Papa Francesco: I migranti sono egoisti come noi

papa-francesco-bergoglio-big-beta-2Ieri il Papa ha dichiarato: “I migranti sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre, cercano una vita migliore, cercavano la felicità”.
Con questa frase, forse inconsapevolmente, ha contraddetto tante sue precedenti affermazioni evidenziando il diritto all’egoismo degli immigrati, il loro legittimo e giustificato desiderio non solo di sopravvivere, ma di trovare anche la felicità, di vivere meglio, come noi.
Ha fatto, infatti, un salto logico rispetto ai suoi precedenti (sbagliati) strali contro il liberismo ed il capitalismo come cause dei mali del mondo, affermandolo forse per inculcarci il senso di colpa, per indurci alla solidarietà nei loro confronti, avversando il nostro diritto all’egoismo, come se il nostro egoismo fosse incompatibile con l’altruismo. Non è così.
Ciò che non vuole dichiarare, ma non può non dire il Papa è che immigrare per vivere meglio significa venire a vivere in una società dove viviamo meglio proprio perché possiamo soddisfare i nostri desideri.

Manca l’accettazione di una evidente realtà analizzata nel libro: la nostra società è nata e prospera proprio grazie ai nostri egoismi, ai desideri secondari, attraverso i meccanismi dell’egoismo sociale, motivo per cui l’altruismo non è affatto in contrapposizione con l’egoismo, ma ne è il prodotto più nobile, un mezzo attraverso cui perseguire al meglio gli egoismi di un intero popolo.
“Ora, prendete tutti questi vantaggi derivanti dalla vita in società e moltiplicateli per ogni oggetto che vi circonda, anche il più banale; moltiplicate il risultato per tutta la filiera di produzione, dalla materia prima al prodotto finito; aggiungeteci, poi, i servizi del terziario, i mestieri che vi vengono in mente e quelli di cui non immaginate neppure l’esistenza. Il risultato, infine, moltiplicatelo per tutti i concorrenti ed otterrete la moderna civiltà. Pensate che avremmo tutto questo se dal calcolo eliminassimo il fattore desiderio? Gli egoismi personali non traggono solo indubitabili vantaggi dall’egoismo sociale, ma ne costituiscono la stessa ragione di esistere, il collante che unisce in una struttura complessa quelli di tutta la popolazione e che permette di soddisfarli nel modo più efficiente e raffinato, ad un livello che non saremmo mai in grado di raggiungere da soli. Il vantaggio è, quindi, senz’altro maggiore di ciò che ricaveremmo dall’individualismo.

Mi sembra, quindi, azzardato, se non suicida, pensare di costruire la società ideale estirpando l’egoismo dei suoi membri, perché senza non avrebbero nessun motivo per restare uniti. È solo grazie ad ogni desiderio che ogni attività si sviluppa ed ha ragione di esistere. Elimina un desiderio ed avrai eliminato tutte le attività che da questo sono nate, un intero mercato formato da imprenditori, lavoratori, collaboratori, l’indotto e tutte le famiglie mantenute grazie all’appagamento di quel singolo desiderio. Elimina tutti i desideri e crollerà tutto il sistema organizzativo sociale che ne permette la soddisfazione. E così la regressione alla tribù, alla legge della giungla, sarà inevitabile. (…)
D’altronde, se nell’antichità l’adesione ad una società era volontaria, ormai non esiste lembo di terra non soggetto alla sovranità di uno Stato. Ognuno si ritrova a far parte di una società per un accidente di nascita o della storia ed isolarsi non è semplice, per quanto fattibile, magari in una landa desolata. L’eremita che sceglie di disconoscere la società per puro individualismo, deve però sopravvivere senza aiuti e rifiutare qualsiasi tipo di scambio, perché già il baratto è il primo germe della civiltà che lui rinnega. Se si comportasse davvero come un animale selvaggio, ne apprezzerei la coerenza, non lo stimerei perché inutile da un punto di vista sociale, ma almeno non sfrutterebbe ipocritamente i benefici della società rinnegandone il fondamento. Il punto è questo: il solo beneficiarne, se non pretenderne i diritti, è di per sé una scelta, che comporta corrispondenti doveri sia sociali che giuridici. Se uno Stato si fonda su un contratto sociale, l’adesione avviene non solo per nascita, quanto per un comportamento concludente di sfruttamento della vita organizzata.

Che si tratti di un atto volontario, d’altra parte, lo dimostra il fatto che l’individuo può scegliere di lasciare una società che non ritiene soddisfi i suoi egoismi, andando dove ritiene di poter ottenere di meglio. La ricerca del miglior equilibrio tra egoismi personali e sociale è, infatti, il fondamento dell’emigrazione. (…)
Che sia stata la cultura, la combinazione tra spirito di sopravvivenza di memi e geni, collegherei l’istinto, tutto umano, di aiutare il prossimo alla consapevolezza di far parte di un organismo vivente, una società che acquista vita autonoma. Così come il benessere ed il dolore dipendono da ogni parte del corpo, un’infezione non curata può portare alla setticemia, un’arteria ostruita può essere letale, anche la perdita di un parente è una tragedia per l’intera famiglia, i cui membri si aiutano per garantire la sopravvivenza di geni e memi comuni. Allo stesso modo il singolo sente di non essere solo un individuo, ma parte di una comunità vivente, che può perpetuarsi solo se tutti i componenti sopravvivono collaborando. Ecco che la stima altrui è la misura del contributo che abbiamo dato, la conferma di aver agito nel modo corretto per il benessere della società e, quindi, di noi stessi, dei nostri figli e discendenti. Se affermo, quindi, che l’altruismo nasce dall’egoismo come strumento per soddisfarlo, è perché deriva dall’egoismo sociale, dalla consapevolezza della necessità dell’aiuto reciproco al fine di trarre tutti i vantaggi che solo la società organizzata può garantire. E si tratta di vantaggi tutti egoistici, sia interiori che esteriori, psicologici o meno, che nessun individuo potrà mai ottenere con le sue sole forze. (…)

Non dimentichiamo, d’altronde, che il calo della mortalità nei paesi occidentali era la conseguenza immediata e diretta dello sviluppo, favorito dall’egoismo interiore psicologico. Il passaggio dal regime antico alla prima fase di transizione è caratterizzato, infatti, dall’avvento di sempre nuovi desideri secondari, grazie ai quali si è avuta una corrispondente diversificazione dei mercati, sono nati nuovi mestieri, nuove possibilità per i poveri di esercitare attività differenti e, quindi, di guadagnare in modi impensabili quando l’unico mercato era costituito dalla produzione di beni essenziali e dove la popolazione si divideva perlopiù tra ricchi proprietari terrieri e poveri contadini. Con l’arrivo del benessere, quindi, l’Europa e tutti i paesi sviluppati hanno sì ridotto la loro fecondità, ma non subito, bensì passando prima da una drastica riduzione della mortalità, grazie all’aumento delle risorse dovuto alle nuove tecniche di produzione (che hanno ridotto i morti per fame), ai progressi della medicina (che hanno debellato i c.d. cavalieri della morte) ed alla diversificazione dei compiti che ha permesso il passaggio di schiavi e contadini dalle classi più povere a quelle più agiate di mercanti, artigiani e di tutti gli innumerevoli mestieri, arti e professioni nate dall’ingegno umano, rendendo così possibile la redistribuzione naturale delle maggiori risorse che il mercato metteva a disposizione ad un superiore numero di famiglie.
Ora, bene hanno fatto i paesi occidentali, attraverso le organizzazioni umanitarie a portare i frutti di questo benessere alle popolazioni che ancora vivevano nel regime antico, ma ritengo che sia stato un errore sottovalutare l’importanza di introdurre gradualmente i memi dell’egoismo interiore psicologico. (…)

L’importazione artificiale dei frutti del benessere occidentale (medicine, derrate alimentari, denaro) non accompagnata dalle tecniche, dalle conoscenze, dalla cultura che li aveva generati, ha finito per agire sulla sola sopravvivenza dei singoli, sul loro egoismo interiore, senza permettere di sviluppare una fonte autonoma di benessere che non dipendesse dall’elemosina altrui, salvo poi rendersi conto che, per quanto cinico possa sembrare, ciò non faceva altro che aggravare la fame ed i problemi. Le popolazioni non hanno creato nuovi lavori remunerativi, non si sono guadagnate con l’impegno un proprio benessere, non hanno insomma avviato il circolo virtuoso dello sviluppo, né hanno potuto sviluppare una forma embrionale di egoismo interiore psicologico, dei propri desideri secondari, ma si sono limitate a ricevere dall’esterno beni essenziali.
Ciò, se permettete, ne avrà anche salvati molti dalla morte, ma li ha privati della dignità di un lavoro e li ha resi ancora più succubi e schiavi dei governanti e notabili locali che si intascano la maggior parte degli aiuti provenienti dall’estero ed utilizzano le scarne elargizioni per mantenere il potere su quelle popolazioni. Troppo facile, però, prendersela con i corrotti governanti, senza rendersi conto che il vero errore sta nel sistema di aiuti, che è tutto in occidente, all’interno stesso delle organizzazioni internazionali. Quando si accetterà la semplice verità che tutti gli uomini, di qualsiasi ceto sociale, a tutte le latitudini, sono ugualmente egoisti, forse si capirà che non è denigrando l’egoismo, ma sapendone incanalare le diverse forme che si possono ottenere i più proficui risultati. (…)

Peraltro, anche le popolazioni affamate sono egoiste e cercano, come chiunque nel mondo, di accaparrarsi quante più risorse possibile per far sopravvivere se stessi e i figli. Nulla di male, per carità, ma allora non avrebbe più senso aiutarli a sfruttare in maniera virtuosa il loro legittimo egoismo, permettendo loro di lavorare, di guadagnarsi da vivere, di imparare a crearsi nuovi desideri, di inventare nuovi mestieri che li soddisfino e creando così nuovi mercati e la conseguente naturale redistribuzione delle risorse avuta in occidente? La mera elemosina non li ha solo privati della loro dignità e di questa possibilità di sviluppo autonomo, ma semmai ne ha aggravato i problemi. (…)
D’altronde, è proprio dal Bangladesh che è partita l’esperienza straordinaria del microcredito di Yunus, che ha saputo rivoluzionare gli interventi a favore dei poveri, spazzando via i luoghi comuni che li vedevano come mere bocche da sfamare attraverso l’elemosina, senza possibilità di cavarsela autonomamente. Non dubito che la sua esperienza sarà ricordata dai posteri con maggior favore delle fallimentari ed inutilmente costose iniziative di tante organizzazioni internazionali, e non è un caso se nel 2006 ha ricevuto il Nobel per la pace. Quest’uomo straordinario ha saputo finalmente osservare i poveri da vicino e rendersi così conto che non sono cavie da laboratorio né fenomeni da compatire o andare a visitare, manco fossero in una specie di zoo, come va tanto di moda tra i ricchi occidentali, che pensano di lavarsi la coscienza con viaggi pseudo-culturali nella miseria altrui, solo per tornare in Patria e dire agli amici quanto i poveri sappiano essere felici e sorridenti pur senza avere nulla, mica come noi che siamo solo dei viziati.

Al contrario sono esseri umani in tutto uguali ai ricchi, con la medesima intraprendenza, con la stessa dignità e desiderio di trovare il modo di cavarsela da soli, di lavorare per guadagnarsi da vivere e per poter soddisfare i propri legittimi desideri. Anziché umiliarli ancora di più con un’elemosina che non fa altro che degradarli al ruolo di parassiti, ha avuto fiducia in loro ed ha avviato un programma di prestiti, basato proprio sulle idee di queste persone, sul loro desiderio di avviare una propria attività, di poter guadagnare e così i propri desideri”.

Di: Barbara Di Salvo

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1 Comment

  • Lisa Reply

    24 aprile 2015 at 4:40 am

    Brava!

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