Nomine non all’altezza e la truffa a danno della cultura Italiana

dario-franceschiniRiceviamo e pubblichiamo
La colonizzazione può essere spesso riconosciuta come un processo di lenta e progressiva mutazione delle tradizioni, dei costumi e spesso anche della lingua del popolo che è costretto a subirla. Non si verifica solo un radicamento sul territorio di una potenza straniera presso una nazione dominata, ma una trasformazione identitaria del popolo colonizzato. E’ l’etimologia della parola stessa “colonizzazione” che lega la sua funzione e i suoi scopi alla “cultura”, ovvero alla necessità di decidere tutto ciò che è culturale e tutto ciò che non lo è nelle tradizioni e nelle abitudini di quel popolo. La nomina dei 20 nuovi direttori dei musei da parte del ministro Franceschini appare come l’ultimo atto di un lento e silenzioso processo di colonizzazione che il Belpaese sta subendo inconsciamente da decenni e che sta conoscendo la sua fase più acuta in questo ultimo scorcio del governo Renzi, privo persino della legittimità elettorale e più simile ad una filiale di smistamento delle direttive di Berlino e Bruxelles.

Veniamo dunque alle nomine in questione: 13 italiani e 7 stranieri. Ad una attenta analisi dei curricula dei nominati, qualche perplessità sulla effettiva preparazione ed esperienza richiesta per i ruoli assegnati sorge, ma forse il Ministro è stato colto da qualche folgorante intuizione. Il pensiero non può non correre in questo caso ai tanti italiani esclusi e privi di santi in Paradiso che formano la nutrita schiera di laureati e specializzati in discipline archeologiche ed artistiche, confinati in un limbo che li vede, nel migliore dei casi, sfruttati in qualità di volontari, dopo aver sperato in vano di varcare la soglia della gratificazione professionale. Quali sono i criteri che hanno portato alla nomina dei nuovi direttori? Il bando di concorso richiedeva come titolo di studi la laurea triennale e la specializzazione di secondo livello. Fin qui nulla di strano. Come altro requisito, però, veniva richiesto l’appartenenza al sistema universitario, come professore o ricercatore, oppure aver già ricoperto incarichi all’interno di un museo. L’accesso era, di conseguenza, ristretto solo a pochi eletti già inseriti nel sistema escludendo la stragrande maggioranza dei giovani Italiani, costantemente dimenticati ed estromessi da un meccanismo che continua ad emarginarli. Ma, di questi tempi, ciò non desta sorpresa quando le professionalità locali lasciano il posto a quelle estere. Ma chi sono questi signori? Vediamo alcuni esempi. Innanzitutto ben 3 tedeschi. Il primo agli Uffizi, Eike Schmidt, 47 anni, esperto di arte fiorentina. Stando ad un documento che circola in questi giorni, soprattutto in rete, sembra che sia riuscito addirittura superare, e non è dato sapere come, un italiano con punteggio più alto (82 a 79). Uno scarto di ben 3 punti. Possibile che non si sia trovato un esperto in Italia all’altezza del compito?

Il secondo tedesco, Gabriel Zuchtriegel, 34 anni, archeologo, la cui età suggerisce ancora una esperienza fin troppo breve ed acerba per un sito importante come Paestum. L’ultimo nome germanico è Cecilie Hollberg, nominata alla Galleria dell’Accademia di Firenze. Un prestigioso istituto d’arte, guarda caso di nuovo a Firenze, regalato all’ennesima mano tedesca. Se a pensar male si fa bene, allora verrebbe da pensare ad un ennesimo regalo renziano alla cancelliera tedesca in visita all’Expo. Una coincidenza o una spia accesa nel quadro del nostro paese?
Un analogo discorso vale, senza ombra di dubbio, per l’Italiana d’oltralpe, Eva Degl’Innocenti. Una giovane di 39 anni, specializzata in archeologia medievale, volata in Bretagna ma forse desiderosa di tornare in Italia, chiamata alla direzione di un sito, Taranto, a carattere classico.

Altre scelte, però, destano altrettanti dubbi e più di un sospetto. Ad esempio la sig.ra Anna Coliva, nominata alla Galleria Borghese. Laureatasi nel 1977, all’età di 24 anni (oggi ne ha 62) con il famoso Giulio Carlo Argan, già nel 1980, dopo soli 3 anni, è già funzionario del Ministero dei Beni Culturali. Andando a ritroso in quegli anni, scopriamo la legge decreto 285, che permise a migliaia di persone di entrare, facilmente e spesso senza concorso, all’interno delle istituzioni ministeriali della cultura. Ora questa stessa signora la si ritrova a dirigere uno dei musei più famosi del mondo. Fortunata o …?

Profili con poca reale esperienza per i ruoli da ricoprire, troppo spesso maturata all’estero ove la realtà museologica è completamente diversa da quella Italiana. Personaggi del tutto incoerenti, manager in alcuni casi, come se la cultura fosse un business da vendere e comprare.
La composizione della commissione incaricata, persone che non sembrano avere profili sufficientemente compatibili per valutazioni così importanti.
Lorenzo Casini (professore di diritto amministrativo dell’Università di Roma La Sapienza ed esperto di legislazione per il patrimonio culturale), Claudia Ferrazzi (segretario generale dell’Accademia di Francia-Villa Medici di Roma e già vice amministratore generale del Louvre), Luca Giuliani (professore di archeologia classica e rettore del Wissenschaftskolleg di Berlino), Nicholas Penny (storico dell’arte, direttore della National Gallery di Londra). Personaggi con una forte inclinazione europeista, estranei alla realtà museologica Italiana ma chiamati a deciderne il destino. Con loro al timone la scelta era più che scontata.

Non sfugge che 12 su 13 degli Italiani scelti hanno studiato in istituti a forte carattere europeo, costosi e blasonati, e, in alcuni casi, trasferitisi in accademie di altri paesi della UE (Inghilterra, Francia, Spagna ecc.) per perfezionare la conoscenza di una realtà tutta Italiana. Si sono ritrovati a ritornare improvvisamente in patria da dove sono stati lontani troppo tempo per poter essere considerati i più idonei.

La cosa che lascia ancor di più l’amaro in bocca è che solo Vittorio Sgarbi e Philippe Daverio hanno avuto il coraggio di alzare la voce contro questo scempio. Per Sgarbi “È un errore grave, cedendo al politicamente corretto il ministro mortifica il suo stesso ministero quello concorsuale è un metodo sbagliato viene presentato come una rivoluzione ma non lo è“. Daverio rincara la dose “Sono figure estremamente modeste dal punto di vista scientifico. E i veti incrociati bloccheranno tutto.” Plaude invece Achille Bonito Oliva, capo della commissione esaminatrice: «Per una volta si può dire che anche in Italia vince la meritocrazia. Tutte le designazioni sono di altissimo profilo. E non si può non lodare il gran lavoro fatto dalla commissione presieduta da Paolo Baratta». Nessun archeologo, tra i più blasonati e conosciuti, ha avuto, purtroppo, da ridire su questa “nuova” forma di meritocrazia made in UE. Anzi!! Il sig. Carandini non ha perso tempo per schierarsi con il ministro. Lui che, è bene ricordarlo, ha da sempre lavorato con gli stranieri, soprattutto Inglesi, cui deve buona parte della sua carriera, si è espresso così “…in merito alle nomine, su alcune singole scelte si può discutere, ma il criterio è ottimo: uomini e donne, italiani e stranieri, con formazioni e curriculum diversi. Viviamo in un mondo nuovo.” Un “mondo nuovo” contrapposto ad uno vecchio. Ma siamo sicuri che quello “nuovo” sia davvero migliore? Una cosa è certa. L’archeologia e l’arte sono state svendute a mani straniere senza alcun rispetto per chi è qui, è rimasto qui e si trova ad affrontare quotidianamente l’iniquità di un sistema anti-meritocratico, che ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto.

Di: Antonello Bassi, Archeologo

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1 Comment

  • Monica Cappellini Reply

    1 settembre 2015 at 4:16 pm

    Con riferimento all’attuale governo
    TUTTI DELLA COALIZIONE E DELLA OPPOSIZIONE CHE STANNO LI’DICENDO NULLA E BECCANDO DENARI

    ANDATE AL DIAVOLO TUTTI CHE IL FUOCO VI TRAVOLGA

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