Per prometterci 45 mrd di sgravi ipotetici, Renzi rischia di farci pagare 78 mrd veri

unnamedLe ultime esternazioni programmatiche di Renzi ci hanno posto di fronte ad un dilemma che non siamo ancora stati capaci di risolvere, ovvero se esse rappresentino la più ovvia delle conseguenze della insopportabile canicola di questa torrida estate, con il sole che ti spacca in quattro manco fossimo a Chattanooga, Tennessee, o se, più semplicemente, è già partita la campagna elettorale delle politiche del 2018. Chissà. I recenti avvenimenti dentro e fuori al PD, che hanno coinvolto il governo fino al collo, hanno di molto offuscato l’immagine di Renzi che è uscito molto ridimensionato dai recenti sondaggi sul suo indice di gradimento che era partito da oltre il 70 % ed è ora precipitato al 38% scarso della scorsa settimana, per approdare ad un disastroso e maliconico 30 % attuale.

Le bastonate prese nelle ultime amministrative, il disastro immigrati che l’Italia fa entrare senza controllo alcuno (la chiamano accoglienza, ma neanche le bestie si accolgono così), ma che poi nessuno vuole in Europa. La disoccupazione che non rientra – a giugno, esauritosi il transitorio Job’s Act, la tendenza si è invertita con la perdita di 10mila posti a tempo indeterminato -, le riforme serie ed urgenti che non partono (mo l’urgenza sono le unioni omosessuali, che Dio ci assista), la ripresa che non si mette in moto neanche a calci (prima che irrompesse Tsipras persino la Grecia marciava più veloce dell’Italia) e sicurezza ed ordine pubblico ormai divenuti delle utopiche chimere.

Ed ancora, gli spinosissimi casi di Marino, un uomo voluto dal PD, che non si “era accorto” di gestire nella capitale un sistema mafioso di appalti delle coop rosse ed insulta la gente che invece se n’era accorta; di Crocetta, altro tirato per la giacca dal PD, che a Palermo, dove la Sanità vale 7 mdi l’anno, cioè la metà dell’intero bilancio regionale, pensa di poter combattere la mafia ricorrendo ad inquietanti connivenze (dottor Tutino e soci che hanno messo le mani su tutta la sanità) ed usando sistemi che ricordano quelli dei mafiosi che dicono di voler contrastare; le tasse che continuano ad aumentare; il debito pubblico che si gonfia più che una mongolfiera (di 66 miliardi in un anno di governo Renzi, nuovo record italiano di tutti i tempi) con interessi che hanno doppiato quota 100 miliardi di euro l’anno (altro record), dopo che per anni s’erano assestati attorno ai 70-80 miliardi malgrado i sobbalzi dello spread; i pagamenti delle pmi che si sono subito fermati appena dopo essere partiti (70 miliardi di crediti vantati dalle pmi secondo l’ultima rilevazione di Bankitalia); la riforma della scuola, che ha disgustato un po’ tutti, persino il fidelizzato popolo della sinistra “intellettuale” e radical chic; il pasticcio dei rimborsi delle pensioni e la flessibilità d’uscita alla Boeri che fa infuriare i lavoratori precoci; la latitanza italiana dall’Europa persino durante il semestre di presidenza italiano, fanno paurosamente traballare il basamento su cui Renzi s’è voluto installare senza che nessuno lo abbia autorizzato a salirvi sopra.

Di fatto, Renzi non ha nulla di concreto da offrire alla gente italica sfinita da una crisi che sembra interminabile, con i fondamentali dell’economia al momento talmente risicati da fare apparire persino ottimistico l’oracolo dell’FMI che ha indicato come a questi ritmi ci vorranno 20 anni per ritornare ai livelli di occupazione pre-crisi, ammesso che con premier scolastici e senz’arte come lo sono stati Letta e Renzi e minacciano di esserlo i prossimi, ci si arrivi mai. Ecco allora scattare l’operazione “recupero di immagine”, con la pubblicizzazione di una iniziativa prima non prevista, estemporanea, sbandierata così, all’improvviso con il ricorso al solito giochetto delle promesse demagogiche e populiste per avviare un “intenso dibattito” sul nulla, ma capace di suscitare delle false aspettative per distogliere l’attenzione dai problemi reali ed incalanare le attese degli italiani verso sogni irraggiungibili e speranze vane. Sostituire i fatti concreti che non ci sono con le chiacchiere, la programmazione con l’improvvisazione, la realtà con la mistificazione, questa la tattica; non mollare il potere a nessun costo la strategia.

Del resto, e sono ancora i sondaggi più recenti a parlare, solo un italiano su tre pensa che Renzi governi effettivamente per “il bene del Paese e per tutelarne gli interessi”, mentre per due italiani su tre ogni iniziativa del premier è mirata alla conquista, gestione e conservazione del potere in chiave demagogico-populista, in modo funzionale alle proprie ambizioni ed a quelle della parte della sinistra che rappresenta, e che quasi mai coincidono con i reali interessi degli italiani. Su questo sfondo, ecco allora Renzi spararla grossa, ma proprio grossa affinchè faccia più rumore possibile, con l’annuncio di un piano per la riduzione della pressione del carico fiscale che prevede sforbiciate per 45 miliardi in tre anni. Che le tasse vadano ridotte, molte eliminate, noi lo diciamo da sempre, per cui per ovvia coerenza il proposito di Renzi non solo lo riteniamo condivisibile, ma altamente auspicabile.

Specie in questo momento in cui l’unica, vera, necessaria riforma del governo per il rilancio dell’economia è stata quella dello Job’s Act che però, come abbiamo più volte sottolineato, da sola non può funzionare, perchè manca l’innesco di una pressione fiscale più leggera sulle imprese, manca una saggia spending rewiev per reperire le risorse da indirizzare sul volano della spesa produttiva, manca la riforma della Giustizia per assicurare la certezza del diritto e la celerità delle sentenze, manca la riforma della PA che se fatta bene, da sola ammazzerebbe la corruzione più dello stupido decreto legge varato in merito, e snellirebbe le procedure creando, insieme alle altre riforme appena accennate, il clima per incoraggiare investimenti nazionali ed attirare quelli dall’estero.

In fondo, quelle che ora vorrebbe fare Renzi sono tutte cose che hanno sempre fatto parte dei programmi di tutti i centrodestra possibili ed immaginabili ed a Berlusconi e Salvini duole la lingua a forza di ripeterle inascoltati. Addirittura, FI e Lega alcune le avevano pure fatte, prima che il PD mettesse in campo il “mastino Napolitano” perchè spaventasse l’uomo di Arcore ed imponesse il governo dei tecnici per reintrodurre le tasse tolte dal centrodestra. E Renzi osannò quelle reintroduzioni, anche se adesso tira dritto e fa il partenopeo: “scurdammoce ‘o passato….”. Questo ennesimo annuncio del premier ha fatto storcere la bocca a molti, fuori e dentro il suo partito, che si sono abbandonati al più assoluto scetticismo, portando tutti lo stesso argomento, e ponendo tutti la stessa domanda:”Ma dove li prende i soldi?” Con questo governo e questo premier anche noi ci associamo agli scettici e ci chiediamo dov’è che possa trovare quei 45 miliardi dichiarati, che poi in effetti sono molti di più di 45 a fare i conti bene se gli obbiettivi sono quelli dichiarati per Imu, Irap, Ires ed Irpef.

Quanto è credibile Renzi in questo momento e qual è l’attendibilità delle sue indicazioni per reperire le risorse per raggiungere gli obbiettivi delineati? Chiedendo scusa ai lettori, a questo punto occorre per forza di cose ricorrere alla rigida ed ineludibile razionalità dei numeri. Intanto premettiamo subito che Renzi ce la mette tutta per rendersi inattendibile da solo: ha appena licenziato il Def 2015 (il documento di economia e finanza) per rappresentare le linee guida della politica economica e finanziaria col pre-consuntivo del 2015 e le previsioni di sviluppo (si fa per dire…) nel biennio 2016-2017, che già lo smentisce. Infatti, lo scorso 16 giugno Qelsi pubblicò un articolo (Anche la CdC critica la fallimentare politica di Renzi che sta portando l’Italia allo sfascio) in cui entravamo nel merito del Def, sottolineando che il gettito fiscale sarebbe passato da 786 ad 881 miliardi nel corso del triennio considerato, cioè tasse che aumentano di 95 miliardi. Si dirà : vabbeh, magari quell’aumento è dovuto alla crescita, non a nuove tasse. Ok, vi dimostriamo che non è così.

Il Def prevede l’incremento percentuale del Pil dello 0,7 %, dell’ 1.2 % e dell’1,3 % rispettivamente nel 2015-16-17. In totale fanno 3,2 punti percentuali di Pil, ovvero una crescita complessiva della ricchezza nazionale sino a fine 2017 di circa 58 miliardi, quindi da spalmare su tre anni in termini reali. Di questi quanti ne finiranno nel tritatutto fiscale dello Stato? Facciamo gli ottimisti, diciamo la metà abbondante, cioè 30 miliardi. Quindi la crescita contribuisce all’aumento del gettito per 30 miliardi, ma per arrivare ai 95 miliardi messi in programma per il gettito fiscale nel Def, che non è un pezzo di carta, ma un documento ufficiale ed impegnativo che gira sui tavoli di Bruxelles, ne mancano 65, tutti attribuibili ad aumenti fiscali. Allora, a due mesi di distanza, il governo prima dice che le tasse aumenteranno di 65 miliardi in termini reali, poi invece che ce ne scala 45. A parte che se anche fosse, resterebbe comunque un surplus di 20 miliardi di AUMENTO delle tasse, per cui per trasparenza ed onestà intellettuale, tutt’al più si potrebbe parlare di “45 miliardi di minore aumento delle tasse”. Rimane però da spiegare perchè solo due mesi fa di questi 45 miliardi non ci fosse traccia.

Come si vede Renzi è, nella migliore delle ipotesi, un millantatore, un bugiardo. Vediamoli meglio i suoi numeri. Il governo è entrato in fibrillazione per una emergenza da 5,5 miliardi da restituire ai pensionati per la mancata perequazione delle pensioni nel 2012-2013. Sono entrati in crisi ed alla fine hanno deciso di restituire solo quello che avevano in tasca, il mitico “tesoretto”, giudicando impossibile trovare altri 3 miliardi per restituire tutto il maltolto. Ora però il governo ci viene a dire dire che troverà 45 miliardi dando un calcio per terra, cosa che solo due mesi fa non aveva neanche immaginato di fare. Che credibilità si può assegnare a questo premier ed a questo governo?

Proviamo a fare due conti realistici. Entro fine 2015 il governo deve tirare fuori 500 milioni per le rivalutazioni delle pensioni, che poi dovrà mantenere anche negli anni successivi. A questi si aggiungono 728 milioni che si pensava di risparmiare con il “reverse charge”, un escamotage contabile per l’Iva della grande distribuzione che è stato sonoramente bocciato dalla Ue. Poi, un miliardo tondo tondo per lo sblocco degli stipendi degli statali, altra sentenza della Consulta da rispettare, e stiamo a 2,2 miliardi. A questi si aggiungono quelle mine vaganti che sono le micidiali “clausole di salvaguardia”. Cosa sono? Pure qui siamo di fronte a degli stratagemmi contabili. Per far rientrare i conti dentro i parametri europei, a volte nel bilancio si indicano tra gli introiti somme nominali che però sono aleatorie, che si spera di potere incassare, senza però esserne certi.
A questo punto, siccome i conti devono tornare in ogni caso, per fare accettare i bilanci a Bruxelles si accetta di porre una sorta di ipoteca per la quale se gli introiti ipotizzati, od i risparmi di spesa, si verificano ok, finisce lì. In caso contrario, scattano automaticamente tasse in termini già prefissati per coprire il buco che si è verificato nei conti.

Nella sua “bellissima” legge di stabilità del 2015 Renzi ha inserito clausole di salvaguardia che ipotizzano introiti che, se non altrimenti trovati, dovranno derivare da aumenti dell’Iva, dalla diminuzione delle detrazioni Irpef e da un congruo e reiterato aumento delle accise sui carburanti per 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 miliardi nel 2017 e 22 miliardi nel 2018, per un totale di 44 miliardi da reperire nel triennio 2015-2017. A questi 44 miliardi va aggiunto il fabbisogno delle clausole inserite da Letta, che scattano nel caso di mancati risparmi di spesa di pari importo, cioè 3,3 nel 2016, 6,3 miliardi nel 2017 e 6,5 miliardi nel 2017, per altri 16,1 miliardi in totale.

Lo scorso aprile, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, nella sua relazione sul Def scrisse: “In base a quanto indicato nel Def, le entrate derivanti dalla clausola di salvaguardia della Legge di stabilità 2014 sono stimate in 3,3 miliardi nel 2016 e 6,3 dal 2017, quelle relative alla clausola della Legge di stabilità 2015 sono quantificate in 12,8 miliardi nel 2016, 19,2 nel 2017 e 22,0 dal 2018. Complessivamente, l’eliminazione di entrambe le clausole determinerebbe un aumento dell’indebitamento netto di, rispettivamente, 1,0, 1,5 e 1,6 punti percentuali del Pil”. A questo proposito, ricordiamo che nel Def l’aumento del Pil è quantificato nel triennio considerato di + 0,7 % quest’anno, +1,4 % nel 2016, +1,5 % nel 2017. Stando quindi all’UPB, se scattassero le clausole di salvaguardia tutto equivarrebbe ad un andamento in termini reali del Pil dello 0 % quest’anno, dello 0,9 % nel 2016 e dell’1,1 % nel 2017. Questa è la “crescita” che il governo Renzi è capace di offrire agli italiani. Per questo abbiamo detto che la previsione dei 20 anni dell’FMI è addirittura ottimistica se Renzi e quelli che la pensano come lui non se ne vanno.

Quindi, il premier è di fronte ad un bivio: o scarica tutto dentro la voragine del debito pubblico facendolo dilatare a livelli da intervento della Troika come in Grecia, od oppure lascia scattare le clausole mettendo le mani in tasca agli italiani. Ma di quanto parliamo? Tra pensioni, stipendi degli statali, reverse charge e clausole di salvaguardia di Letta più Renzi il Governo dovrà spendere 19,6 miliardi nel 2016 ed eventualmente da reperire entro quest’anno, e con lo stesso meccanismo altri 27,7 miliardi nel 2017 e 30,7 miliardi nel 2018. In totale fanno 78 miliardi. Uno che sta messo così è credibile che ne possa trovare, oltre a questi, altri 45 per scontarci un po’ di tasse sulla casa e sul lavoro? Quindi crediamo che la soluzione pensata da Yoram Gutgeld, il guru della finanza di cui Renzi si fida, un contabile rigido, antiquato e privo di quel minimo di fantasia che serve per una finanza creativa in situazioni disperate come la nostra, sia quello di tagliare 45 miliardi in modo demagogico, ma lasciando che scattino le clausole di salvaguardia e gli altri impegni di spesa scoperti. A quel punto Renzi potrà dire di aver mantenuto la promessa del taglio di 45 miliardi, e che è colpa dell’Europa se il contribuente ne avrà pagati 75 che avrebbero potuto essere evitati da un politico avveduto e competente, degno di questo nome.

La vera palla di piombo al piede dell’Italia, oltre ad un debito mostruoso che ha raggiunto il 135 % del Pil, è un mortificante rosario di impedimenti che derivano dal rispetto dei parametri europei, a cominciare dal fiscal compact che ci impone di azzerare il deficit di bilancio entro il 2018. La road map del Def prevede di passare dal fatidico – 3%, al – 2,6 % di quest’anno, al – 1,8 % nel 2016 ed al – 0,8 % nel 2017 nel rapporto tra deficit e Pil. In effetti, per azzerare il rapporto deficit di bilancio/Pil occorrerebbe che il Pil si assestasse attorno al 2,5 – 3 %, quota alla quale troverebbe ampio respiro lo sviluppo industriale ed il rilancio dell’occupazione. Che cosa si potrebbe fare? Dobbiamo intanto dire che l’Italia ha il secondo miglior bilancio europeo dietro alla solita Germania, perchè vanta un significativo avanzo primario, il che significa che lo Stato italiano spende meno di quello che introita. Sono gli interessi pagati sul debito pubblico che gravano sul bilancio facendolo girare in rosso, un debito che è progressivamente arrivato a quota 2200 miliardi, che con la sua cura Renzi solo quest’anno ha fato aumentare di ben 66 miliardi in un colpo solo.

In modo quasi empirico abbiamo dimostrato che la coperta di Renzi è cortissima. Anche se per miracolo il Pil aumentasse un po’, siccome dobbiamo ridurre il deficit di bilancio dovremo sforare sempre meno e quindi ridurre la cifra che lo Stato può mettere tra le perdite. In altri termini, o si spende di meno, ma è praticamente impossibile, o si negozia con l’Europa per far sì che quel 3 % derivante dal rispetto del fiscal compact non si riduca come programmato nel Def nel 2015-17, cioè -2,6 %, – 1.8 %, – 0.8 %, ma addirittura che si possa allargarlo oltre il 3 % come fa la Francia che se ne sta sul 4,5 % senza che nessuno dica nulla. Poichè ogni punto decimale del rapporto deficit/Pil vale circa 1,7 miliardi, è chiaro che se invece di scendere a – 0,8 % si potesse salire attorno al + 3,5 % per un periodo limitato, 4 o 5 anni, come imploriamo di negoziare da 3 anni in qua, ecco tirati fuori circa 70 miliardi da destinare in parte agli obiettivi di Renzi per il taglio delle tasse, in parte ad investimenti produttivi ed infrastrutture per l’ammodernamento del Paese.

Poi c’è tutto un elenco di interventi, congiunturali e strutturali, di cui studiare l’applicazione, dal “voluntary disclosure”, una sorta di appendice dello scudo fiscale che potrebbe darci sino a 30 miliardi una tantum, ai “listini standard”, suscettibili da soli di introdurre risparmi per 7 miliardi l’anno. Ma ce lo vedete Renzi che va a sbattere i pugni sul tavolo di Schäuble per farsi allentare i limiti di debito? Noi no. Anche perchè se la Renzi&Co. reperisse dei fondi, siamo sicuri che se li giocherebbero subito assai male. Facciamo l’esempio dell’Imu. Se Renzi toglie 4,5 miliardi sulla casa, li toglie agli italiani, ma anche agli enti locali. Che fanno poi i Comuni, chiudono gli asili, tagliano servizi sociali essenziali, chiudono il trasporto locale ed i rubinetti dell’acqua? Nessuno ne parla. E poi i famigerati tagli della spending rewiev.

Nè Renzi, nè Padoan, nè il guru Yoram Gutgeld sembrano rendersi conto che i tagli sono impossibili, perchè qualunque cosa si tagli c’è un riflesso diretto di diminuzione del Pil. Può sembrare una provocazione, ma addirittura se si eliminasse la più viscida forma di spreco, cioè la corruzione, il Pil diminuirebbe della stessa misura, perchè i corrotti i soldi non se li mettono da parte, ma li spendono in auto di lusso, barche, case e gioielli, per cui alla fine il frutto dei loro peculati finiscono nel calderone del Pil. Questo non significa che non si debba perseguire e distruggere la corruzione, ma che bisogna saperlo fare per indirizzare le risorse grattate dagli sprechi verso investimenti e spese produttive, altrimenti è inutile risparmiare se poi il Pil diminuisce. E questo vale per tutti i risparmi che si possono immaginare nelle voci di bilancio. In questa visione, che Renzi e soci non hanno mai dimostrato di avere, si può migliorare l’economia nazionale non risparmiando, ma spendendo meglio a saldi invariati. Ma questo, la sinistra grossolana peracottara, tutta chiacchiere ed ideologia non lo capirà mai. Per questo occorre inventarsi il modo di metterli in condizione di non nuocere ulteriormente circoscrivendoli e mettendoli da parte.

Rosengarten

Rosengarten663 Posts

Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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2 Comments

  • Monica Cappellini Reply

    29 luglio 2015 at 11:28 am

    ma sto’qua è narcotizzato da mafiosi o si fa canne di suo????
    io spero solo che venga tolto dai piedi
    ITALIANI……SVEGLIATEVI

  • Monica Cappellini Reply

    29 luglio 2015 at 11:30 am

    e se qualche mafioso lo leva dai peidi il popolo italiano lo benedira’ con elezione a presidente del consiglio
    tanto a questo punto ……………..con tassa su morti su air conditioning che lui si trova in tutti gli uffici e aerei o macchine; la moglie che guarda il suo “!bravo ” stipendiuccio da stronza di merda,
    non so cosa si attenda…….ad eliminarlo

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