Risparmi a rischio zero con la legge abrogata da Amato. Ma la Leopolda non lo sa

renzi_pd_silenzioR439_thumb400x275Il salvataggio delle quattro banche rosse da parte del presuntuoso ed arrogante duo Renzi-Padoan, quattro istituti di credito ben radicati su territori molto circoscritti per meglio privilegiare la conduzione politico/clientelare del credito, piuttosto che la tutela dei risparmi presso di loro depositati, ha riportato all’attenzione generale l’annoso problema di evitare che le banche giochino in finanza con i soldi dei risparmiatori. Un gioco perverso, di cui spesso i correntisti sono inconsapevoli vittime sacrificali, perchè perdono sempre: quando va bene le banche si tengono gli utili prodotti con speculazioni alimentate con i loro soldi, quando va male li coinvolgono nelle perdite e per scaricarsi la coscienza corrono a chiedere l’amorevole aiuto della “mamma”, ruolo in cui adesso si cimenta Renzi. Ma non è sempre stato così.
Nel 1933, a quattro anni dalla devastante crisi finanziaria del 1929 che da Wall Street si propagò con effetto domino in tutto il mondo, annichilendo l’intero sistema economico planetario, il governo degli Stati Uniti varò una legge per evitare che il tracollo delle banche, tra le altre conseguenze, avesse un effetto di trascinamento sulle sorti dei risparmiatori. Quella legge sollecitata al Congresso americano dall’allora presidente Franklin Delano Roosevelt prese il nome di Glass-Steagall dal nome dei suoi due promotori, il senatore Carter Glass ed il deputato Henry Steagall e fu varata con un duplice obbiettivo: procedere al riordino del sistema bancario per favorire e tutelare il risparmio; creare un’agenzia finanziata con fondi federali che garantisse i depositi di risparmio sino a 250mila dollari per cliente ed esercitasse un assiduo ed attento controllo sulle attività delle banche non sottoposte al controllo federale.
Per comprendere l’effetto di quella legge sul mercato finanziario occorre considerare le banche alla stessa stregua di un qualsiasi negozio, nel quale però anzichè elettrodomestici, capi di abbigliamento o prodotti alimentari si può acquistare un unico articolo: il denaro, che ha un suo costo come qualsiasi altro prodotto. Per approvvigionarsi di questa particolare merce le banche ricorrono alla raccolta del risparmio, contano cioè sui depositi dei risparmiatori, che poi utilizzano per concedere prestiti e finanziamenti a coloro che nell’imprenditoria o nella socità civile vantano i requisiti per richiederli. Per ottenere finanziamenti a basso costo, molte grandi aziende invece che al credito ricorrono, almeno in parte, al mercato azionario tramite quotazione sui listini delle borse – che è come vendere piccoli pezzi di proprietà dell’azienda per fare contante – od emettendo obbligazioni, che sono invece dei titoli che vanno rimborsati a scadenza insieme agli interessi da corrispondere. I titoli azionari non sono soldi, ma pezzi di carta il cui valore varia aleatoriamente nel tempo ed a seconda delle condizioni al contorno. Le obbligazioni paiono titoli più sicuri, perchè la somma prestata viene interamente restituita a scadenza, ma resta comunque il rischio di insolvibilità degli emittenti, come per le cambiali o gli assegni.
Il mercato azionario dà vita ad una vasta pluralità di prodotti finanziari e derivati secondo meccanismi che, banalizzando l’analisi, ricalcano da vicino quelli delle scommesse sulle partite di calcio. C’è un evento base che dà luogo a tre esiti: la vittoria di una delle due squadre od il pareggio. Poi però si può scommettere sul numero dei gol, sui marcatori, sui parziali tra primo e secondo tempo, su segmenti di partita, sui risultati esatti e così via, inclusa praticamente ogni tipologia di combinazione di eventi multipli. Considerando che ci sono agenzie di “gambling” che pubblicizzano una media di 200 eventi base al giorno tra calcio ed altri sport, è facile immaginare la jungla di migliaia e migliaia di eventi sui quali si può scommettere, cioè investire denaro sperando in un ritorno. Lo stesso si può affermare a proposito della infinita gamma di prodotti finanziari e loro derivati. Sulla base di queste premesse, le banche possono essere concettualmente distinte in :
a) banche di credito o commerciali : sono quelle che operano la raccolta del risparmio ed offrono servizi di deposito e concedono crediti ad imprese e società, alle famiglie od a singole persone. Esse svolgono quindi un ruolo fondamentale perchè promuovono e gestiscono il risparmio che funge da motore dell’economia reale, garantendo la liquidità necessaria a far funzionare il sistema produttivo nazionale. I prestiti alle famiglie, dai mutui casa agli acquisti di beni e servizi, infatti, costituiscono l’indispensbile sostegno ai consumi, che a loro volta incentivano la produzione, e quindi la crescita della ricchezza nazionale ed il gettito fiscale che alimenta la spesa pubblica, come scuola, sanità, pensioni, giustizia, sicurezza, ecc. Un sistema creditizio efficiente e ben organizzato è la base per avviare un circolo virtuoso composto dalla catena : più consumi, più produzione, più occupati, maggiore ricchezza e migliori servizi resi alla comunità, più consumi e così via. A tale proposito si ricorderà come di recente, il “credit crunch”, ovvero la stretta creditizia prodotta dalle misure del governo Monti, abbia strangolato e portato in Italia alla chiusura di circa mille imprese al giorno, tra esercizi commerciali ed aziende, tra i quali vanno inclusi persino molti soggetti che vantavano, e vantano, grossi crediti nei confronti della PA;
b) banche d’investimento o d’affari : sono istituzioni finanziarie che offrono servizi di consulenza e di assistenza per la costituzione di società e del loro capitale sociale, e svolgono il ruolo di intermediari nelle operazioni di fusione e di acquisizione di aziende, nonchè per la compravendita di titoli e qualsivoglia loro derivato sul mercato azionario. Contrariamente a quanto suggerito dal nome, esse non sono banche propriamente dette, perchè non possono accettare depositi e sono sottoposte ad una regolamentazione meno rigida che consente loro di assumere rischi maggiori negli investimenti cui danno luogo. Nella pratica ordinaria, in effetti, possono fare e fanno quello che gli pare.
Le banche commerciali in teoria non possono mai fallire, perchè le uniche perdite che possono accusare sono le cosiddette sofferenze, cioè i prestiti non restituiti. Ma siccome i rendimenti corrisposti ai depositanti sono largamente inferiori ai tassi di interessi applicati sui prestiti, i margini operativi permettono in genere di coprire tutte le spese di gestione, quali ad esempio gli interessi corrisposti sui depositi, la costituzione delle riserve, le spese correnti e pubblicitarie, ecc. e, a meno di gestioni dissennate o di tipo clientelare (prestiti agli “amici” od a soggetti raccomandati dalla politica, cioè a soggetti a rischio che non hanno titolo per richiedere prestiti o dei quali è molto dubbia la solvibilità), anche la remunerazione del capitale investito dagli azionisti, cioè dai proprietari delle banche. Discorso completamente diverso va fatto per le banche d’affari, perchè gli investitori ed i clienti di questi istituti cercano volutamente il rischio sperando di lucrare grandi guadagni in poco tempo. E’ quella che si chiama finanza d’assalto o speculativa, un circolo chiuso di gente che è ben consapevole che opera a proprio rischio e pericolo, ed il cui andamento non ha ripercussioni nè per i risparmiatori ordinari, nè per i sistemi economici. Ma allora dove sta il problema?
Purtroppo, queste due tipologie di banche sono solo teoriche perchè in pratica quasi tutte le banche appartengono ad una terza tipologia, quella più diffusa e pericolosa per i risparmiatori, la cosiddetta banca universale, che svolge promiscuamente le funzioni proprie delle banche commerciali e di quelle d’affari. Ed è qui che cominciano i guai, perchè come è facile intuire, nelle banche universali l’impiego più o meno fraudolento dei depositi di risparmio a copertura degli investimenti più remunerativi, cioè quelli in cui si rischia il dissolvimento di parte o tutto il capitale, rappresenta una certezza, più che un’eventualità. Non è un caso che nel prospetto informativo di uno dei quattro istituti oggetto del decreto salvabanche di Renzi e Padoan ci fosse la falsa promessa agli investitori della garanzia del pieno recupero del capitale, salvo che poi nelle clusole che nessuno legge c’era invece scritto il contrario, che il capitale era a rischio sino al suo intero ammontare.
Il grande merito del Glass-Steagall Act del 1936 fu quello di sopprimere tutte le banche universali e di stabilire la netta distinzione tra le due tipologie bancarie per evitare che le banche commerciali potessero scommettere e speculare con i soldi dei risparmiatori, con il rischio di bruciarne i risparmi come avvenne nel 1929 in coincidenza dei crolli di Wall Street. In particolare, la legge vietava alle banche commerciali di sottoscrivere l’acquisto di qualsiasi titolo, fatta eccezione per i titoli di stato ed anche di affiliarsi a società coinvolte nell’investment banking. Di contro, alle istituzioni finanziarie che svolgevano la funzione di compravendita di titoli di qualsivoglia natura e di tutti i loro derivati, si proibiva di offrire servizi di deposito. Oltre a questo, la Glass-Steagall costituì una nuova agenzia autonoma rispetto al governo Usa ed alla Fed, la Federal Deposit Insurance Co. (FDIC) con la dotazione di un fondo federale per garantire i depositi sino a 250mila dollari/cliente. Inoltre, l’FDIC prese ad esercitare un ferreo controllo sulle banche non di competenza federale per evitare un conflitto di interesse tra risparmio ed investimenti a rischio.
Negli Usa, l’FDIC si rivelò un fattore determinante per la trasparenza del sistema bancario e la tranquillità dei risparmiatori. Per 66 anni la Glass-Steagall ingabbiò la speculazione finanziaria prevenendone le sue nefaste influenze sulle economie reali, e le ricorrenti corse disperate dei risparmiatori agli sportelli per avere indietro il proprio denaro divennero solo un ricordo, non solo negli Usa, ma in tutti i Paesi del mondo in cui fu esportata. A titolo di esempio per dimostrare l’efficacia della Glass-Steagall si può citare la grande crisi di borsa verificatasi a cavallo tra il 1987 ed il 1988. Il 19 ottobre del 1987 a Wall Street il Dow Jones perse il 22,6% in un sol giorno. Di li a qualche giorno Hong Kong arrivò a perdere il 46 %, Sidney il 42 %, Madrid il 31 %, Londra il 24 %, Toronto il 22 %, Milano il 10 % , mentre il New Zealand Dow Jones addirittura il 60 %. Eppure l’economia reale non subì violenti contraccolpi, nè alcun effetto negativo sul suo andamento in nessuna parte del mondo.
Nel 1929, quando non c’era la Glass-Steagall, lo tsunami finanziario scatenato da Wall Street impoverì il mondo intero e ci volle più di un decennio perchè l’economia potesse risollevare la testa e tentasse di tornare ai livelli pre-crisi. Nel 1988 la bolla speculativa colpì solo chi aveva scommesso con investimenti a rischio, rovinando molti ed arricchendo pochi, ma l’economia reale ne uscì indenne grazie al muro costituito dalla Glass-Steagall che la protesse dalla speculazione finanziaria, tanto che da lì a due anni fu proprio l’economia reale a trascinare le borse ad un nuovo boom in cui si toccarono vertici storici.
La Glass-Steagall approdò In Italia nel 1936, quando fu adottata dal governo Mussolini a completamento della serie di misure che mirarono alla modernizzazione del Paese nel corso del Ventennio. Tra i provvedimenti adottati dai “beceri fascisti” in quel pacchetto ricordiamo: la giornata lavorativa ridotta ad 8 ore, prima se ne lavoravano pure 14; la creazione dell’IRI, che fu lo strumento operativo per promuovere l’industrializzazione dell’Italia, poi concretizzatasi negli anni ’60; la Cassa Integrazione, perchè gli operai e le loro famiglie potessero mangiare pure quando pioveva e, ad esempio nell’edilizia od in agricoltura non si poteva lavorare e si “perdevano le giornate”; il primo embrione della Cassa Mutua Malattie, ed appunto l’introduzione della Glass-Steagall, per promuovere e sostenere lo sviluppo dell’economia nazionale specie in funzione della trasformazione dell’Italia da Paese prevalentemente agricolo, a moderno Paese industrializzato.
Da noi quella legge arrivò 3 anni dopo il suo varo negli Usa e fummo tra gli ultimi a recepirla, ma fummo i più svelti di tutti ad abrogarla. Questo accadde nel 1993, con il governo di Giuliano Amato, il signore che più di ogni altro ha contribuito con le sue scelte a creare la voragine del debito pubblico italiano e che escogitò il taglieggio notturno dei depositi dei correntisti di questo sfortunato Paese. Complici personaggi di Bankitalia come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi, il premier socialista introdusse tra le riforme “strutturali” del Paese la riforma del sistema del credito con il nuovo Testo Unico Bancario del 1993, il cui punto fondamentale era proprio il ripristino della banca universale che rinnegava la specializzazione delle attività finanziarie introdotta con la Glass-Steagall. Negli Usa, la legge sarà abrogata solo sei anni dopo l’Italia, nel 1999 per iniziativa del Giuliano Amato a stelle&strisce, cioè Bill Clinton.
In effetti, a partire dagli anni che segnarono l’avvio delle deregolamentazioni, parliamo degli anni ’70 ed ’80, il Glass-Steagall Act fu sottoposto a pressioni crescenti. Negli Usa, che di solito fanno da battistrada all’Occidente, spesso fu aggirato con la compiaciuta connivenza della Fed e delle altre agenzie governative di supervisione e controllo. Ad esempio, già nel 1978, Bank of America iniziò a distribuire e vendere sul mercato i primi mutui cartolarizzati (mortgage-backed securities). Negli anni ’80 si cominciò a chiudere un occhio sul fatto che in misura crescente le banche commerciali partecipassero alla compravendita di derivati sui mercati over-the-counter, cioè non regolamentati, e si affiliassero sistematicamente a società private di investimento. Addirittura nel 1983 si concesse alla Bank of America di co-optare la Charles Schwab che all’epoca era la più importante società di brokeraggio degli Stati Uniti.
Insomma la smania di speculazione delle grandi concentrazioni finanziarie premeva sempre di più ed il muro della Glass Steagall alla fine cedette. Nel 1999 Clinton sostituì la vecchia Glass-Steagall con il Gramm-Leach-Bliley Act tuttora in vigore. Da allora, non solo negli States, ma un po’ dappertutto nel mondo, alle banche ex-commerciali fu permesso di intraprendere operazioni ad alto rischio basate sull’incremento della leva finanziaria, cioè agendo sull’aumento del tasso di indebitamento, uno strumento che permette di moltiplicare e dilatare i profitti. Come già accennato, questo è un sistema a costo zero per gli speculatori perchè se va bene, gli azionisti si tengono i profitti; se va male, si invoca l’aiuto dello Stato con il ricatto del salvataggio dei posti di lavoro come è successo col salvabanche di Renzi.
Nella crisi del 2007 è accaduto proprio questo: senza lo scudo della Glass-Steagall, l’insolvibilità indotta nel mercato dei mutui subprime dal cattivo andamento delle borse ha scatenato una crisi di liquidità che, con un perverso processo di osmosi, si è trasmessa rapidamente all’attività bancaria tradizionale, impegnata ormai da tempo anche nel settore immobiliare. Gli effetti negativi sull’economia reale di quella crisi della finanza speculativa li stiamo sopportando tutti, e non accennano ancora ad attenuarsi. Più ci si ragiona sopra, più l’unico rimedio serio per ripristinare tranquillità e sicurezza ai risparmiatori ed evitare che la speculazioni finanziarie selvagge sottraggano le preziose risorse per sostenere lo sviluppo appare la reintroduzione sic et simpliciter di quella gloriosa legge abrogata dai socialisti.
Per correre ai ripari, le istituzioni europee hanno compiuto qualche timido passo in questa direzione, ma poca roba. Con il Likaneen Report predisposto da un ex un commissario europeo da cui prende il nome, ora governatore della Banca di Finlandia, la Ue si è limitata a proporre la separazione legale tra attività commerciali e di investimento, senza tuttavia preclusioni per il loro svolgimento all’interno di una stessa istituzione bancaria, purchè trattati come business completamente separati tra loro. In questo caso sarebbero le banche a controllare se stesse, figuriamoci con quali risultati. L’abolizione delle banche universali rimane quindi in assoluto “the best practice”, cioè il miglior rimedio come dicono gli anglo-americani, ma non è ancora stata presa in seria considerazione se non da pochi, tra i quali in Italia vanno annoverati la Meloni e Fratelli d’Italia e qualche grillino meno disattento.
Renzi invece alla Leopolda ha trovato un’altra soluzione, la stessa proposta per coprire le clausole di salvaguardia da 75 miliardi, e per coprire elemonise a chi di 80 euro, a chi di 500: tutto a carico dei contribuenti e scaricato nella voragine del debito pubblico. Adesso vuole “rimborsare” ai risparmiatori quanto loro truffato dalle banche. Se passasse questo principio che deve essere lo Stato a rimborsare le vittime di imbrogli e di truffe degli istituti di credito, cadremmo in default nel giro di pochi mesi, giusto il tempo per la politica di saccheggiare le banche con finti prestiti e finanziamenti di attività solo simulate, chiamando poi lo Stato a ripianare le voragini finanziarie così prodotte. Altro che cene dei consiglieri regionali e finanziamento pubblico dei partiti!! Che siano i truffatori a rimborsare i truffati e Renzi ed il governo si prodighino per fare in modo che queste cose non possano accadere più.
E’ una cosa che sarebbe stato elementare comprendere, senza che gli italiani fossero chiamati una volta di più a dover sopportare l’ennesima umiliazione di vedere il proprio premier, che non è un caso che nessuno di noi abbia eletto, ancora una volta bacchettato dall’Europa. Se per una volta vuole veramente rendersi utile alla causa, Renzi assuma l’iniziativa di chiedere ai Parlamenti di Roma e di Strasburgo il ripristino della Glass Steagall, e si faccia promotore della relativa proposta di legge. Lui certo no, ma ci piace pensare che all’interno del PD qualcuno che oltre a parlare sappia anche scrivere dovrà pur esserci.
Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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