Sicuri che solo le industrie di armi fomentano il terrorismo?

1434897679-isis-bandiereUno dei cavalli di battaglia di tanta parte del mondo cattolico e della sinistra è l’attacco alle industrie che producono armi, con la divisione degli Stati tra buoni e cattivi in base al fatturato delle loro industrie militari. La novità è che solitamente queste industrie vengono accusate di fomentare le guerre mentre ora, a seguito degli attentati di Parigi, si comincia ad accusarle di fomentare anche il terrorismo.

Giusto mercoledì scorso si è espresso sul tema l’Avvenire, organo dei vescovi italiani, con un’articolo a firma Raul Caruso, ricercatore in economia politica alla facoltà di Scienze Politiche della Cattolica. Per prima cosa Caruso scrive “All’indomani degli attacchi di Parigi, tra le opinioni e le analisi si fa finalmente spazio anche la critica delle spregiudicate politiche di esportazione di armamenti di molti Paesi occidentali”. Di solito la tesi che viene utilizzata è che le multinazionali che producono le armi fanno scoppiare le guerre per poterle vendere. La tesi di Caruso è invece diversa, le multinazionali vendono le armi agli stati e gli stessi stati, visto che ormai le anno comperate, scatenano le guerre per poterle utilizzare, giusto per non farle arrugginire negli arsenali.

A riprova di questa tesi vengono date le cifre dell’aumento delle spese militari nel Medio Oriente nel periodo 2004-2014. “Nello specifico, la regione nel suo complesso ha aumentato le spese militari del 68% in termini reali tra il 2004 e il 2014. In particolare, l’Arabia Saudita ha aumentato la propria spesa militare del 156%, gli Emirati Arabi Uniti del 114%, l’Iraq del 344%, il Qatar del 64% e la Turchia del 9%. In Siria tra il 2004 e il 2011 essa era aumentata del 7%”.

Quello che Caruso dimentica di ricordare è che in questi stessi anni era in corso la seconda guerra dell’Iraq, che ci sono state le primavere arabe che hanno portato instabilità nelle regione ma, soprattutto, che tutti gli stati citati sono sunniti, fortemente preoccupati dalla corsa al nucleare dell’Iran. Se ci si dimentica di sottolineare lo scontro che è in atto da decenni tra Iran e stati della penisola arabica per il predominio nella regione del Golfo Persico non si tiene in considerazione una parte fondamentale del problema. Anche ISIS è uno dei figli di questa guerra che va avanti da 1400 anni, oltre che della pessima gestione del dopo Saddam tenuta dagli americani. La guerra civile in Siria è una proxy war tra Iran e stati del Golfo e la stessa espansione del Califfato nel nord dell’Iraq, con l’adesione all’ISIS di molti ufficiali dell’ex esercito a maggioranza sunnita di Saddam, segue lo stesso schema perché la popolazione del nord si è sentita, ed è stata, discriminata dai governi a maggioranza sciita di Bagdad.

C’è poi una seconda cosa che non convince nella tesi di Caruso, che in pratica vuole dare la colpa del terrorismo al commercio di armi. Le vendite di armi non sono tutte uguali e anche il valutare solo il valore commerciale di queste transazioni, come viene fatto da istituzioni quali l’Istituto di Stoccolma di ricerca sulla pace (Sipri) citato dal ricercatore, può trarre in inganno.
Facciamo alcuni esempi prendendo a caso alcune vendite degli ultimi anni. Nel 2011 USA e Italia hanno venduto all’Australia 10 C-27J, aereo da trasporto costruito da L-3 Communications Holdings e dalla controllata di Finmeccanica, Alenia, con un contratto del valore di 950 milioni di dollari. Nel 2003 il consorzio Eurofighter ha venduto 18 caccia Typhoon all’Austria con un contratto da 1,96 mld di euro e pochi mesi fa la Svezia ha venduto al Brasile 36 caccia Saab JAS 39 con un contratto valutato 4,5 miliardi di dollari.
Numeri come questi fanno schizzare le nazioni in questione in cima alla lista degli “esportatori di morte” con in testa gli USA che, per esempio, con la vendita degli F35 al Giappone hanno portato a casa un contratto che, includendo anche i servizi di manutenzione e i pezzi di ricambio, potrebbe arrivare a 10 miliardi di dollari. Raramente però si sono visti guerriglieri utilizzare aerei di quinta generazione o Fregate e, di sicuro, non sono queste le armi usate dagli assassini delle stragi a Parigi, Londra, Madrid o di tutte quelle che avvengono nelle altre parti del mondo, che ci impressionano di meno perché più lontane ma che non sono certo meno sanguinose ed esecrabili.

Provate invece a prendere in considerazione stati come Cina, Pakistan o Corea del Nord. Per prima cosa le loro fabbriche di armi sono molto più “discrete” e raramente i loro contratti finiscono sulle prime pagine dei giornali. Per seconda cosa vendono armi molto meno costose, che non fanno “volume” nelle statistiche ufficiali, ma che sono devastanti se finiscono in mano a movimenti criminali quali Boko Haram o lo stesso ISIS. Con i 95 milioni di dollari del costo di un solo aereo da trasporto venduto all’Australia si possono acquistare miglia di AK47, lanciarazzi RPG e tonnellate di esplosivo che nelle mani di un guerrigliero o terrorista hanno effetti devastanti, specie se usate contro la popolazione inerme, come avviene nella quasi totalità dei casi.

Oltre a questo c’è da considerare che le industrie che le producono non hanno certo i controlli ed i vincoli sulle esportazioni che hanno le industrie occidentali, con l’Italia in testa con alcune delle norme più restrittive in materia, e non si fanno scrupoli a venderle a chiunque possa pagare, con l’aggiunta della enorme massa di armi leggere trafugate dai depositi di stati dissolti o in guerra come è accaduto nei balcani, in Libia ed accade tuttora in Siria e Iraq.

Il vero problema non sono le fabbriche d’armi ma le politiche di alcuni stati che finanziano movimenti di guerriglia o di veri e propri terroristi salvo poi perderne quasi sempre il controllo. Dire come fa Caruso che “Nel momento in cui le nostre democrazie si sentono minacciate, è ora di abbandonare la via di questi affari insensati, disinvestendo dalle industrie militari per contribuire a disinnescare gli incentivi alle guerre in regioni a noi pericolosamente vicine.” appare un controsenso perché, se la memoria non ci inganna, le guerre documentate affliggono l’umanità da almeno 5000 anni, quando ancora non c’erano le industrie militari occidentali. Certi discorsi stile alice nel paese delle meraviglie lasciamoli fare al Papa, quello che se gli offendi la mamma ti da un pugno, ma teniamoli fuori dalle aule universitarie.

Pietro Torri

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Mezzo lombardo e mezzo emiliano, sperando di aver preso il meglio di entrambi. Appassionato di politica e di Difesa perché, non seguendo il calcio, un hobby devo pur averlo.

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