Renzi, video-premier che confonde popolarità col populismo, ottimismo con irresponsabilità

MATTEO-RENZI_12_resizeRenzi ha esultato quasi senza ritegno quando sono apparsi gli ultimi dati Istat su Pil e lavoro, che hanno segnalato per il primo indicatore una crescita della ricchezza prodotta dello 0,3% nel secondo trimestre del 2015, mentre per la disoccupazione hanno indicato un tasso mensile sceso al 12 % netto, il più basso in assoluto da due anni a questa parte. Ufficialmente, il motivo di tanto entusiasmo era dovuto al fatto che il Pil sia cresciuto e che lo abbia fatto “oltre le attese”, che erano di un + 0,2 % contro il + 0,3 % misurato (ammazza aoh che uragano ‘sto Pil…), mentre sul fronte del lavoro l’Istituto di statistica segnala 44mila occupati in più. Numeri che hanno offerto a Renzi il destro per ri-sfoderare quei toni trionfalistici malinconicamente riposti appena un paio di mesi fa quando nell’anno in corso il debito pubblico aveva fatto registrare un aumento disastroso di 83 miliardi già solo alla fine di maggio, quando si erano persi 22mila posti di lavoro ed il Pil su base annua si assestava alla modestissima, ancorché deludente quota di + 0,5 %, ora rivista a +0,7 %, che lo caratterizza come il più basso di tutti i Paesi compresi tra le Alpi e le piramidi, il Manzanarre e il Reno.

Nel suo personalissimo osservatorio economico Renzi si comporta come uno che pretenda di ricavare previsioni attendibili sul regime di piena o di magra di un fiume semplicemente misurandone millimetriche variazioni mensili del livello a pelo della corrente. Se un fiume va in piena il livello aumenta a botte di centimetri l’ora e se va in magra l’alveo emerge gradualmente a macchia di leopardo. E quando le variazioni sono impercettibili tanto da non poter essere visivamente apprezzate, hai voglia a stare lì a contare le gocce, significa solo che non sta succedendo niente e che non si annunciano nè magre, nè piene. Ha ragione Alessandro Sallusti quando premette nel suo commento alle affermazioni di Renzi, secondo il quale questi dati dimostrerebbero che “l’Italia sta ripartendo”, che “è vero che il poco è meglio del niente, ma attenti a non cadere nel tranello che pochissimo sia tanto”. Ma Renzi è il più grande imbonitore presente sul mercato delle vendite televisive, con passaggi giornalieri misurabili in ore su una miriade di canali TV pubblici e commerciali, sui quali dimostra che nessuno più di lui è capace di vendere frigoriferi agli eschimesi e tulipani agli olandesi, riuscendo a convincere molti che un niente possa quasi essere il tutto.

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Il premier attribuisce i 44mila nuovi posti di lavoro allo Job’s Act che, secondo lui, ha preso a funzionare. Falso, è una consapevole menzogna. Se quella legge funzionasse non si sarebbero registrate 44mila nuove entrate, ma 444mila, soprattutto considerando che 38mila sono assunzioni annunciate di insegnanti che non erano disoccupati, ma precari. Senza questi quanti tra i 3 milioni di disoccupati sarebbero i nuovi entranti sul mercato del lavoro? Si risponda Renzi. Osannando la “sua” legge per la flessibilizzazione del mercato del lavoro Renzi si dà la zappa sui piedi, perchè deve ammettere che erano 20 anni che si tentava invano di introdurla, ma che la cosa non sia mai riuscita per le barricate erette proprio dalla parte politica che rappresenta e dalla CGIL, il sindacato di cui essa è spesso ostaggio. Certo che lo Job’s Act è una leva per liberare nuove energie imprenditoriali e favorire l’occupazione a tempo indeterminato, lo abbiamo sempre detto e sostenuto. Ma ora Renzi non può prendersi il merito per averla inventata, ma al massimo può riconoscersi il merito di aver rimosso da sinistra, ma con colpevole ritardo, un veto posto dal PD ed associati per ingessare il mercato del lavoro in Italia, con grave nocumento dei lavoratori stessi, dell’economia e dello sviluppo di un Paese che hanno portato allo sfascio.

Nella sua attuale formulazione e con le condizioni al contorno del contesto in cui viene impiegato lo Job’s Act non può favorire l’occupazione, ma favorisce solo la trasformazione di parte del precariato in assunzioni stabili. Qui Renzi ha una piccola ragione che gli riconosciamo, cioè che non è poco stabilizzare i precari. Ma purtroppo questo è anche tutto quanto lui può ottenere con la sua impostazione di politica economica che si rivela ogni giorno di più fallimentare, perché non degna del dovuto rispetto le fondate e giuste attese di legioni di disoccupati, giovani o meno giovani che siano. Per funzionare come generatore di opportunità di occupazione la legge sul lavoro dovrebbe essere inserita in un contesto di forti stimoli agli investimenti. E’ infatti del tutto ovvio che per gli imprenditori sia conveniente trasformare i precari in dipendenti stabili se questi costano meno in termini di fiscalità ed oneri sociali. Questo vale per i primi tre anni, ma poi? Per far scatenare la piena occupazionale occorrono stimoli ed incentivi agli investimenti, specie per quelli dall’estero, per ammodernare e rilanciare le imprese esistenti e crearne molte di nuove. Ma non c’è il clima favorevole perché ciò accada e nulla ha sinora fatto Renzi per favorire cambiamenti in questa direzione.

Il limite principale del premier è pensare che lo Job’s Act funzioni di per sé. Ma senza investimenti ed incentivi alla produzione chi si mette ad assumere personale solo perché “adesso costa poco farlo”? Si dovrebbe assumere per fare cosa? E perché gli imprenditori dovrebbero investire scommettendo su un Paese in cui nulla funziona, privo di moderne infrastrutture, poco informatizzato, in cui la magistratura la fa da padrona decidendo chi può e chi non può lavorare, dove non c’è certezza del diritto, la burocrazia dilaga incontrastata alimentando corruzione ed infiltrazioni criminali nella politica la cui classe dirigente attuale, nel migliore dei casi, si rivela quanto meno velleitaria, litigiosa ed inefficiente? Da quando è divenuto presidente del consiglio Renzi non ha mai parlato di ordine pubblico e di controllo del territorio, un tema molto importante per la sicurezza personale e per sottrarre l’economia agli arbitrii della criminalità organizzata e non, che ormai è al di fuori di qualsiasi controllo. Per mesi e mesi Renzi ha persino negato l’esistenza di un problema immigrati, che secondo lui era un’invenzione di nazionalisti fascistoidi, xenofobi e razzisti prima che si trovassero clandestini annidati ovunque, pure nei cofani delle auto lasciate in parcheggio, e si prendesse atto dell’evidenza.

In compenso Renzi non ha fatto una riforma della PA degna di questo nome; ha fatto una inutile legge anti-corruzione che pare una grida di manzoniana memoria che lascia il tempo che trova, ha imposto una legge elettorale pro domo sua, si è opposto alla CANCELLAZIONE del Senato ricorrendo allo stratagemma di porre non la questione di fondo – Senato sì o Senato no – ma spostando la discussione sullo sterile dilemma Senato elettivo o no che comunque, se esso sopravvivesse, non sarebbe altro che un inutile duplicato della Conferenza Stato-Regioni. Non ha mosso un dito per moralizzare la politica neanche dentro a Palazzo Chigi che con la sua corte è divenuto il regno di privilegiati che godono di incarichi multipli con relativo cumulo di super compensi senza che il premier batta ciglio. Cominci a moralizzare quelli che lo circondano e vada avanti sino alle 8mila inutili e costosissime aziende municipalizzate e partecipate, dimostri di saper moralizzare la vita pubblica e la politica sul serio, non solo a chiacchiere. Tante sono le cose inutili fatte dal premier spacciate per riforme. Nessuna di queste va in direzione del sostegno all’economia ed allo sviluppo. Persino il pagamento delle PA è fallito, visto che ancora oggi Bankitalia denuncia che sono almeno 70 i miliardi di euro ancora pretesi dai fornitori delle PA. Ma se Renzi non paga imprese che continua a vessare con tasse insostenibili tanto che a migliaia devono chiudere i battenti, come può pretendere che poi i titolari di queste stesse imprese assumano perché adesso c’è lo Job’s Act?

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Renzi ci chiede di tifare per l’Italia e di non gufare per partito preso. L’ottimismo, la fiducia nel futuro, la tenacia sono ingredienti essenziali dello sviluppo economico, lo sappiamo bene. Se non ci fossero degli ottimisti chi si metterebbe a fare l’imprenditore rischiando in proprio, o chi investirebbe in borsa? Chi lo fa, è chiaro che sia un ottimista, fiducioso di poter spuntare dei ritorni o delle plusvalenze capaci di remunerare adeguatamente i propri investimenti a rischio. Ma chi investirebbe in borsa sapendo che il sistema funziona solo in direzione delle perdite e non anche in quello dei guadagni? Qui non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma solo di saper valutare quale rotta ha preso il capitano. Il premier passa ore, tra un’apparizione TV e l’altra, a scrutare l’andamento del Pil. Però non fa nulla per farlo crescere. Questa non è manifestazione di pessimismo o peggio di disfattismo, ma solo una amara constatazione perché ci piacerebbe dire ben altro di Renzi, del governo, delle fortune Paese.

L’Italia è un Paese manifatturiero per eccellenza. In questi anni di crisi profonda sono state le relativamente poche imprese nazionali capaci di essere competitive anche sui mercati internazionali che hanno tenuto a galla il Paese. In un periodo in cui tutto crollava l’export nazionale non solo ha tenuto, ma è stato addirittura capace di conquistare nuove posizioni in mercati caratterizzati da serrata competizione. In questo nulla c’entrano Renzi, il governo e le riforme. E’ stato merito in parte degli imprenditori e dell’ineguagliato appeal esercitato dal design italiano, del fascino del made in Italy; parte merito di condizioni congiunturali favorevoli che non è detto siano destinate a durare a lungo come la crisi cinese sta a ricordarci: il crollo del prezzo del greggio, la svalutazione dell’euro, l’enorme liquidità immessa dalla BCE che ha azzerato il costo del denaro facendo riaprire i rubinetti del credito ad imprese e famiglie.

La possibilità di sviluppare la nostra presenza su un mercato ormai divenuto globale è essenzialmente legato a tre tipologie di fattori: quelle che attengono alla qualità del design, quelle che determinano la competitività del nostro sistema produttivo, nonchè alla validità dell’organizzazione del sistema-paese per offrire adeguato sostegno alle imprese che si propongono di raggiungere i mercati internazionali. Per il primo aspetto non abbiamo nulla da imparare da nessuno, sugli altri due c’è molto da fare. E di questo molto Renzi nulla sta facendo, nè si ripromette di fare. Non ne parla proprio, mai, lui queste cose non le sa o non le vuole sapere. Questo governo naviga a vista, aspetta i dati Istat e poi cerca le scuse da accampare per giustificarli se sono negativi o si abbandona a toni trionfalistici se sono interpretabili come vagamente positivi. Dilettanti allo sbaraglio. Uno dei presupposti per essere competitivi è di avere un mercato interno che tira e si sviluppa e che permetta di conseguire sinergie ed econonomie di scala senza le quali la possibilità di coniugare qualità ad economicità per essere competitivi diviene una chimera. Un mercato interno sviluppato presuppone un potere di acquisto forte, cioè una domanda sostenuta di beni e servizi. Grazie alle degenerazioni fiscali della sinistra complottista da Monti in poi ci ritroviamo con un mare di disoccupati che non consumano, con il potere d’acquisto dell’immediato dopoguerra e con i consumi degli anni pre-guerra. E’ questo il nodo da sciogliere per ripartire, non le unioni civili, i gay pride, l’Italicum od altre menate del genere.

Allora Renzi ed il governo sappiano che il tessuto industriale italiano per il 95 % si compone di pmi. Ma per queste non è facile raggiungere i mercati esteri tradizionali ed ancor meno quelli assai promettenti dei BRICS (Brasile, India, Cina, Sud Africa e Corea) per un mixing di barriere all’ingresso difficilmente scavalcabili senza aiuti e sostegni per imprese di piccole dimensioni e senza esperienza di trading internazionale. Ostacoli riconducibili alla scarsità di manager preparati, all’indisponibilità di adeguati investimenti, specie per iniziative con break-even sul medio-lungo termine od a reddititività differita, alla scarsa conoscenza delle lingue – almeno l’inglese lo si dovrebbe saper parlare e scrivere bene – e delle procedure internazionali per la movimentazioni di merci. Per dare un’idea di cosa stiamo parlando, diamo qualche cifra. Oggi, il rapporto tra valore dell’Export e Pil è in Italia del 30%, cioè esportiamo meno di un terzo di ciò che produciamo. Lo stesso dato per Germania e Spagna nel 2013 è stato del 44 %, molto più alto di quello nostro di adesso. Ebbene, secondo un convincente studio della Sace, l’Istituto per il sostegno dell’export nazionale, se nel 2018 riuscissimo a raggiungere, anche se con 5 anni di ritardo, il dato acquisito due anni fa da spagnoli e tedeschi, cioè il 44 % di export/Pil, le esportazioni dell’Italia aumenterebbero di 40 miliardi di euro l’anno e produrrebbero l’impatto di un aumento complessivo di 9 punti percentuali del Pil. Non stiamo parlando dell’eternità, ma del 2018, tra tre anni. Un Pil che per 3 anni cresce del 3 % l’anno significa la creazione di almeno 1,8 milioni di posti di lavoro. Ecco, questo sarebbe un piano per sostenere uno sviluppo vero e credibile; questa sì che sarebbe una crescita, non quella degli zerovirgola oltre la quale non possono spingersi capacità ed inventiva di Renzi e di questo suo governo.

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Ecco quindi che noi avremmo motivo di essere fiduciosi nell’azione del governo se vedessimo il nostro esecutivo muoversi su questi nuovi temi di sviluppo. Invece Renzi, Padoan e gli altri rimangono sempre ancorati al superato luogo comune che le nostre imprese, a parte qualche eccellente eccezione, non crescono e non si affermano all’estero perchè sono troppo piccole. Balle. Small è bello dappertutto, ma non in Italia. A parità di dimensioni, le pmi tedesche e spagnole mostrano una propensione all’export molto più marcata delle nostre. Le piccole aziende italiane “a mercato internazionalizzato” sono solo il 29%, in Spagna e Germania addirittura il 48%. E’ qui che stiamo indietro, è qui che dobbiamo progredire per crescere, non sulla legislazione per le famiglie allargate o le manipolazioni genetiche. Nel 2017 la Germania raggiungerà un’incidenza dell’export sul Pil del 58%, cioè 25 punti percentuali più dell’Italia, la Spagna del 41 %, 8 punti più dell’Italia. Se vuole essere utile al Paese Renzi si dia da fare per trasformare quel risicato 33 % di Export/Pil previsto in Italia per il 2017 in un bel 40 %, e poi in un bellissimo 44 % nel 2018. Metta questa sfida nella legge di stabilità che si accinge a varare, questa sì che sarebbe una decisione da statista coraggioso e non da quel burocrate di partito solo in cerca di voti che dimostra quotidianamente di essere.

Sul tema delle tasse Renzi rischia di far cadere l’Italia nel baratro dopo averla coperta di ridicolo. Lui vuol fare il popolare, cioè vuole schierarsi con il popolo alla ricerca di misure a favore dello sviluppo e di un miglioramento delle sue condizioni di vita. Invece è un volgare populista, un millantatore che spara promesse che non può mantenere. Lo scorso 29 luglio Qelsi ha pubblicato un articolo (“Per prometterci 45 mdi di sgravi ipotetici, Renzi rischia di farci pagare 78 mdi veri) nel quale si è dimostrata l’assoluta non credibilità dei proclami del premier sulla cancellazione di Tasi ed Imu e sulla riduzione di Irpef e tasse sul lavoro. Vediamo perchè. Entro fine 2015 il governo deve tirare fuori 500 milioni per le rivalutazioni delle pensioni da lui stesso già varate, che poi dovrà mantenere anche negli anni successivi. A questi si aggiungono 728 milioni che si pensava di risparmiare con il “reverse charge”, un escamotage contabile per l’Iva della grande distribuzione che è stato sonoramente bocciato dalla Ue. Poi, un miliardo tondo tondo per lo sblocco degli stipendi degli statali, altra sentenza della Consulta da rispettare a meno che Renzi non faccia come per l’Italicum e la perequazione delle pensioni quando di fronte a sentenze chiare della Corte Costituzionale lui s’è girato dall’altra parte fingendo di non vedere e di non sentire, e stiamo a 2,2 miliardi.

A questi si aggiungono quelle mine vaganti che sono le micidiali “clausole di salvaguardia” cioè quegli introiti aleatori messi a bilancio che si spera in qualche modo di potere incassare, senza però esserne certi, messi per fare accettare i bilanci a Bruxelles. Una serie di ipoteche fiscali per le quali se gli introiti ipotizzati, od i risparmi di spesa, si verificano, ok, finisce lì. In caso contrario, scattano automaticamente tasse in termini già prefissati per coprire il buco che si è verificato nei conti. Nella sua “bellissima” legge di stabilità del 2015 Renzi ha inserito clausole di salvaguardia che ipotizzano introiti che, se non altrimenti trovati, dovranno OBBLIGATORIAMENTE derivare da aumenti dell’Iva, dalla diminuzione delle detrazioni Irpef e da un congruo e reiterato aumento delle accise sui carburanti per un totale di 44 miliardi da reperire nel triennio 2015-2017. A questi va aggiunto il fabbisogno rappresentato dalle clausole inserite da Letta per altri 16,1 miliardi in totale nel triennio. Quindi prima di muoversi e di promettere a vanvera da perfetto irresponsabile, altro che ottimista, Renzi deve spiegarci dove trova entro la fine di quest’anno i 16 miliardi necessari a pareggiare i conti senza far attivare le clausole di salvaguardia concordate con l’Europa che farebbero scattare NUOVE TASSE e l’AUMENTO DI TASSE E BALZELLI già in essere, tutti a carico degli italiani.

Lo scorso aprile, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, nella sua relazione sul Def verificò che : “In base a quanto indicato nel documento, complessivamente, l’eliminazione di tutte le clausole (ovvero il rispetto del deficit di bilancio entro il 3 % del Pil, a decrescere sino a zero nel 2018, ndr) determinerebbe un aumento dell’indebitamento netto rispettivamente di 1,0, 1,5 e 1,6 punti percentuali del Pil”. Quindi, il premier è di fronte ad un bivio: o scarica tutto, clausole e risparmi fiscali, dentro la voragine del debito pubblico facendolo dilatare a livelli da intervento della Troika a sirene spiegate come in Grecia, od oppure lascia scattare le clausole mettendo le mani in tasca agli italiani. Ma di quanto parliamo? Tra pensioni, stipendi degli statali, reverse charge e clausole di salvaguardia di Letta più Renzi il Governo dovrà reperire 19,6 miliardi nel 2016, altri 27,7 miliardi nel 2017 e 30,7 miliardi nel 2018. In totale fanno 78 miliardi. Uno che sta messo così è credibile che ne possa trovare, oltre a questi, altri 45 o più per scontarci un po’ di tasse sulla casa e sul lavoro e fare lievitare i consumi e spingere sulla crescita? E sarebbe una soluzione praticabile lo scaricare tutto, e siamo ad oltre 120 miliardi, sul debito pubblico?

Invece di rispondere con irritata maleducazione al rilievo di Bruxelles circa l’eliminazione dell’Imu che tutti pagano in Europa e vale quattro soldi, circa 4,5 miliardi più o meno, Renzi dovrebbe trovare il coraggio e la capacità di formulare proposte serie e sostenibili in ambito Ue. Proposte credibili e difficilmente oppugnabili. Ad esempio, invece di piangere ed elemosinare comprensione sul cappio del fiscal compact, potrebbe rilanciare la proposta di non inserire nel capitolo delle spesa pubblica corrente ed improduttiva, cioè di non far gravare sul deficit di bilancio quanto destinato a grandi opere pubbliche e ad investimenti di accertata produttività ed elevato spessore sociale. Un esempio di questo genere sarebbe il finanziamento di un piano nazionale per il riassetto del territorio e la protezione dell’ambiente per prevenire o limitare le conseguenze di catostrofi naturali e non, a cominciare dalle sempre più frequenti alluvioni, che producono grandi guasti sempre negli stessi posti.

Negli ultimi 4 anni Genova ha subito due drammatiche alluvioni che hanno prodotto una decina almeno di vittime e danni per oltre due miliardi di euro. Per la rimozione delle cause di queste inondazioni, ovvero la realizzazione di canali di scolmo del Bisagno, dello Sturla e del Fereggiano sarebbero potuti bastare 2-300 milioni. Trecento milioni per risparmiare 2 miliardi ed una decina di vite umane: chi potrebbe sostenere che stanziamenti con destinazioni come questa, o per prevenire nuove Taranto, siano da considerare spesa pubblica improduttiva ad incremento del deficit annuale di bilancio? Allora insista Renzi, sta lì apposta, si faccia sentire sulle cose sulle quali abbiamo ragione. Poi può anche mettersi a litigare con la Merkel per il taglio dell’Imu, sempre che prima ci spieghi chi restituirà i 4,5 miliardi agli enti locali cui vengono sottratti e perchè non dobbiamo far pagare l’Imu a chi possiede ville hollywoodiane e vanta redditi da emiro del Golfo.

Quelle qui illustrate sono solo delle indicazioni di massima sulla richezza dei temi economici cui politici avveduti, volenterosi e preparati potrebbero destinare la loro attenzione per scoprire nuovi filoni di intervento per favorire la ripartenza e la crescita. E’ ovvio che ce ne sono molti altri, sempre per rimenere nell’inedito e nell’innovativo. Per rilanciare Paesi gravati da debiti pubblici apocalittici, come Italia, Spagna e Grecia, ed omogeneizzare le aree di sviluppo allineandole su una sola velocità, non a due o tre come adesso, c’era l’idea mai considerata in dettaglio come meriterebbe degli eurobons. Tutti i Paesi dell’Eurozona sarebbero riallineati sul traguardo di partenza con un debito massimo pari al 60 % del Pil, e con la parte eccedente questo limite fatto confluire in una sorta di “bad company” europea.

Per chiarire il concetto, l’attuale debito pubblico italiano, che ammonta ad oltre 2200 miliardi, cioè al 130 % del Pil, con questo criterio sarebbe riallineato a circa 1000 miliardi, mente gli altri 1200 confluirebbero in una casa europea comune dei debiti, che verrebbero coperti trasformandoli in euro obbligazioni vendute sul mercato con rating di AAA. Risultato: L’Italia risparmierebbe oltre la metà di quei 70-80 miliardi di interessi l’anno pagati sul debito sovrano liberndo ingenti risorse per l crescita, e potrebbe ripagare ad interessi bassissimi e tempi lunghissimi la parte di debito in eccesso del 60 %. Questo varrebbe per tutti, tranne che per i Paesi del Nord, perchè hanno debiti bassi sui quali già pagano interessi inferiori a quelli cui si allineerebbero gli eurobonds. Ma la creazione degli eurobonds sarebbe una dimostrazione di forza politica dell’Ue e di effettiva solidarietà tra nazioni amiche che hanno deciso di iscriversi allo stesso club per collaborare, non per mettersi in competizione tra loro come stanno facendo adesso. Renzi ne parli in Europa, smetta di fare il sindaco e provi a crescere come credibile statista. L’Italia è un grande Paese che non dovrebbe essere troppo difficile per nessuno difendere. Neanche per un video-premier come lui.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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2 Comments

  • marco Reply

    8 settembre 2015 at 3:17 pm

    A proposito di “Renzi, video-premier”, che fine ha fatto l’Osservatorio di Pavia, quello che ogni giorno ci diceva quante ore/minuti/secondi TV e media vari dedicavano a Berlusconi e Governo e quanti all’opposizione? E’ fallito, è stato cancellato oppure i “democratici” si guardano bene dal rendere pubblici i dati?

    • Rosengarten

      Rosengarten Reply

      10 settembre 2015 at 10:43 am

      Gentile lettore, cosa vuole che le dica? Penso che a questo punto sia palese quello che era molto più di un sospetto, cioè che la par condicio era uno dei tanti espedienti della sinistra per porre in cattivissima luce ed intralciare i governi di centro-destra. Adesso il controllo dei media non serve più, anche perchè se lo dovessero fare col bilancino delle misurazioni a minuti come facevano col Berlusca, Renzi non dovrebbe apparire più in TV per una quarantina di anni. Ma per accennare a questi temi adesso che abbiamo il terzo governo costituzionalmente abusivo di fila, La Repubblica e Corsera non hanno più, guarda caso, nè il tempo, nè le risorse di cui disponevano prima per boicottare governi regolarmente eletti. Rosengarten

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