Scuola e pensioni: Renzi fa il “comunista” e rinnega equità e meritocrazia

Renzi-PadroneSi dice che la notte porti consiglio. A Renzi, la notte tra sabato e domenica ha consigliato di strumentalizzare tutto quanto possibile in vista delle imminenti amministrative dopo aver invece preteso dai suoi, e per giorni, il massimo silenzio ed atteggiamenti evasivi sui due spinosi nodi della riforma della scuola e del pasticciaccio truffaldino delle pensioni, per non dire di lavoro, immigrazione ed ordine pubblico. Aveva ordinato ai suoi di promettere di tutto, dall’assegno alle neo-mamme a qualsiasi riforma, dal lavoro per tutti alla sicurezza personale, mentre lui faceva sventolare sotto il naso degli italiani il miliardo e 600 milioni del presunto tesoretto che in effetti non esiste, perché rappresenta una entità finanziaria virtuale, ma che lui prometteva di impiegare per chissà quali mirabolanti misure a favore della collettività.

Ma negli ultimi giorni, la prosopopea di Renzi ha subito brutti contraccolpi e dalla sicumera di poter ottenere uno spavaldo sette regioni a zero per il PD, è via via passato dall’accettabile e comunque solido 6:1, perché il Veneto è per loro ormai perso, ad un possibile ed assai preoccupante (per il PD) 4:3, perché la sinistra rischia di perdere in Campania, dove le liste dei candidati del PD sembrano stilate dalla camorra più che da una cosciente formazione politica, ed in Liguria, dove pare si siano accorti che in 10 anni di governo della sinistra hanno solo avuto due catastrofiche alluvioni, con Genova che ha perso 200mila abitanti, mentre la limitrofa Nizza passava da 250mila ad un milione di abitanti, tanto per accennare ai temi di economia e lavoro. E questo vorrà pur significare qualcosa. Per non dire degli oculati amministratori rossi della Regione che hanno preferito impiegare 2,5 milioni di euro per ospitare l’arrivo di una tappa del Giro d’Italia piuttosto che destinare i fondi ad un padiglione permanente presso Expo 2015, dove la Liguria esporrà da ospite nel Padiglione Italia per 28 giorni sui 186 dell’intera durata della mostra. E parliamo della regione famosa nel mondo per il pesto ed vini delle Cinque Terre, della cima, della focaccia dell’olio extravergine con acidità zero.

Di fronte a queste inattese incertezze della vigilia, Renzi ha subito ordinato il dietro-front, contrordine compagni: la consegna del silenzio è annullata e sostituita dai messaggi di propaganda. Promettere tutto, ma, ovvio, con scadenze post elettorali. C’è il nodo delle pensioni? Fatto: pronti due miliardi utilizzando il tesoretto, “rimborsi” pagati da agosto. Addetti ai lavori, studenti e sindacati fanno muro contro la riforma della scuola? Frantumiamo quel muro promettendo soldi ai professori e l’assunzione di 180mila precari, così i prof si acquieteranno ed i sindacati potranno illudersi di aver fatto passare le loro ragioni avendo la meglio sul governo. Ma Renzi come ha proposto di risolvere questi due problemi, ed è credibile nelle sue dichiarazioni? Qui occorre fare una breve premessa. Un paio di anni fa, tra le tante cose affermate dallo scalpitante ed emergente rampollo del PD, riprendendo concetti espressi nelle 100 tesi della Leopolda, Renzi affermò solennemente che l’ammodernamento del Paese sarebbe arrivato attraverso riforme epocali, il cui principio informatore richiamava un assioma che era il più determinante di tutti: il riconoscimento incondizionato ed indiscriminato della meritocrazia, intesa come il motore per risvegliare e spingere alla riscossa una società civile in panne, rassegnata e demoralizzata, da coniugare con universalmente accettati principi di equità.

Ammettiamo di avergli concesso credito quando diceva queste cose. Renzi si professa cattolico osservante e praticante e la meritocrazia è uno dei valori fondanti del cattolicesimo. Il Paradiso c’è, ma solo per chi dimostra di meritarlo; si può ottenere la remissione dei peccati, ma solo se nella confessione ci si dimostra sinceramente pentiti, e così via. Del resto, tutti ricordano la celebre parabola di Gesù dell’amministratore rimproverato dal padrone perché aveva sotterrato i soldi per conservarli intatti senza rischi, ma anche senza alcun merito, anziché cercare di impiegarli responsabilmente in utili investimenti. Ma con la sua sollecitata e non spontanea sortita sulle pensioni in un colpo solo Renzi ha violato la legge, ha usurpato un diritto sacrosanto dei pensionati calpestandone la dignità, ha rinnegato tutti i principi cui aveva dichiarato di ispirarsi nella sua azione di governo.

Già nell’approccio al problema Renzi s’è dimostrato dispotico, insolente ed arrogante, oltre che assolutamente ignorante in materia. Quello che lui definisce un “rimborso” altro non è che la restituzione di quanto indebitamente sottratto a tutti i pensionati con un meccanismo inventato dal doppio misto Monti-Fornero, i quali certo avrebbero causato meno guai all’Italia se, già che stavano a Roma, invece che a Palazzo Chigi si fossero cimentati sulla terra rossa del Foro Italico. Un meccanismo ora invalidato e neutralizzato dalla sentenza di incostituzionalità pronunciato dalla Consulta, e del quale vanno quindi rimosse le conseguenze. Queste sono state lo scippo di 16 miliardi ai pensionati, dei quali tra l’altro neanche si sa per cosa siano stati utilizzati. Ora è vero che Renzi non ha colpa di questa situazione, ma adesso lui rappresenta il governo e rientra nei suoi doveri porre rimedio ai guasti provocati dai suoi predecessori, specie a quelli di forte impatto sociale. Se Monti ha sbagliato e lui non trova il rimedio per ricomporre il contenzioso secondo le indicazioni della Consulta, o peggio ancora si intestardisce a voler ignorare il problema, ecco che da estraneo al pasticcio il putto fiorentino di fatto diviene connivente della malefatta di Monti. E poi, se volessimo scavare un pò, questa sua estraneità al furto sulle pensioni è pure un po’ tirata perché esistono agenzie che riferiscono sue affermazioni di approvazione incondizionata della legge Fornero all’epoca del governo Monti.

Renzi non può neanche dire che non può restituire i soldi sottratti dagli assegni di pensione perché le casse dello Stato sono vuote e il debito di bilancio rischia di sforare il 3 % del Pil. Un ritornello già inteso all’epoca di Monti con cui sono stati turlupinati gli italiani per stessa tardiva ammissione del prof varesino. Non ci casca più nessuno. E’ un dato di fatto che la sola restituzione integrale delle somme trattenute negli anni 2012 e 2013, circa 5,5 miliardi, in questo momento farebbe saltare il banco e porterebbe il rapporto deficit/Pil al 3,6%, con l’innesco di un vertiginoso e devastante aumento dell’IVA. Non siamo né irresponsabili, né così sprovveduti da non renderci conto di questo. Peraltro, se si dovesse tener conto dell’effetto di “trascinamento” sugli anni successivi al 2013 si arriverebbe facilmente alla somma di 15-16 miliardi da restituire. Detto questo, però, un qualsiasi committente non può rifiutarsi di pagare un lavoro dicendo a chi lo ha eseguito “non ti do nulla perché in questo momento non posso, non ho soldi in tasca”. Quindi, quello di Renzi è un non-argomento, una scusa pretestuosa per far sparire il problema dal suo tavolo. Un premier che si rispetti, può invocare la pazienza dei creditori, può spalmare la restituzione sul bilancio di più anni, può diluire il dovuto e pagare a rate ed in soldi o in titoli di Stato, ma non può negare di dovere ai pensionati quanto è stato loro rubato fraudolentemente.

Ma la cosa più grave decisa da Renzi ed il suo governo è la restituzione a scaglioni, con bonus una tantum tra i 750 euro per gli assegni inferiori a 1700 euro lordi, giù sino a zero euro per quelli superiori ai 3200 euro. In una situazione di evidente crisi socio-economica è chiaro che nella fattispecie delle restituzioni debbano prevalere solidarietà e buon senso, per cui nulla abbiamo da obbiettare sul fatto di considerare prioritaria la tutela delle fasce più basse dei redditi da pensione. Ma il fatto è che qui non stiamo parlando di nuove provvidenze o di elargizioni pensionistiche una tantum, ma della restituzione di quanto già tolto sul dovuto, per cui il governo può graduare quanto gli pare questa restituzione, ma si deve mettere in testa di dover restituire tutto ed a tutti, nei tempi ragionevoli che occorreranno. Se rubano una Panda ed una Ferrari, non è che la polizia possa pensare che l’utilitaria vada restituita mentre l’auto di lusso se la tiene. Contestualmente ai bonus, Renzi ha colto l’occasione di definire nuovi indici di rivalutazione delle pensioni, cosa che rientra nelle prerogative del governo. Ma quello che ha combinato è una cosa allucinante. Secondo il decreto varato, alle fasce 1700-2200 spetteranno 180 euro di rivalutazione all’anno, a quelle 2200-2700 di 99 euro, a quelle 2700-3200 60 euro l’anno, a quelle sopra 3200 niente.

Questo meccanismo è mutuato da quelli erano attuati nei regimi comunisti per i quali, a parte i burocrati del partito e relativi amici e parenti, tutti i cittadini erano uguali ed avevano uguali stipendi, uguali ferie (una settimana ogni 5 anni se nel frattempo non si era entrati nel mirino dei commissari del popolo o degli spioni del sindacato), uguali sigarette, uguali biciclette. Basta, allora, un alunno delle elementari per verificare che con questo meccanismo perverso tra una decina di anni tutti gli scaglioni inferiori finiranno per assorbire quello dei 3200 euro che denoterà la soglia di povertà. L’equità e l’egualitarismo al livello più basso, tutti pezzenti, questa è l’equità sociale concepita dai post-comunisti. Qui allora ci corre l’obbligo di spiegare a Renzi che gli assegni di pensione pagati dall’INPS non sono calcolati con la tombola, ma in base a criteri oggettivi che sempre in misura maggiore fanno riferimento, come è giusto che sia, alle contribuzioni effettivamente versate ed accantonate dai pensionati nella loro carriera lavorativa. Ne consegue che se un pensionato percepisce 1500 euro ed un altro 3000 euro al mese, la cosa non accade per caso o per buona sorte, ma solo perché il secondo lavoratore ha accantonato negli anni una contribuzione sociale mensile doppia del primo. Nel momento che col meccanismo Renzi i due arrivano a percepire lo stesso assegno di pensione, chi mai restituirà al secondo quanto versato in più del primo per 30, 35, 40 anni o più? Ed equità e meritocrazia che fine fanno? E’equo, è giusto allineare tutti gli assegni prescindendo da quanto effettivamente versato dai lavoratori? Renzi prenda atto che il suo decreto pensioni fa acqua da tutte le parti, è iniquo, è ispirato al massimalismo comunista del PCI, non accoglie le indicazioni della Corte Costituzionale e perpetra una truffa legalmente perseguibile ai danni di tutti i pensionati. Per cui ci permettiamo di dargli un consiglio: lo ritiri e lo riscriva.

Stesso discorso per la Buona Scuola. Non vogliamo entrare nel merito della riforma, perché secondo noi ogni valutazione appare prematura in vista delle concessioni demagogiche che Renzi dovrà fare prima di poterla fare approvare in via definitiva dal popolo del PD che notoriamente si è appropriato della scuola concedendosi incredibili libertà e privilegi. Ci limitiamo qui a due considerazioni. Il premier fiorentino non inventa niente e sta solo tentando di replicare, con qualche modifica, il modello di scuola degli USA. Le scuole yankees agiscono sul mercato della formazione come delle società commerciali. Fanno marketing, cercano di costruirsi una immagine credibile e la più accattivante possibile, e sono condotte da managers coadiuvati dai consigli di professori, alunni e genitori. Sono i consigli di istituto a delineare i percorsi didattici entro certe cornici ed a definire le linee guida che caratterizzano i piani di studi, le agevolazioni finanziarie e le borse di studio, le regole di disciplina e di comportamento dentro e fuori le mura dell’istituto. Tra le scuole, a grande maggioranza private, c’è grande competizione per contendersi, o strapparsi, le iscrizioni degli allievi, e le relative sontuose rette, ed uno dei fattori critici di successo è l’accaparramento dei professori più bravi, o che godono della fama di esserlo. Ma questo schema funziona perché nelle scuole americane ci stanno gli americani ed il settore è quasi tutto in mano ai privati che rischiano di propria tasca e perdono soldi se sbagliano nella conduzione del business. In Italia, un approccio del genere potrebbe funzionare? Chi e con quale criterio deciderà chi sono i super-presidi? Sicuri che conoscenze (politiche), discendenze dinastiche o criteri clientelari non finiranno per prevalere sui meriti professionali?

Ma quello che è assolutamente inaccettabile è l’assunzione indiscriminata di tutti i precari come insegnanti. Tra questi ci sono moltissimi professori di sicura preparazione, ma chi garantirà sulle loro qualità come insegnanti? Tra sapere e saper insegnare quello che si sa corre una grande differenza. Nel sistema americano i prof sono valutati anche dagli studenti, chi non funziona cambia scuola o cambia mestiere. Qui cosa succederà? E chi potrà garantire che tra quei 160mila prof non se ne celino qualche decina di migliaia privi di alcuna motivazione, senza vocazione all’insegnamento e che vedono nel loro ruolo solo un mezzo per avere un reddito sicuro con cui sbarcare il lunario e tirare a campare? Il 1968, l’esame di gruppo, il sei politico costituiscono un precedente inquietante e dovrebbe avere insegnato qualcosa a tutti. Per cui questo ugualitarismo massimalista di Renzi rischia di minare qualsiasi sistema scolastico premiante di studenti ed insegnanti, e di rivelarsi inutile o contropruducente per quel rilancio della funzione della scuola come viatico per l’inserimento delle nuove generazioni nella società civile e nel mondo del lavoro.

Purtroppo Renzi, oltre che “catto”, esibisce sempre più spesso, persino a livello cinesico e fisiognomico, i tratti distintivi di una scuola filosofica che affonda le proprie radici nel sovietismo vieto e dispotico dell’ex PCI. Hai voglia a dire che adesso questa sinistra, quella del PD, è una sinistra democratica, libertaria e moderna, una cosa nuova e lontana parente di quella massimalista che tanto dolore e tante sofferenze ha procurato a centinaia di milioni di persone per decenni. La si può mettere come si vuole, ma il massimo che si può dire del PD è che le sue ancestrali deviazioni demagogiche sono come la gramigna, che sembra estirpata dai prati quando c’è siccità, per poi riapparire verde e lussureggiante più di prima appena arrivano due gocce di pioggia. E su scuola e pensioni di pioggia Renzi ne ha fatta scendere tanta, troppa.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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3 Comments

  • Sandro Cecconi Reply

    20 maggio 2015 at 6:14 pm

    Ghezzi,

    Renzi, è ormai arcinoto, sin da quando lo sentii parlare due volte per un totale di neanche mezz’ora cinque anni orsono, l’ho subito bollato come un parolaio vanesio “senza arte né parte”, ovvero privo delle più elementari basi di Cultura Politica e Economica, privo di etica, privo di una visione della Polis e privo di scrupoli in quanto teso soltanto al raggiungimento del potere più becero ossia il potere per il potere, cosa che condivide a pieno titolo con i vari egoarchi di questa Res Publica attuale.

    Pertanto si beccherà ancora una volta altri ricorsi avverso la soluzione imposta per quanto riguarda il discorso pensioni e perderà sonoramente.
    Come perderà il suo ispiratore, sto parlando dell’attuale Presidente INPS perché il tutto è manifestamente ingiusto e altrettanto manifestamente anticostituzionale.

    Stanno solo cercando di “comprare tempo” dilazionando più in avanti tutti i rimborsi dovuti come le dovute e giuste rivalutazioni, così come viene imposto proprio dalla nostra Costituzione.
    Per quanto riguarda poi quella che con molta prosopopea viene chiamata riformo della scuola, in realtà è solo un voto di scambio con l’assunzione di decine di migliaia di statali con la diretta conseguenza dell’aumento della spesa pubblica e, quindi, del debito pubblico.

    P.S. Ma davvero lei come altri di questa testata avete potuto dare il benché minimo credito a questo individuo e la sua corte dei miracoli?

  • Carlo Lauletta Reply

    20 maggio 2015 at 8:33 pm

    Leggo che il rimborso integrale innescherebbe “un vertiginoso e devastante aumento dell’iva”. Non vedo perché pensare proprio all’iva. A mio avviso, ogniqualvolta lo Stato ha carenza di liquidità, esiste una soluzione semplice alla quale nessuno potrebbe opporre argomenti razionali: aumento dell’IRPEF sui redditi veramente scandalosi: quelli dei calciatori (sappiamo che uno di loro guadagna, senza lavorare!, quanto 50 deputati?), dei clown televisivi, presentatori di festival, presidenti di società, giornalisti importanti. L’aliquota sullo scaglione eccedente la remunerazione del presidente della Repubblica potrebbe essere del 100%. Se poi mi si obietta
    “Ma non basterebbe”, replico “Va bene, ma si comincî da lì; se non basta e devo essere attaccato anch’io, allora, solo allora mi rassegno”.

  • Scuola e pensioni: Renzi fa il “comunista” e rinnega equità e meritocrazia | aggregator Reply

    29 maggio 2015 at 1:52 pm

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