Reato di tortura e numero identificativo: intervista a Chiaravalloti (Siap)

20141105_112408_resized-3Sandro Chiaravalloti è Segretario Generale provinciale SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia) a Piacenza. In giorni in cui imperversano le polemiche sull’introduzione del reato di tortura, tra bozze di legge discusse in parlamento e bacchettate della Corte europea dei diritti dell’uomo, abbiamo pensato di chiedergli la sua opinione in merito.
Chiaravalloti, partiamo dall’inizio. Innanzitutto, perché la Corte dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia?
L’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo recita: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Per questo l’Italia è stata condannata dalla Suprema Corte Europea di Strasburgo per i fatti avvenuti alla Scuola Diaz. Molti proveranno a difendere qualcosa che non è difendibile, perché a mio modesto parere l’irruzione alla Scuola Diaz è stato un errore macroscopico e inutile. Io invece, con modestia, spero che questa condanna sia un rilancio della riforma della Polizia di Stato ad ordinamento civile.

In che modo le due cose sono legate?
La legge sulla tortura dovrebbe essere applicata per prima all’interno di una amministrazione dove ancora si governa il personale di Polizia con metodi e sistemi che facilitano il “mobbing” e quindi, a mio modo di vedere le cose, in modo spensierato si continuano a consumare trattamenti inumani e degradanti nei confronti di chi è chiamato ad intervenire anche contro i più incalliti delinquenti in pieno rispetto dei diritti umani, mentre a loro stessi vengono violati con una facilità impressionante anche i più elementari diritti di accesso a documenti amministrativi in barba alla trasparenza tanto decantata.

Si parla anche di numero identificativo per i poliziotti. Potrebbe essere altrettanto utile?
Il numero identificativo, personalmente, lo voglio perché credo sia un’opportunità in quanto lo Stato che obbliga, giustamente, ad indossare un numero identificativo al Poliziotto, dovrà poi anche retribuirlo adeguatamente, garantirgli una giusta formazione, procurargli strumenti, leggi e regolamenti che indicano in modo chiaro le regole di intervento. Nello stesso tempo, nel momento in cui il poliziotto indossa un numero, nessun manifestante dovrà coprirsi il viso e colui che usa ogni genere di violenza contro chi è preposto a prestare servizio in difesa dei diritti umani dovrà finire in galera senza se e senza ma.
Il numero identificativo sta diventando la scusa e non il rimedio, in realtà grazie a questo il poliziotto si assume più responsabilità, con tutte le conseguenze del caso.

Insomma, sì a reato di tortura e numero identificativo, a patto che ci siano adeguamenti…
Rilanciamo il reato di tortura, rilanciamo il numero identificativo, ma con tutto il pacchetto che tuteli non solo il cittadino ma anche il lavoratore di Polizia, anch’egli cittadino e anch’egli essere umano. Invece, quotidianamente, viene leso dei suoi diritti internamente ed esternamente in una situazione che forse fa comodo a tutti tranne che a chi opera in prima linea.

Pare di capire che ci vorrebbe anche un processo di democratizzazione interna alla polizia. Sbagliamo?
La democratizzazione interna, grazie ad una classe dirigente ancora in parte incapace, non ha ancora la sua giusta collocazione in quanto ancora oggi far valere i propri diritti è sempre complicato e sempre pericoloso là dove il diritto dovrebbe regnare sovrano e là dove chi, come me, tenta di far valere il diritto, ne paga le conseguenze con querele, volantinaggi anonimi, furti di documenti in bacheca sindacale, punizioni, denigrazioni e maltrattamenti che, sia chiaro, non mi hanno fermato e non mi fermeranno.

Da vittima di mobbing potrebbe sentirsi più tutelato dall’introduzione del reato di tortura?
Sono convinto che le vere torture ancor prima che esternamente si consumino internamente attraverso un regolamento di servizio e disciplinare sorretto dalla mobilità interna, che permette di fare ciò che si vuole e come si vuole in barba ai diritti umani. Del resto, e gli atti parlano chiaro, proprio io in una riunione centrale sulla formazione e aggiornamento del personale di Polizia suggerii di inserire i diritti politici e umani nell’aggiornamento dei poliziotti, con la bocciatura avvenuta anche grazie a taluni sindacalisti che non comprenderanno mai l’opportunità di cambiare e di ottenere più tutele per noi stessi, in quanto anche con la divisa sempre cittadini.
Concludo dicendo che se un imprenditore invia un suo operaio a lavorare sopra un tetto, deve fornirgli la corda dove legarsi, le barriere di protezione eccetera. E allora se noi dobbiamo indossare un numero, lo Stato ci dia tutto quello che occorre per indossare un numero. Pare che se un poliziotto sbaglia ci si ricorda che indossa una divisa e quindi si chiedono pene severe in quanto uomo dello Stato, ma quando, come quotidianamente accade, esercita il suo lavoro correttamente e viene aggredito, insultato e picchiato, ci si dimentica facilmente che quel lavoratore rappresenta lo Stato e troppe volte lo Stato stesso lo abbandona.

Riccardo Ghezzi

Riccardo Ghezzi1205 Posts

Giornalista pubblicista, scrive di sport e politica su testate locali piemontesi. Appassionato di politica da sempre, ha un unico pregio: non essere mai stato di sinistra in vita sua

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1 Comment

  • Riva Antonio Reply

    11 aprile 2015 at 12:22 pm

    Sono d’accordo, i primi a non essere tutelati sono i poliziotti. Non possono neanche difendersi. Daltronde la politica di sinistra é così, falsa e subdola. Rincorre unicamente il proprio interesse, quei giorni é stato commesso di tutto contro i cittadini e la proprietà privata. Anche la morte di Giuliani é stata legittima difesa di un tutore dell’ordine minacciato per difendere noi cittadini normali da un gruppo di facinorosi e violenti.

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