Rolling e Dux

imageLa notte prima delle elezioni non lascia insonni. Si dorme benissimo anche perché nessuno ti twitta o ti avvisa su whatsup che ci sono, queste elezioni. Il vero motivo dell’astensione è tutto qua. Mezzo mondo non legge un giornale, non si annoia davanti alla Tv nemmeno un minuto ma passa 25 ore su 24 con lo sguardo fisso ai tre schermi, telefonino, tablet, notebook mignon. E se qualcuno non gli passa un istant, che c’è da andare a votare, ma come fa a saperlo? Invece per il mezzo milione di candidati, e per il milione di mamme e babbi la notte prima del voto è terribile. Si girano nel letto pensando a tutte le persone cui non hanno postato di essere in lista. Con lampi di genio, si mettono lì a messaggiare solo per scoprire che tutti gli aficionados di politica che conoscono non hanno un account che sia uno. Non ci sono né su Fb, Istagram, Linkedin, manco sul giurassico Hotmail. Finiscono per informare della loro esistenza i candidati avversari che hanno avuto nel frattempo la stessa idea. Non è facile essere trovati.

Tra clericali in liste musulmane, fascisti in liste comuniste, democristiani mimetizzati nelle liste cespuglio, scambi di cognomi ed altre amenità, non è come una volta. La regola ereditaria che voleva il figlio dell’assessore Pci, candidato a sinistra, non vale più. Allora se vuoi trovare l’espiante eletto, come un ago nel pagliaio, ti devi scorrere tutte le righe delle liste. Non puoi nemmeno usare la funzione search perché questo tipo di testi vengono scannerizzati per sicurezza, dicono, della privacy. Metti che il terrorista ti cambia i nomi delle liste dei candidati e poi la diffonde on the net. L’unico punto in comune che Net e politica è circoscritto alla famiglia Casaleggio. Con un rapporto di 1 miliardo di messaggi a\da tutto il mondo ad uno (italiano), sono riusciti a coinvolgere un paio di decine di migliaia di elettori. Propri, un po’ come i clienti di Apple, posseduti. Da quando ne hanno ereditato un centinaio di deputati, sono a cavallo.

Si ciucciano in consulenze diversificate, come farsi la peperonata tra una pausa di protesta ed un emendamento, o come evitare i danni da smacchio di triellina, tutto il finanziamento pubblico. Che è destinato a start up. Di famiglia, ovviamente, dal bisnonno centenario ai neonati che saranno. Un numero impressionante di nuove imprese stipate in un unico locale, che nemmeno i cinesi a Prato e\o a Sant’Egidio. La zoomata sui candidati rovina il paesaggio da cartolina. Come la campagna, la politica è magnifica solo da molto lontano, nel suo –diciamo- landscape. I politici potenziali sono di tre tipi e tutti insoddisfatti di sé, alla perenne ricerca di una satisfaction introvabile. C’è il tipo Adinolfi. Le aveva fatte tutte, li aveva passati tutti. Era radicale, libertario, laico, analista delle trasformazioni, poi dalemiano, antidalemiano, fustigatore dei vizi romanisti, virgulto degli sfottà romanisti, leopoldista. E non c’era stato verso. Più si metteva in mostra, pubblicava, dava sulla voce e più perdeva consensi. Poteva basarsi soltanto su chi non lo conosceva che in effetti era una vasta maggioranza.

Per il rotto della cuffia, solo grazie ad un enorme premio di maggioranza ed all’abbandono\morte\ scomparsa di decine di onorevoli, è riuscito a farsi ammettere al club. E poiché le preghiere materne devono essere state importanti, anche da eletto non ha interrotto il ballo di san vito. Andando oltre il laico credente, ha messo le vesti del credente che non ci fa ma c’è, un clericale da impressionare Gedda. Un cultore della croce che va di persona nelle scuole a fissare con il vinavil alle pareti, aula per aula. Il tipo Adinolfi adora la politica in sé. I contenuti non c’entrano. Il popolo odia la politica, a prescindere dai contenuti. Fosse per le preferenze non verrebbe eletto mai. C’è il cattivo ceffo e qui è inutile fare nomi, l’elenco è lungo. Non sa parlare, non è elegante, truffaldino, se ne frega di chi non conta, ma sa occhiare anche nella portineria la presenza di qualcuno o qualcosa che conta. Sa che ci sono leadership nazionali e da cortile e tutte sono da coltivare. E’ tanto l’eroe delle preferenze tanto il bersaglio di tutte le divise del mondo che lo odiano. Perché interpreta la politica per quello che è per la gente comune, uno scranno da cui chiedere e da cui dare. Non pensieri ma opere di bene. C’è l’erede. Non solo ha ereditato il cognome, il seggio, il collegio, i sostenitori, i tic, i viz, gli spam, ma per forza d’abitudine anche il tono, i discorsi, i paragrafi, gli attacchi, le parole, i gesti e l’inizio della calvizie. Non ha contenuti propri perché li ha ereditati. Per fortuna in quest’epoca di inflazione ed overdose di content, non ce n’è bisogno per giustificare le scelte o anche solo la presenza. Basta un convegno commemorativo biennale. La gente a sentire il nome ed a vedere la faccia non s’irrita, perché abituata. Le reazioni ostili al massimo grado come è noto vanno solo contro i parvenu. L’erede è impermeabile alla preferenza che gli scorre sopra come goccia di pioggia. Tutti e tre sono però scontenti anche se eletti. Vuoi per il vitalizio, vuoi per la perduta dignità. Vuoi per il rompi del burocrare cui bisogna chiedere tutto dei testi di legge e che dice come votare. Non c’è più la politica di una volta. Un amico, che se ne intende, mi ha spiegato cosa veramente tocca l’internauta, il telespettatore, il lettore. Nel mondo della politica e nei meandri psicologici che irrorano l’approccio più o meno partecipativo alla politica. Ciò che unisce l’elettorato passivo che non sa che si vota e l’elettorato attivo, quello spicchio che guarda la tv ma non è ancora del tutto rinco.

I progressisti hanno trovato il loro punto d’approdo nei Rolling Stones. Miliardari for ever, rivoluzionari for ever, guappi for ever, cure garantite for ever e nessun bisogno di sposarsi per risolvere il problema delle pulizie di casa. Dei veri leftists sempre lì a rollare, come si diceva 40 anni fa. Gli altri tentennano, cincischiano, cercano una sponda, un’ancora, un momento, una dimostrazione anche piccola di poter decidere da sé una cosa, anche solo la disposizione dello stoino. Poi si arrendono e tirano fuori dal cassetto il busto bronzeo del duce. Rolling e Dux, la grande divisione di destra e sinistra, sempre data per scomparsa, esiste e resiste. Ma non sulla scheda elettorale, se non per allussioni tra le righe. Tra Rolling e Dux, parola di click e di staats, l’Europa se ne guarda bene dal mollare il guinzaglio.

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