Scuola: basta un buono!

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Il patrimonio della scuola è grande e prezioso e va salvato soprattutto dallo statalismo. Il monopolio scolastico dello Stato è sorretto dalla presunzione che esso solo sia capace di creare una Scuola degna del nome, mentre non è riuscito che a burocratizzarla e fossilizzarla. Ebbene, al punto in cui siamo, con una sola mossa sarebbe possibile sbloccare questo illiberale sistema, introducendo il buono scuola : la competizione tra pubblico e privato, la fine di sprechi e caste. Basta la citazione di F. A. von Hayek per dare qualifica a questa “modalità”: ” Si potrebbe benissimo provvedere alle spese per l’istruzione generale, attingendo alla borsa pubblica, senza che debba essere lo Stato a mantenere le scuole, dando ai genitori dei buoni che coprano le spese dell’istruzione di ciascun ragazzo, buoni da consegnare alla scuola di loro scelta» . In Italia c’è Antonio Martino che insiste temerario da sempre su questa idea, che fu del suo maestro M. Friedman e ai tanti pensatori per una scuola libera, prima e dopo i nostri Don Sturzo e l’ indimenticato Papa Giovanni Paolo II. Oggi come ieri, chi vorrà liberamente scegliere una scuola privata per i propri figli, dovrà pagare due volte: la pubblica, obbligatoriamente e la privata, per scelta di libertà. La chiave della riflessione risiede nella libertà di insegnamento, che è anche libertà di scelta delle famiglie . Il Buono scuola sarà in grado di offrire un’adeguata risposta al problema di come introdurre la logica del mercato nel sistema scolastico: ogni famiglia dovrà spendere il Buono non negoziabile esclusivamente presso un istituto di istruzione, realizzando dal lato dell’offerta una pluralità di proposte in competizione, un continuo miglioramento delle prestazioni fornite e quell’economia di costi che ogni sistema competitivo realizza rispetto a situazioni di monopolio.

La scuola di Stato farebbe parte a pieno titolo del sistema unitario di istruzione, perché da evitare, sia ben chiaro, è solo il suo monopolio. Per il momento siamo fermi alla “Buona scuola” che ancora una volta dà il merito al tempo, quello che passa da un gradone all’altro . La valutazione sbandierata è confusa e viziata dall’ “annuncite “, condita alla neolingua orwelliana. Comunque, son teorizzazioni di seconda mano: impossibile dimenticare le famose ” Tre I” del berlusconismo, che fecero venire giù il mondo della conservazione statalista, ma che ora è slogan acquisito per i detrattori di allora! Si agitano pure supponenti nelle stanze dei Palazzi come se fossimo tutti italiani di corta memoria. A ben guardare, unico apprezzamento ancora da confermare, è per la possibilità di detrarre dalle imposte le spese che le famiglie sostengono direttamente per la scuola: circa un milione, ad oggi, scelgono le scuole paritarie. Il Credito d’imposta presenta alcune difficoltà tecniche ( rimbosi,conguagli ), tuttavia costituisce un progresso verso lo strumento del Buono, perché al pari di questo rende necessaria una minima articolazione competitiva dell’offerta. Tante sarebbero le considerazioni su una Scuola che dovrebbe rivoluzionare la sua organizzazione: mettere in cantiere un sistema di valutazione efficace per liberarsi dagli automatismi economici legati alla mera anzianità di servizio più che al merito nella professione, come puntare sulla nuova missione del sistema scolastico con la Flipped classroom o l’abolizione del titolo legale di studio. Da rifiutare in toto è l’attuale finta libertà/parità scolastica con scuole private in regime di convenzione, cioè sussidiate dallo Stato e legate a doppio filo con partitocrazie e burocrazie. Una brutta legge proposta dal governo D’Alema e votata in maggioranza dal Parlamento, che non crea concorrenza, ma solo un sistema spartitorio e collusivo; crea clientes, dispensa elemosine. La grande questione irrisolta della scuola libera, come scrivono Dario Antiseri e Lorenzo Infantino, sta per ricordare ai laicisti che non sono liberali, ai liberali che gli impegni non sono scherzi, ai cattolici i ripetuti e accorati appelli di Papa Wojtyla.

Ciò detto, ricordando la summa de Le Prediche della Domenica in cui sono indicati chiaramente ruoli e confini assegnati alle varie componenti sociali tra cui studiosi e politici- che dovrebbero creare il quadro ideale per consentire lo sviluppo del paese- si può essere agevolmente sfiorati dal dubbio pensando al pur volenteroso Davide Faraone. Purtroppo, lo stesso dubbio s’infittisce se l’agenda del MIUR è stravolta dal delirante Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali- UNAR.

Nicoletta Di Giovanni – Rete Liberale

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