) ci vuole un bel coraggio a definire “eccellenti strutture giudiziarie” un sistema che, da tre anni, tiene kafkianamente vincolate a sé due persone, con la minaccia di un processo senza essere riuscito né a formulare una precisa accusa ed ancora meno a produrre prove realmente valide in grado di sostenere tale accusa.

    b) sono trattenuti presso l’ ambasciata italiana? Non corrono alcun pericolo reale?
    Lei si esprime così, solo perché si trova in Italia, in casa sua, davanti al suo PC. Lei scrive così, con tale leggerezza, solo perché è lei che non corre alcun pericolo reale. Almeno da parte del governo e della magistratura indiana. E’ molto facile, essere coraggiosi con il c*lo degli altri, sa?

    c) Come fa a definire “un paese di grande civiltà” uno stato che, quando ci manda notizie di sé, generalmente è attraverso stupri, sopraffazioni e prevaricazioni di ogni tipo a danno delle componenti più deboli della sua medesima popolazione civile?

    E’ sicuro di vivere in questa dimensione? Probabilmente, non discuto che ne esista un altra dove l’ India è effettivamente il primo paese del pianeta per quanto concerne cultura, senso di civismo, ordinamento giudiziario e tante altre belle cose che costituiscono, in effetti, il patrimonio culturale di un paese realmente civile. Ma se esiste, si tratta purtroppo di una dimensione differente da questa. Forse è meglio che ritorni con i piedi per terra…

    • Carlo Lauletta Reply

      5 maggio 2015 at 9:26 pm

      Ho replicato più volte ma i messaggî scompaiono prima di partire.

      • Paolo Reply

        6 maggio 2015 at 1:17 pm

        Faccia pure con comodo. La aspettiamo.

        • Carlo Lauletta Reply

          6 maggio 2015 at 10:34 pm

          Ho riprovato a replicare a ROSENGARTEN e a PAOLO, contestualmente “per motivi tecnici”. La scrittura si è bloccata durante la correzione. Fortunatamente sono riuscito ad annullare il tutto. Con questi ordigni c’è rischio che il messaggio arrivi sbagliato! Ritenterò.

          • Paolo

            7 maggio 2015 at 1:46 pm

            Evidentemente, il sito stesso non desidera accettare la sua replica 🙂

            Ovviamente, è una battuta.

      • Carlo Lauletta Reply

        13 maggio 2015 at 10:54 pm

        A ROSENGARTEN La Sua dotta risposta dimostra certamente conoscenza del diritto internazionale marittimo. Ciò però non implica che gli argomenti da Lei addotti siano decisivi; Lei potrebbe sostenere la difesa dei due fucilieri davanti a una corte di giustizia ma non riuscire a convincere i giudici. Tocco solo un punto.
        Il richiamo alla legge della bandiera è giustissimo, ma la bandiera cui guardare non è quella della nave donde i colpi partirono, come i nostri media vogliono far credere, bensì quella della nave dove i colpi arrivarono, come Lei ed io sappiamo. Questa circostanza a me sembra importantissima. Comunque, osservo che il
        Suo scritto è notevolmente elaborato: questo fatto conferma che il caso è oltremodo complesso. Questa complessità, a sua volta, spiega la complicatezza della procedura, cosicché il lungo tempo trascorso dall’evento non mi scandalizza. Lei si duole che non sia stato formulato il capo di imputazione. Rispondo: è vero, formalmente non lo è stato, però non siamo come nel Processo di Kafka dove l’accusato non ha la minima idea dell’accusa, suvvia, qui tutti sappiamo di che cosa si tratta. Quanto poi alla situazione personale dei due fucilieri (che si comportano con grande compostezza: vede che io sono obiettivo), non mi sembra il caso di commuoversi per due giovani i quali (non per caso né per arbitrio delle autorità) vedono la propria libertà limitata, ma non languono (in questo momento dovremmo usare il singolare) nel fondo di una prigione del centroafrica (temo di averlo già detto) ma nell’ambasciata
        d’Italia a New Delhi! Lei dice che l’apprezzamento per quel soggiorno è mio personale: sarà mio personale, però dobbiamo pur guardare
        i fatti serenamente!

  • Frank Reply

    11 maggio 2015 at 5:36 pm

    Caro Paolo, battuta a parte, dobbiamo proprio santificare i “problemi tecnici” che impediscono al signor Lauletta di rifilarci altre deliranti digressioni sui valori etici degli indiani. E’ già stata una fatica enorme digerire quelli che ci ha propinato…

  • Frank Reply

    13 maggio 2015 at 5:17 pm

    Caro Signor Lauletta, rispetto il tono garbato della sua replica, ma devo al contempo rilevare che lei non oppone nulla di circostanziato alle osservazioni che le sono state indirizzate.
    A Rosergarten risponde laconicamente che dissente senza entrare nel merito dei precisi riferimenti che la stessa le ha esposto, mentre Paolo ed io veniamo frettolosamente liquidati (anche qui senza valide argomentazioni) semplicemente scomodando Amado, Shopenhauer a Pasolini.
    La spiegazione che ritengo più probabile è che lei con gli indiani non abbia mai avuto nulla a che fare e che li conosca così bene come io conosco i vesuviani! Diversamente credo proprio che non li definirebbe così straordinariamente “civili”. Si intuisce dal suo scritto una passione per la filosofia induista, visto che fa una distinzione tra indù e musulmani. Bene; credo che nei precedenti post io abbia già dimostrato una scarsa (a dir poco) simpatia per l’Islam, ciò nonostante non posso sottacere che i suoi amici indù hanno compiuto ai danni dei musulmani massacri raccapriccianti, costringendoli a riparare in Pakistan e nel Kashmir e sono sempre gli indù che hanno creato la casta degli intoccabili, una vergognosa discriminazzione sociale che in qualsiasi paese realmente civile, porterebbe alla galera. Non basta la sublime figura di un Gandhi per attribuire titoli di grande civiltà ad una nazione stritolata dalla corruzione, governata da una mafia ancora più feroce della nostra, un tasso di prostituzione minorile tra i più alti del mondo, la costante uccisione di bambini per il prelievo di organi, pedofilia e stupro praticati quasi alla luce del sole. E badi; una buona parte di questi crimini sono compiuti proprio da quella forza pubblica che dovrebbe garantire legalità e diritto! Delle due l’una: o lei è davvero un extraterreste piovuto recentemente sulla terra; o, come molti insipienti ricercatori alla moda, anche lei è caduto nella vulgata mistica che attrae verso il Nirvana indù. Se è così può anche lei dedicarsi a cibarsi di ratti di fogna e a adorare, mucche, scimmie ed elefanti, ma la civiltà è una cosa seria. La prego non ne faccia scempio attribuendole ad un sistema che merita solo vergogna.

    • Carlo Lauletta Reply

      13 maggio 2015 at 9:46 pm

      1) Weltanschauung al fondo dell’induismo e ragioni per cui la apprezzo: il semplice richiamo a Schopenhauer credo risulti più eloquente di quel che saprei dire io !
      2) Conoscenza personale degli indù: l’ho avuta, e ne ho tratto la stessa impressione che ne trasse appunto Pasolini (a lui però non piacquero i sikh, e su questo discordo)
      3) Massacri antimusulmani a suo tempo. Penso che siano stati di reazione a quelli subìti.
      4) Intoccabilità. Essendo stata imposta dagli invasori sugli invasi, la si può considerare un’alternativa allo sterminio usuale a quei tempi.
      5) Mali sociali attuali. Lo sviluppo odierno dell’India avviene in modo tumultuoso. Comunque il paese si è sempre mantenuto democratico. Ha avuto leaders eccellenti quali Nehru e Indira Gandhi (non vorrei innescare altre polemiche, ma: noi invece nello stesso periodo chi abbiamo avuto?)
      6) Animali. Circa i ratti, condivido la posizione del gatto (che in India è poco frequente, e questo lo giudico un fatto fortemente negativo: vede quanto sono obiettivo!)
      Quanto alla mucca, me ne cibo, ma trovo che il modo con cui viene riguardata in India (=un essere vivente che nutre senza chiedere quasi niente in cambio) sia segno
      di nobiltà d’animo (e anche di saggezza).
      7) Riprendo in parte il punto 4. L’odierno ordinamento giudiziario indiano ricalca quello britannico e già questo fatto dovrebbe dare affidamento. Ma siamo tornati al punto
      di partenza. Riprovo a replicare a Rosengarten: speriamo che anche con lei i problemi tecnici siano superati.

      • Frank Reply

        14 maggio 2015 at 2:57 pm

        Caro Lauletta, desisto dal confrontarmi ulteriormente con lei in questo disperato arrampicarsi sui vetri che lei sta mettendo in atto. Io (ahimè) gli indiani li conosco bene per diretta esperienza e confermo ogni parola di quanto ho già scritto. Mi scusi, ma credo che lei si stia soltando ed inutilmente affannando per difendere una posizione che resta indifendibile. La saluto.

  • Paolo Reply

    15 maggio 2015 at 7:38 pm

    “suvvia, qui tutti sappiamo di che cosa si tratta.”

    Di che cosa si tratta, Sig. Carlo? Dove sono le prove? Su quali fatti si basa, tale fantomatica accusa?

    non mi sembra il caso di commuoversi per due giovani i quali (non per caso né per arbitrio delle autorità) vedono la propria libertà limitata, ma non languono (in questo momento dovremmo usare il singolare) nel fondo di una prigione del centroafrica (temo di averlo già detto) ma nell’ambasciata d’Italia a New Delhi!

    Non le sembra il caso di commuoversi per la sorte di questi due uomini (per caso, anche nostri connazionali)?
    Ma certo, ha ragione. E’ quasi una vacanza, per loro! Eh già! Mica sono stati internati nello Stalag 17, o magari a Sagmacilar, come il buon Billy Hayes.
    E per cosa? Per aver fatto il loro dovere. O forse, più semplicemente, per aver indossato, con orgoglio, una divisa.

    E’ per questo, vero, che non si commuove? Perchè per il solo fatto che indossano una divisa, sono colpevoli. Al pari di tanti altri colpevolisti, lei sotto sotto li ha già condannati, e solo, ed unicamente per questo.

    Rispetto ad altri, le riconosco che è molto più fine. Però la sostanza è quella, perchè non si potrebbe spiegare altrimenti la totale mancanza di calore umano, di solidarietà umana, che lei esprime verso queste due persone. Il guaio è che, purtroppo, non è il solo a pensarla così.

    Le assicuro che – soprattutto dopo aver letto il suo commento riguardo all’ articolo su Morandi – volevo evitare davvero di esprimermi in modo provocatorio, anche perchè è una mia precisa regola di evitare le discussioni offensive. Però devo dirle in tutta onestà che l’ ironia, garbata ma anche estremamente fredda che lei ostenta non mi ha ben impressionato.

    E se uno dei due fosse suo figlio?

    “Riprendo in parte il punto 4. L’odierno ordinamento giudiziario indiano ricalca quello britannico e già questo fatto dovrebbe dare affidamento.”

    Molto vero; difatti, se il processo avesse dovuto svolgersi in Inghilterra, avrebbe seguito identiche modalità e tempistiche.

    “Lei si duole che non sia stato formulato il capo di imputazione.”

    Io, mi dolgo? E’ il mondo intero, che dovrebbe vergognarsi. O è un nuovo gioco, una nuova moda, e nessuno me lo ha detto? Adesso si processa la gente, senza nemmeno formulare i capi di imputazione. Ah, che bello. Me lo devo segnare. Però quando a scuola studiavo i principi della Democrazia, mi pareva che fossero altri.

    “Rispondo: è vero, formalmente non lo è stato, però non siamo come nel Processo di Kafka”

    E le sembra poco? Però non siamo come nel processo di Kafka; ha ragione, siamo messi ancora peggio.

    “bensì quella della nave dove i colpi arrivarono, come Lei ed io sappiamo. Questa circostanza a me sembra importantissima.”

    E invece, stabilire da dove realmente siano partiti i colpi, questo non ha nessuna importanza?

    “Lei dice che l’apprezzamento per quel soggiorno è mio personale: sarà mio personale, però dobbiamo pur guardarei fatti serenamente!”

    Guardi, io sono serenissimo. Sono qui, seduto davanti al mio PC, a risponderle battendo sulla tastiera. Tra un momento vado a fare un po’ di cena. So che almeno per questo fine settimana, non sarò accusato di nulla, quindi potrò dormire sonni tranquilli. Più sereno di così..

  • Ettore de Gennis Reply

    27 maggio 2015 at 8:06 am

    Da un vecchi Marò. Cosa ci facciamo nell’ ONU ?Solo per prendere schiaffi ? Per i nostri marò: avviare un procedimento di espulsione degli indiani presenti in Italia! Con le buone maniere non si ottiene nulla. Chi è quell’irresponsabile che ha disposto la scorta di militari su bastimenti civili , Forse lo stesso che ha venduto i siluri a quel paese ? Siluratelo !

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