Poliziotto costretto a ricorrere al Tar per curare la mamma

Il Viminale gli ha negato per quattro anni il trasferimento vicino a casa, anche quando il padre è morto e la madre ha tentato il suicidio

ROMA – Diviso da 103 chilometri di distanza dalla madre affetta da tendenze suicide. Una lontananza «non rilevante» secondo il ministero dell’Interno, che con questa motivazione ha respinto per quattro anni la domanda di trasferimento da Roma a Veroli avanzata da un poliziotto, intenzionato a curare la mamma disabile. Una spiegazione «priva di giustificazione» secondo il Tar del Lazio che ha riconosciuto le ragioni dell’agente, concedendogli la possibilità di assistere la madre.

Senza risposta

La sentenza è stata pronunciata lo scorso 29 aprile al termine di un calvario cominciato il 17 dicembre del 2010. È in quella data che per la prima volta il poliziotto – un agente della Polfer in servizio alla stazione Termini – chiede di cambiare stazione di lavoro per stare vicino ai suoi genitori, residenti a Veroli, entrambi in condizioni di salute drammatiche. La madre infatti è affetta da gravi tendenze suicide mentre il padre è disabile, impossibilitato pertanto ad aiutare la moglie. Il poliziotto – assistito dall’avvocato Luigi Parenti – chiede di prendere sevizio a Frosinone, ma offre anche la sua disponibilità anche per il commissariato di Sora. La prima domanda resta senza risposta e cosi l’agente il 17 luglio del 2011 avanza una nuova richiesta. Ma neanche questa volta viene convocato.

«Distanza breve»

Passano i mesi, il poliziotto è preoccupato, la situazione familiare si aggrava. Il padre viene a mancare e le condizioni della madre diventano ancora più precarie. Il 2 novembre del 2012 la signora, sola e depressa, tenta il suicidio. Allora l’agente reitera la domanda per la terza volta e in quest’occasione riceve una risposta. Il ministero però respinge la richiesta innanzitutto sostenendo che in famiglia ci sono altri congiunti in grado di prestare assistenza alla madre. Ma il Viminale fornisce anche un’altra spiegazione. Il trasferimento è respinto perché «la non rilevante distanza tra la sede in cui l’istante presta servizio e il luogo in cui risiede il disabile (soli 103 chilometri) induce a ritenere idonei altri strumenti, tra ai quali i permessi». Una ragione che invece secondo i giudici del Tar è «priva di giustificazione», vista «la gravità della patologia» della mamma dell’agente, che richiede un’assistenza continuativa e costante, impossibile da fornire stante il tempo necessario a coprire la distanza tra Roma e Veroli. Ragione per cui al poliziotto è stato permesso di tornare a casa a curare la madre.

giulio de santis per corriere.it

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1 Comment

  • emi Reply

    4 maggio 2015 at 10:26 am

    è tutto uno schifo!

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